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La dipendenza da internet

Internet rappresenta la più grande rivoluzione del nostro tempo. Una rivoluzione che ha cambiato abitudini e stili di vita consolidati. Una trasformazione che è ancora ben lontana dall'essersi conclusa e che apre scenari sempre nuovi e affascinanti.

Se pure ha introdotto considerevoli comodità e miglioramenti nelle nostre vite, internet, tuttavia, sembra costituire anche un pericolo. Navigare tra le pagine del Web richiede grande prudenza. Come nella vita vita reale, anche su internet possiamo venire in contatto con adescatori e criminali, possiamo cadere vittime di truffe, prepotenze e raggiri, possiamo rovinarci economicamente col gioco d'azzardo.
Al di là di tali esperienze negative, internet, soprattutto, ha cambiato il nostro modo di entrare in contatto col mondo. Che non avviene più in modo diretto, corporeo, scontrandosi con la concretezza di persone ed oggetti, ma in modo indiretto, attraverso la mediazione del computer, davanti al quale siamo sempre più soli a vivere le nostre ovattate esperienze virtuali.

Talvolta invece di moltiplicare le nostre capacità e possibilità, il computer genera allora alienazione e distacco dalla realtà. Diventa un mezzo che favorisce il ripiegamento su se stessi, un accogliente rifugio dove ripararsi dalla paura di affrontare il mondo reale. Diventa come la bottiglia per l'alcolizzato, qualcosa di cui non riusciamo più a fare a meno, che interferisce con lo svolgimento soddisfacente della nostra vita quotidiana, con lo studio, gli amici, lo sport, gli affetti.

Il primo a parlare di dipendenza da internet è stato uno psichiatra statunitense, Ivan Goldberg, della Columbia University, nell'ormai lontano 1995. Con un intento quasi provocatorio verso la comunità scientifica, chiamò la "tossicomania" da connessione, capace, a suo avviso, di ingenerare vere e proprie sindromi da astinenza, Internet Addiction Disorder (IAD).

Anche se non c'è accordo unanime su tale categoria diagnostica, sono sorti anche in Italia da qualche anno i primi, frequentatissimi ambulatori per la cura della dipendenza da internet. I principali sintomi dell'abuso della rete paiono essere: eccessiva stanchezza, alterato ritmo sonno-veglia, perdita di appetito, calo del rendimento scolastico o lavorativo, diminuito senso della realtà. In generale, compromissione della vita relazionale, sociale e professionale.

Anche se non è ancora chiaro se sia la rete a far ammalare o se internet evidenzi disturbi della personalità già presenti, il modo per superare un possibile rapporto distorto col computer passa attraverso il coinvolgimento della famiglia e la capacità di empatia e di ascolto da parte di genitori ed educatori. E, finalmente, passa dalla capacità del singolo di elaborare un pensiero critico, che tenga conto della complessità e ambivalenza del rapporto tra uomo e tecnologia.

"Generazione touch screen", "nativi digitali", "generazione dello zapping", bambini, adolescenti e giovani di oggi in genere conoscono le nuove tecnologie meglio di genitori e di insegnanti. Forse pensano addirittura in modo diverso rispetto alle generazioni passate. I loro processi cognitivi sono più veloci e il loro quoziente di intelligenza più elevato. Vivono immersi in un mondo virtuale che sarà il mondo, forse migliore, di domani.

La tecnica ha senz'altro degli aspetti oscuri di cui tenere conto, tuttavia sarebbe assurdo, a mio parere, criminalizzare l'uso dei computer, così come allargare categorie diagnostiche e magari appiccicare etichette psichiatriche a persone del tutto sane. Sarà probabilmente attraverso il computer che domani troveremo lavoro, risolveremo problemi  e organizzeremo politica e istituzioni. Lo sviluppo dei social network (Facebook, Twitter, My Space e affini) ci dimostra che persino la nostra vita di relazione può trarre benefici dall'uso della rete. L'informatica è il nostro futuro.

Lo sviluppo di un corretto pensiero critico non nasconde perciò i pericoli dell'uso della rete, ma non li enfatizza e soprattutto non ignora  i pericoli di una medicina, come quella contemporanea, tesa ad incrementare clienti, consumi e profitti. Non sottovalutiamo, dunque, i pericoli del Web, ma non creiamo malati "immaginati", in nome di un concetto di normalità troppo rigido e unilaterale.

Riferimenti bibliografici:
"Internet: un rischio o un'opportunità?", in Figli Felici, 14 dicembre 2010
Bobbio, M., Il malato immaginato. I rischi di una medicina senza limiti, Torino, Einaudi, 2010
Cantelmi, T., Talli, M., "Internet Addiction Disorder. Usi e abusi della 'rete delle reti'" in Psicologia contemporanea, novembre-dicembre 1998, n.150, pp. 4-11
D'Amato, M., "Generazione touch screen" in Psicologia contemporanea, maggio-giugno 2012, n. 231, pp. 28-31
Ferri, P., Nativi digitali, Milano, Bruno Mondadori, 2011
Tonioni, F., Quando internet diventa una droga. Ciò che i genitori devono sapere, Torino, Einaudi, 2011

 

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Pagina aggiornata il 18.10.12
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