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La "Terra dei fuochi": danni ambientali ed ecomafie

Ne parlò Roberto Saviano nell'ultimo capitolo del suo bestseller Gomorra, pubblicato nel 2006. Esiste un territorio, compreso tra Caserta e Napoli, di quasi trecento chilometri quadrati di estensione, che detiene il triste primato mondiale del maggiore carico di rifiuti, tossici e non tossici, sversati illegalmente. Questo inquietante perimetro geografico viene significativamente denominato "Terra dei fuochi",  perché ci sono roghi sempre accesi di rifiuti illegali.

Nel 1997, ma la dichiarazione è stata resa pubblica soltanto da pochi mesi, il pentito Carmine Schiavone, del clan dei Casalesi, disse: "Non solo Casal di Principe, ma anche i paesi vicini sono stati avvelenati. Gli abitanti rischiano di morire tutti di cancro, avranno forse vent’anni di vita". Un drammatico avvertimento che però le autorità hanno per anni fatto passare sotto silenzio.

E' del novembre 2013 la copertina dell'Espresso, che fece talmente tanto clamore da indurre alcuni amministratori a chiedere il sequestro del settimanale. Il titolo choc dell'Espresso era: " Bevi Napoli e poi muori". Gli articoli interni del giornale davano ampio risalto a uno studio dettagliato commissionato dal comando US Navy di Napoli, che lanciava l'allarme sanitario, documentato da dati oggettivi e inoppugnabili, circa la tossicità per i militari americani e per tutta la popolazione di acqua, aria, e terreno di alcune zone campane avvelenate da uno scellerato smaltimento dei rifiuti.

A fine aprile 2014 giunge la notizia della morte di un poliziotto, Roberto Mancini, impegnato nella lotta alla criminalità dedita allo smaltimento illegale di rifiuti tossici, colpito da un tumore, il linfoma di Hodgkin, generato verosimilmente dal contatto prolungato con i veleni degli inquinanti, su cui indagava.

La "terra dei fuochi" si profila, dunque, come l'ennesima "emergenza" nazionale. Finalmente l'opinione pubblica e i media sembrano dedicare a questo disastro ambientale tutta l'attenzione che merita.

In conclusione, è emerso che il traffico illegale di rifiuti genera immensi profitti illegittimi alle organizzazioni criminali, più ancora del traffico di stupefacenti. Si tratta, inoltre, di un'attività poco rischiosa, in quanto le pene previste dai codici sono particolarmente miti e le possibilità di finire in galera trascurabili.

Ma le organizzazioni criminali, la camorra in questo caso, sono solo uno degli anelli che costituiscono la catena del problema. A monte ci sono aziende, principalmente chimiche e siderurgiche, specialmente del nord del Paese, che trovano estremamente vantaggioso affidare alle mafie lo smaltimento dei rifiuti tossici che producono. In questo modo le imprese abbattono i costi e diventano più competitive sul mercato, anche se si tratta di concorrenza sleale e criminale. Infine ci sono collusioni, fitte, torbide ed oscure, tra mafia, politica e imprenditori, che creano insieme un blocco di interessi difficilmente aggredibile.

Nella società dei consumi, lo smaltimento dei rifiuti è diventata un'attività estremamente interessante e lucrosa. Per questo si è coniato il neologismo di "ecomafia" per designare quel  "settore della criminalità organizzata che gestisce attività illecite di dannoso impatto ambientale (smaltimento dei rifiuti tossici, costruzione di insediamenti industriali e abitativi abusivi, inquinamento delle falde acquifere per effetto di sostanze industriali di scarto, ecc.)", secondo la definizione del vocabolario Treccani.

Le ecomafie, in Italia, non agiscono soltanto in Campania, come testimonia drammaticamente Terra venduta, il libro inchiesta di Claudio Cordova, un giovane reporter calabrese, uscito nel 2010 presso un piccolo editore locale, Laruffa. Terra venduta ci parla degli scempi ecologici compiuti fuori e dentro la Calabria ad opera della 'ndrangheta: navi che affondano misteriosamente al largo di mari e oceani, morti sospette, intrecci di loschi interessi economici e truffe assicurative che coinvolgono multinazionali, aziende locali, servizi segreti deviati, oscuri faccendieri e insospettabili governi. E ancora: rifiuti tossici che finiscono interrati nel letto dei fiumi, accatastati in discariche abusive vicine alla costa, oppure che prendono la via dell'Aspromonte. Materiale tossico non trattato che viene riversato nelle acque marine, ma che può essere pure impiegato per asfaltare strade o come materiale da costruzione, nelle fondamenta delle case e persino nella edificazione di scuole e altre importanti strutture pubbliche, attentando così alla salute di bambini, studenti, gente comune. A tali misteri, spesso soltanto intuiti, seguono faticose indagini che durano anni e insabbiamenti inspiegabili e repentini.

In Campania come in Calabria, in Sicilia come in Puglia e nel basso Lazio, le ecomafie adottano gli stessi sistemi ovunque. Mischiano lo smaltimento dei rifiuti urbani a quello delle scorie industriali, arsenico, cromo, mercurio e molte altre sostanze letali, non escluse le scorie radioattive e utilizzano discariche abusive e cantieri aperti per occultare nel suolo tonnellate di rifiuti i cui effetti sulla salute della popolazione durano decenni. Assoldano camionisti, non di rado persino tra i ragazzi appartenenti alla manovalanza della criminalità locale, che, per pochi denari, diventano di frequente le prime vittime dei loro carichi tossici. Come, nella Terra dei fuochi, successe nel 1991 a Mario Tamburrino, il camionista quasi bruciato vivo dal contatto con le sostanze pericolose che trasportava.

Legambiente ha dedicato alla Terra dei fuochi un recente ed esaustivo dossier, in cui  chiede che sia rafforzata l'attività di controllo, prevenzione e contrasto delle attività illegali di smaltimento dei rifiuti; vengano mappati con precisione i siti inquinati e si proceda al campionamento dei prodotti alimentari provenienti da queste aree; siano stanziate delle risorse economiche da destinare alla bonifica dei siti inquinati.

Il problema dei disastri ambientali e dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici non è soltanto un problema economico e sanitario, ma è un problema che chiama in causa le nostre coscienze, il nostro scarso senso civico e la nostra appartenenza a una comunità. E' un problema principalmente etico che confligge tragicamente con la mentalità grettamente individualista e amorale dell'italiano medio..E' una questione di repressione, ma anche (e soprattutto) di educazione.

I tempi sono maturi affinché le campagne per la salubrità dell'ambiente e la cultura ecologista che permeano ormai la mentalità di ciascuno di noi non siano soltanto idee alla moda da sventolare in società, ma si trasformino in decisioni a vera tutela dei cittadini.

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Pagina aggiornata il 15.06.14
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