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John McPhee, Tennis, Adelphi, 2013

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copertina libro“La prima volta che ho sentito Gianni Clerici sostenere che Livelli di gioco fosse il più bel libro sul tennis mai scritto, e invocarne prima possibile una versione italiana, dev’essere stato venticinque anni fa”

Arthur Ashe e Clark Graebner si affrontano in un match importante, la semifinale del torneo di Forrest Hill del 1968. Entrambi portano gli occhiali e fanno parte della selezione americana impegnata in Coppa Davis. I due giovani tennisti sono tuttavia molto diversi. Ashe è un tenente dell’esercito. È nero, viene dai quartieri poveri, il papà fa mille lavori per mantenere decorosamente la famiglia. Graebner, invece, è un borghese, è figlio di un affermato professionista, un odontoiatra dell’Ohio, pure lui, in passato, discreto giocatore di tennis.

Le loro personalità sono diverse. Ashe gioca con noncuranza, talvolta sembra avere la testa fra le nuvole, pratica un tennis elegante, estroso, fluido, creativo e perciò imprevedibile. Graebener invece è solido, potente, determinato, scientifico, rigido, teutonico.

Anche fuori dal campo i due sono diversi: Ashe è scapolo, Graebner è sposato. Ashe è un lettore, molto sorvegliato nel linguaggio, ama il cinema, i viaggi, il buon cibo e i cruciverba; Graebner legge soltanto quei pochi libri che possono essergli utili per una futura carriera da manager. Ashe sembra distaccato e che nulla lo tocchi veramente, mentre Graebner è coinvolto, emotivo, talvolta collerico e ipocondriaco e ingigantisce qualsiasi piccolo disturbo. Entrambi, da buoni statunitensi,sono patriottici.

La loro diversa personalità si esprime, oltre che nella loro vita privata, anche in campo, nella strategia, nelle posture di gioco, nell’arte di colpire la palla, di servire, di avanzare a rete, di schiacciare, di dosare il dritto e il rovescio

Il pregio di Livelli di gioco (Levels of the Game, 1969) di John McPhee (Princeton, 1931), una delle più prestigiose firme del “New Yorker” sta nella costruzione delle vite parallele di due campioni del tennis, nel ritrarre due modi diversi di essere nel mondo, nella descrizione precisa e letterariamente godibile non solo dell’incontro, ma anche di quello che passa per la testa dei due contendenti mentre giocano, del loro fascio di sensazioni, emozioni, sogni, speranze e progetti per il futuro.

Completano il volume delle divertite ed erudite divagazioni del curatore Matteo Codignola (Notti insonni a Novi Sad) sul mondo del tennis e sulla genesi del libro, dove, en passant, si ricordano le eccentricità del campione romeno Ilie Nastase ed un ultimo breve scritto, sempre di John McPhee, dedicato a Robert Twynam (Twynam of Wimbledon tratto da A Roomfulof Hovings and Other Profiles, 1966), l’uomo che con somma perizia si occupava del tappeto erboso del campo Centrale di Wimbledon, “un signore che del tennis vede solo i primi trenta centimetri da terra”.

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Pagina aggiornata il 28.08.15
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