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Antonio Conte, Antonio Di Rosa, Testa, cuore e gambe, Rizzoli, 2013, pagine 230

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copertina libroLa carriera agonistica di Antonio Conte calciatore è ricca di trofei: cinque Scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, una Champions, una Coppa Intercontinentale.
Tutte vittorie conseguite giocando con la maglia della Juventus, società per la quale disputa oltre 400 partite ufficiali, segnando 44 goal e indossando la fascia da capitano per cinque stagioni, dal 1996 al 2001. Sempre come calciatore, colleziona 20 presenze in Nazionale, segnando 2 reti.

Antonio Conte nasce a Lecce il 31 luglio 1969. Il padre Cosimino noleggia le auto, la mamma Ada è sarta. Ha due fratelli, che nel prosieguo della sua carriera calcistica, prima come calciatore poi come allenatore, coinvolgerà al suo fianco nel mondo del calcio. Una prova dell'attaccamento di Antonio alla propria famiglia d'origine e ai valori più sani della cultura meridionale.

In casa non gli manca nulla, ma il denaro scarseggia. La vita dei ragazzi a Lecce si svolge in strada. Anche a calcio o a tennis si gioca in strada e così fa Conte. La strada ha una sua dura legge, fatta di conflitti, di scontri territoriali fra bande giovanili rivali, di dominanze, di vere e proprie scazzottate. Antonio, pur con la saggezza e l'equilibrio che ancor oggi lo contraddistinguono nel suo ambito professionale, si fa rispettare e dimostra, già da adolescente, l'attaccamento ai valori della lealtà e del coraggio, due virtù che caratterizzeranno poi il suo comportamento da calciatore.

Il padre e la madre lo educano alla disciplina, necessaria in un ambiente così turbolento come quello della gioventù leccese. Il padre inoltre tiene molto a che Antonio faccia bene a scuola. Per questo non vede completamente di buon occhio lo sbocciare del talento calcistico del figlio, temendo che lo allontani dall'impegno scolastico.

Nicchia perciò quando Pantaleo Corvino, direttore sportivo di club professionistici, vuole portare Antonio al Lecce, ma poi accetta con la promessa che il figlio continui a studiare.
A tredici anni, quindi, Antonio Conte passa dalla Juventus Lecce, di cui il padre Cosimino è il presidente factotum, all'Unione Sportiva Lecce, in cambio di una decina di palloni. La vita del futuro commissario tecnico della Nazionale cambia radicalmente: si compra le prime scarpe bullonate, gioca sui campi erbosi, mentre prima era abituato soltanto al cemento e alla terra battuta.
Fedele alla promessa fatta ai genitori frequenta con profitto ragioneria. E non solo ha un ottimo rendimento scolastico, ma eccelle in tutti gli sport. E' il classico studente modello.

L'ambiente delle giovanili del Lecce, composto da adolescenti in piena tempesta ormonale, non è certo dei più tranquilli e il coach Caus fatica a tenere la disciplina. Compagni di squadra di Antonio sono alcuni ragazzi che diventeranno futuri campioni e, in qualche caso, eccellenti allenatori: Moriero, Morello, Garzya, Petrachi e Monaco, solo per citare i nomi più conosciuti agli appassionati di pallone.
Il calcio giocato a livelli ormai professionali, l'organizzazione seria di un club importante, contribuiscono alla maturazione di Conte come atleta e come uomo.
Eugenio Fascetti, allora allenatore della prima squadra, lo tiene in grande considerazione e lo fa esordire in serie A il 6 aprile 1986, facendogli giocare dieci minuti contro il Pisa.
I salentini quella stagione retrocedono e Conte conosce i primi importanti infortuni: in una partita giocata con la Primavera rimedia una frattura della tibia, provocatagli da un suo stesso compagno di squadra e successivamente, al rientro, un trauma cranico.

Intanto alla guida del Lecce è subentrato Carlo Mazzone, un tecnico navigato che Conte apprezza grandemente per la ferma autorevolezza con cui dirige la squadra e per l'energia con cui si tiene costantemente aggiornato.
Con Mazzone il Lecce torna in A. Conte segna il suo primo e unico goal con la maglia del Lecce, in serie A, il 5 novembre 1989, allo stadio San Paolo contro il Napoli di Maradona.
A Mazzone succedono alla guida della società salentina prima Zibì Boniek, uno dei giovani tecnici più brillanti sfornati dalla Scuola di Coverciano e con cui Conte instaura un bel rapporto di stima reciproca, poi Albertino Bigon, già vincitore di uno scudetto col Napoli.

Nel frattempo la Juventus invia i suoi più importanti osservatori a visionare la giovane promessa Conte. Ed infatti nel novembre 1991 il giovane interno del Lecce approda alla corte bianconera. Intimidito dal prestigio del club zebrato, si rivolge con il "voi"  a campioni affermati come Baggio e Schillaci.
A Torino trova come allenatore l'esperto e paterno Trapattoni che molto influirà sulla sua formazione, aiutandolo a migliorare tecnicamente e umanamente.
In bianconero farà esperienza dell'ormai famoso "stile Juventus", incarnato dall'amministratore delegato Giampiero Boniperti e dal proprietario della squadra e della FIAT, l'avvocato Gianni Agnelli, uno stile caratterizzato da eleganza, disciplina, sobrietà sabauda e attenzione spasmodica ai risultati.

Giocando in un grandissimo club, si spalancano per Conte le porte della Nazionale, allora guidata da Arrigo Sacchi, un tecnico rivoluzionario nel proporre in Italia nuovi schemi di gioco.
Abituato alla Juve a praticare un calcio più tradizionale, Antonio si impegna al massimo per soddisfare le aspettative di Sacchi ed assimilare il suo gioco innovativo "ultraorganizzato, fatto di difesa a zona, fuorigioco, squadra corta, difensori che scalano e fanno le diagonale".
Il tecnico di Fusignano apprezza molto l'impegno di Conte e lo seleziona per disputare i mondiali negli Stati Uniti nel 1994. La Nazionale arriverà in finale, dove perderà col Brasile soltanto ai rigori.
I Mondiali costituiscono una preziosa esperienza per Conte. Oltre a Sacchi e alle sue idee di avanguardia, il futuro ct conoscerà l'allenatore in seconda Carlo Ancelotti, già apprezzato centrocampista di Roma e Milan. Sacchi e Ancelotti costituiranno due modelli importanti per la sua futura carriera di allenatore.

Nel 1994 sulla panchina della Juventus arriva Marcello Lippi. Dopo Baggio, che verrà ceduto al Milan, Conte ha come compagni di squadra campioni come Vialli e Del Piero. Lippi è un motivatore brillante, ma ha con Conte qualche attrito perché il tecnico viareggino lo vuole trasformare da centrocampista in tornante, un ruolo fisicamente dispendioso che Antonio non gradisce. Un grave infortunio alla coscia (rottura di un'arteriola con conseguente massivo ematoma) costringono Conte a saltare gli Europei in Inghilterra con la Nazionale.

Verso la fine del 1996, Antonio, appena rientrato in Nazionale, rimedia l'ennesimo brutto infortunio: rottura del legamento crociato del ginocchio e susseguente grave infezione postoperatoria. Un calvario cui Conte metterà fine facendo ricorso a tutta la sua consueta tenacia. Rientrando libererà tutta la sua gioia per lo scampato pericolo esultando dopo un goal che lui segna, ironia della sorte, proprio a Lecce, contro la squadra della sua città natale e il club che lo ha lanciato. Un'esultanza comprensibile, che però i tifosi leccesi non gli hanno ancora perdonato.

Alla Juventus, nel frattempo, è iniziata l'"era Zidane", Oltre al campionissimo franco-algerino, arrivano Deschamps e Montero.
Lippi lascia ad Ancelotti la guida tecnica del team bianconero. In Nazionale sulla panchina come coach siede Dino Zoff, il saggio e indimenticabile portierone della storica vittoria dell'Italia al Mundial di Spagna del 1982. Zoff ricorda, nello stile di direzione semplice, equilibrato e autorevole Giovanni Trapattoni, uno dei maestri di Conte.
Proprio in Nazionale, contro la Romania, a causa di un intervento cattivissimo della stella romena Gheorghe Hagi, Antonio rimedia un nuovo brutto infortunio.
Le stagioni alla Juventus si succedono. Sono gli anni in cui la Juve perde tre finali consecutive di Champions League, uno sfregio per un club che ritiene la vittoria un obbligo. I tempi sono cambiati. Dal 2002 Conte non è più considerato titolare fisso. In molte occasioni parte dalla panchina. Gli propongono contratti con ingaggi tagliati. Conte capisce che il suo tempo in bianconero è scaduto.

Corvino lo vuole riportare a Lecce, ma né la tifoseria , né il tecnico Zeman sembrano gradire. Decide allora di abbandonare il mestiere di calciatore e di intraprendere quello di allenatore.
Conosce intanto Elisabetta, la figlia di un amico e vicino di casa, con cui convolerà a nozze. Il matrimonio sarà allietato dalla nascita, nel 2007, dell'amata figlia Vittoria.
Si iscrive al corso per allenatori a Coverciano e prende il patentino. De Canio lo chiama come suo secondo a Siena, dove ritrova una vecchia conoscenza, il preparatore atletico Ventrone, un uomo dalla forte personalità, famoso per suoi durissimi e temuti metodi di allenamento, che lo fanno assomigliare a un addestratore dei Marines.

Conte cova ambizioni elevatissime, si è posto l'obiettivo di allenare prestissimo un grande club di serie A. Viene chiamato a guidare l'Arezzo in serie B: viene esonerato dopo alcuni risultati non esaltanti. Intraprende allora un viaggio in Olanda per studiare da vicino i metodi di allenamento e gli schemi del suo idolo, quel Van Gaal che egli reputa un maestro di calcio.

Fedele al suo temperamento indipendente e libero, si accasa a Bari, città notoriamente rivale di Lecce. Propone un bel gioco aggressivo, d'attacco e ottiene eccellenti risultati. Senza minimante tradire la sua onestà e lealtà sportiva, che gli impongono di dare tutto per la squadra di cui fa parte, si permette addirittura di andare a vincere a Lecce, aumentando l'acredine nei suoi confronti dei concittadini tifosi giallorossi. La stagione successiva il Bari è promosso in serie A.
Nel mentre, Conte si laurea in Scienze Motorie riportando la votazione di 110 e lode. La sua tesi si intitola: La psicologia dell'allenatore.

Per divergenze con la dirigenza barese, Conte si dimette. Troverà posto come tecnico dell'Atlanta. Nonostante giunga a campionato già in corso, conduce gli orobici ad esprimere un gioco divertente, ottenendo inizialmente buoni risultati. Conte ha però dei dissapori con la star della squadra e beniamino dei tifosi Cristiano Doni, che gli contende con modi forse eccessivamente bruschi la leadership dello spogliatoio. Chiede perciò che il giocatore venga ceduto, ottenendo in cambio la reazione di rabbiosa opposizione della tifoseria bergamasca. L'ex giocatore della Juventus, confermando la sua assoluta risolutezza caratteriale, poco disponibile agli accomodamenti di circostanza, si dimette.

Il 23 maggio 2010 firma col Siena, una città con un tifo caldo e passionale, plasmato dallo storico antagonismo tra le varie contrade, che culmina nelle forti emozioni del Palio. Calcisticamente Siena è una  piazza importante, che ha ambizioni di arrivare alla massima serie. Grazie a Conte, i toscani raggiungono la promozione con tre giornate d'anticipo. Conte è felice per aver centrato l'obiettivo, ma nello stesso tempo è attraversato dall'inquietudine. Le sue aspirazioni hanno orizzonti più vasti, che si materializzano nel contratto di allenatore della Juventus, stipulato nel 2011.
Sotto la guida di Conte i bianconeri tornano a vincere lo scudetto.

A questo punto, inattesa, una brutta mazzata si abbatte su Antonio. Nell'ambito delle indagini sul "calcioscommesse", la polizia fa irruzione nella sua abitazione, la perquisisce e sequestra il computer. L'accusa è di associazione a delinquere finalizzata all'alterazione di partite. Il commento assolutamente incredulo di Conte sarà quell'"Agghiacciante!", che è diventato il fortunato tormentone dei comici televisivi. Conte, nel prosieguo dell'iter giudiziario, verrà completamente scagionato.

Il resto è storia recente: tre Scudetti consecutivi vinti come allenatore della Juventus e una Supercoppa Italiana. Successivamente, nell'agosto 2014, viene nominato commissario tecnico della Nazionale.

Come tattico, Conte predilige il modulo 4-2-4, esterni alti, velocità, spettacolo, dominio della metà campo avversaria, aggressività, pressing alto, ritmi alti, tutti attaccano e tutti difendono, mentalità vincente, non da provinciale.

Caratterialmente Antonio Conte è' un vincente, un meridionale tenace, esigente prima di tutto con se stesso e poi con gli altri, grintoso, determinato, puntiglioso, che la notte dopo una sconfitta non chiude occhio. Uno che mette tutto se stesso in quello che fa.

“Sono uno che chiede tanto, ma so riconoscere i meriti e dire grazie. Non deve venire mai meno la ricerca dell’eccellenza. Metto nel lavoro quotidiano tutta la passione che ho dentro.” (p. 129).
Dimostrando grandi capacità di riflessione ed autoanalisi, è lui stesso a fornirci un suo ritratto veritiero:
"Sono stato un buon calciatore, ma non un campione: mi sono fatto strada andando oltre i miei limiti grazie al carattere, al desiderio di migliorare ogni giorno, alla tenacia, all’entusiasmo, alla voglia di impormi." (p. 89).
Conte è un prodotto della nostra Italia contemporanea, ma per molti versi, per la serietà, l'impegno, il senso di responsabilità, l'indole coraggiosa e battagliera è un antitaliano e , in questo senso, un eccellente modello da cui nostri ragazzi possono trarre ispirazione per raddrizzare le sorti del nostro Paese alla deriva.

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Pagina aggiornata il 22.06.16
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