La mafia

Sono molti i commentatori e gli scienziati sociali che attribuiscono all'Italia caratteristiche di disomogeneità territoriale e parlano apertamente di "disunità d'Italia". A fronte di un Centro-Nord ricco e produttivo, il Sud del Paese sembra arrancare riguardo quasi tutti i parametri economico-sociali. Persino all'interno dell'Unione Europea il nostro Meridione è una delle aree economicamente meno sviluppate e suscita, anche all'esterno dei confini nazionali, non poche perplessità e preoccupazioni.

Uno degli ostacoli più significativi allo sviluppo del Mezzogiorno è costituito, secondo gli studiosi, dalla presenza sul territorio di organizzazioni criminali organizzate, denominate comunemente "mafie". Sì, perché quando ci si riferisce alla mafia non si indica un'unica organizzazione, ma una costellazione di associazioni criminali che, pur mantenendo alcune caratteristiche comuni, per altri aspetti divergono. Differiscono, per esempio, per il diverso assetto e per il radicamento territoriale: mentre la mafia classica, con le sue gerarchie ben definite e strutturate, colonizza la Sicilia, in Calabria, invece, troviamo la 'ndrangheta, in Puglia la Sacra Corona Unita, in Campania la camorra.

L'origine della mafia sembra datare all'inizio dell'Ottocento. Dapprima fenomeno delinquenziale confinato alle campagne siciliane, la mafia, sfruttando violenze, omertà, favoritismi, corruzione, infiltrazioni nella pubblica amministrazione, si è diffusa anche nei grandi centri e nelle città, estendendo il proprio condizionamento e il proprio potere sulle varie attività commerciali e imprenditoriali, principalmente nel settore delle costruzioni e della speculazione edilizia, sfruttando allo scopo il controllo sugli appalti pubblici.

A partire dagli anni Settanta, le mafie hanno allargato il proprio raggio d'azione a una miriade di attività illegali e lucrose. In primo piano, il traffico di droga.
Oggi la mafia si occupa anche di attività finanziarie. Sono lontani i tempi dell'oleografia che ritraeva il mafioso con coppola e lupara. Oggi la mafia porta il colletto bianco, si annida nelle professioni e nelle banche, siede nei consigli di amministrazione. 

Inquietanti e complessi sono i legami che la mafia intrattiene poi con il potere politico, attraverso il voto di scambio e la corruzione. Ne aveva già parlato in alcuni suoi libri profetici, come ad esempio il romanzo Todo modo, uno dei maggiori autori del nostro Novecento, lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, che all'analisi del fenomeno mafioso dedicò molte sue opere narrative. E ogni tanto i giornali più autorevoli e informati rilanciano l'accusa, cui è difficile non dare credito, che gli interessi della mafia trovino ampia rappresentanza addirittura in Parlamento.

La mafia occupa un posto di rilievo nella storia dell'Italia contemporanea. Gli efferati assassini di alcuni autorevoli rappresentanti dello Stato, tra gli anni Ottanta e Novanta, dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa all'onorevole Pio La Torre, ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nonché l'uccisione di meno noti, ma altrettanto valenti giudici, poliziotti, carabinieri, politici, giornalisti, imprenditori, hanno gettato l'opinione pubblica nello sconcerto e nell'angoscia. C'è stata e c'è tuttora nel Meridione una reazione di ripulsa, di condanna e di riscatto, specialmente tra le giovani generazioni, verso la violenza illegale e omicida delle organizzazioni mafiose, che lascia ben sperare per il futuro.

Proprio uno scrittore giovane e coraggioso, come Roberto Saviano, ha pubblicato un libro, Gomorra, in cui ha denunciato i meccanismi attraverso cui la mafia campana, la camorra, controlla il territorio. Il libro è diventato un best seller tradotto in tutto il mondo. Ne è stato tratto un film di successo visto da milioni di spettatori. Oggi Saviano vive sotto scorta, ma il notevole interesse nei suoi confronti dimostrato dal pubblico, che lo ha eletto a proprio beniamino, è un segnale di cambiamento molto positivo.

La mafia, come un virus patogeno, si infiltra nel tessuto sano dell'economia e della società. Impedisce il normale funzionamento dei meccanismi economici, come la concorrenza e il mercato, che garantiscono efficienza e ricchezza. L'assenza di legalità tiene lontani dal Meridione investitori e turisti e contrasta il normale svolgimento della vita politica e civile. La selezione della classe dirigente avviene per affiliazione e non per merito.

La mafia è un fenomeno articolato che non si combatte, a mio avviso, soltanto sul piano militare. La mafia trionfa su un terreno di collusioni e di consenso. Nelle regioni in suo potere, essa si sostituisce allo Stato, garantendo talvolta ordine, aiuto e protezione. Le mafie si sono sviluppate, in parte, proprio sfruttando la diffidenza della popolazioni meridionali nei confronti dello Stato, uno Stato che al Sud è vissuto ancora come estraneo e vessatorio.

Per battere la mafia occorre principalmente, secondo me, ma anche secondo il parere di eminenti studiosi, ripristinare una cultura della legalità, far capire che il rispetto delle regole porta ordine, pace, progresso, sviluppo e ricchezza. Dimostrare che la diffusione di un maggiore senso civico è nell'interesse di tutti, favorendo un miglioramento generale della qualità della vita.

Oggi che la mafia si sta spostando pericolosamente sempre più a nord, perché sembra ormai trovare ovunque un terreno favorevole, la questione della legalità non tocca soltanto le gente del sud, ma ci tocca ormai tutti sempre più da vicino. Se tutti noi italiani non sapremo liberarci dai nostri vizi atavici e diventare al più presto "buoni cittadini", credo si preparino per tutti tempi molto difficili e calamitosi.

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Pagina aggiornata il 11.04.10
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