copertina libroSi tratta di pagine di diario, redatte dallo scrittore americano tra gli anni Quaranta e la morte, sopraggiunta nel 1982.

Una lettura godibilissima, una narrazione, quella di Cheever, che rappresenta con sincerità il quotidiano dell'esistenza di un uomo sensibile.
Una vita segnata da un lato da una vena malinconica e dall’altra da un’incredibile vitalità, dalla felicità di essere vivi e desideranti e di abbandonarsi alla sensualità e a immagini gioiose. Pensieri, percezioni, ricordi, sensazioni, fantasticherie, presentimenti, emozioni, letture, stati d’animo, sintomi nevrotici - lo scrittore soffre di un ampio numero di fobie - , acciacchi, depressioni, sogni, delusioni, frammenti di racconto, fallimenti, disperazioni, descrizioni di rapporti interpersonali tormentati, erotismo, atmosfere rarefatte, interni borghesi, ritratti di persone e di paesaggi popolano le pagine di questo straripante diario e catturano l’attenzione del lettore, affascinato dalla raffinata qualità della prosa.
Il libro dispiega tutte le deliziose gradazioni dell’infelicità.

Vengono rappresentati brandelli di vita americana che sembrano quadri di Edward Hopper (Nyack, New York, 1882 - ivi 1967):

“I loro amici, se gliene rimangono, dicono che X sembra attraversare una crisi psicologica. In genere comincia a manifestarsi con un’insoddisfazione acuta per la loro vita professionale. Sono stati trattati in modo meschino e si sono visti soffiare le promozioni e gli aumenti che meritavano, ma la loro posizione in questa fase della vita, la loro sicurezza, è troppo precaria per potersi permettere di lamentarsi. Sono stufi di cuscinetti a sfera o di lenzuola o di qualsiasi cosa sia che vendono. Sessualmente ormai le loro mogli non li attraggono più, ma non sono stati capaci di trovarsi un’amante. I loro amici li annoiano. I loro figli, più spesso che no, sono estranei e ingrati. Gli oneri finanziari che sono stati costretti ad accollarsi sono massacranti. [...] Il coraggio, la vitalità sessuale, la speranza: tutte queste cose positive sembrano perdute. [...] Ce n’è uno, giù vicino al bancone di servizio, che beve una birra. Ed eccone un altro, appena entrato dalla porta. Quell’uomo con la camicia di seta che beve un Martini è uno di loro, e ce n’è un quarto che si guarda l’orologio, anche se non fa nessuna differenza per lui se sono le tre, le quattro o le cinque del pomeriggio”.

Cheever ci racconta la sua vita ordinaria di tutti i giorni, che è fatta anche di corvées domestiche (bucato, spazzatura, pagare le bollette, falciare il prato, spalare la neve, spaccare la legna, accendere la stufa, vangare l’orto, potare le siepi, dipingere le inferriate, sparecchiare, occuparsi dei cani, fare la spesa al supermercato, compilare la denuncia dei redditi, guardare demenziali programmi televisivi ecc.), di nuotate, di sciate, di pattinate, di visite in chiesa.

Nel libro, fondamentalmente e adorabilmente intimista, si descrivono la gioia e i tormenti della vita familiare, l’amore incondizionato per i figli, dai quali si ricevono talvolta in cambio soltanto incomprensione e ingratitudine, le difficoltà economiche - Cheever è spesso sommerso da debiti che non sa come ripagare -, l’amore non corrisposto per la moglie Mary, accompagnato da rifiuti, svalutazioni e malumori. Un amore coniugale che non esclude gli incontri omosessuali cui frequentemente lo scrittore si abbandona, non senza provare sensi di colpa.

La figura di Mary è essa stessa complessa, contrassegnata com'è da un’ infanzia difficile, dal rapporto violento col padre, un’infanzia di cui non si è liberata, ma che sembra condizionare ancora la sua psiche di donna adulta depressa:

"Mi sembra che lei sia infelice e che cerchi la causa di questa infelicità nel nostro matrimonio, quando invece risale a un periodo della sua vita molto precedente. Ma che non riesca, e si può capire, a riconoscerlo".

Cheever si sofferma, a più riprese, a parlare dei colleghi, verso i quali nutre una grande ammirazione: Bellow, Updike, Roth. Alcuni li frequenta. Non del tutto lusinghiero invece il giudizio critico su Calvino ("lo trovo di un'antipatica carineria"). Secondo l'opinione dello scrittore newyorkése la rivalità tra scrittori è pari soltanto a quella tra soprani.

L’alcol scorre a fiumi nelle note diaristiche di Cheever, il vizio del fumo non abbandonerà mai lo scrittore, la tristezza e l’insoddisfazione fanno spesso capolino. L'amarezza, l’ansia e l’insonnia vengono sedate dai tranquillanti. La lettura del diario è tuttavia sempre piacevole e suggestiva. Le pagine svelano l’anima dell’autore che, come quella di ciascuno di noi, è caotica, contraddittoria, sofferente e per molti aspetti imperscrutabile, magnificamente misteriosa. E Cheever sa restituirci poeticamente la complessità della vita interiore dell’uomo contemporaneo, la soggettività maschile contemporanea.

Nell’esistenza dello scrittore statunitense, un posto importante lo occupa il fratello Fred, per il quale l’autore nutre un profondo affetto. Un fratello che, dopo una gioventù dorata, ricca di successi e promesse e altrui ammirazione, non riesce da adulto a procurarsi un’occupazione e una condizione economica stabili, annega la sua incapacità di vivere nell’alcol e sembra agito da un anelito di autodistruzione.

Oltre alla vitalità e alla inesauribile voglia di tenerezza, l'anima di Cheever manifesta una sofferta, malinconica, alienata solitudine.

Tra le altre cose, Cheever ci offre il resoconto di un suo viaggio in Italia, una terra e una civiltà - quella mediterranea - che lo attraggono molto, e tanto diversa dalla civiltà americana. Visita Roma e Napoli, ma è più colpito dal brulichio della vita vissuta nelle strade e nei quartieri che dai monumenti e dalle testimonianze dell’antichità.

Lo scrittore statunitense, uno degli assoluti maetsri del racconto, e' consapevole di avere dei grossi problemi con il bere, gin, Martini, whisky, vodka, vino:

" Nella mia ansia di comunicare, di sentire al massimo il calore e l'intimità, bevo troppo".
Frequenta gli Alcolisti Anonimi e ricorre a numerosi ricoveri in cliniche di disintossicazione per alcolizzati cronici. Sostiene colloqui con psichiatri e psicologi, dai quali raramente si sente compreso, e che gli sembrano prigionieri dei propri schemi teorici e dei propri preconcetti.

Le ultime pagine del diario ci consegnano un Cheever non ancora domo, ma spossato dal cancro, ostaggio di medici e di lunghe e angosciose attese in asettici locali ospedalieri, e attraversato da presagi di morte.

Un diario appassionato e appassionante che può essere letto come una stimolante e seducente autobiografia.

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