"La scuola! La scuola! La scuola!". Con slogan di questo tenore, roboanti quanto generici, i leader politici più à la page arringano gli elettori. A sentir loro abbiamo bisogno di più scuola per incrementare il PIL, migliorare il nostro benessere materiale e spirituale, vincere le sfide globali che ci attendono. Abbiamo pochi diplomati rispetto ai Paesi concorrenti e pochissimi laureati - ripetono quotidianamente.

Intanto aumenta nel nostro Paese (ma si tratta di una tendenza globale) il numero di disoccupati "intellettuali"; negli Stati Uniti sempre più persone non riescono a pagare i debiti contratti per pagarsi un'istruzione di "alto livello", presso le università più prestigiose, poiché non riescono ad accedere alle carriere sperate; il tasso di abbandono scolastico rimane, nel nostro, ma anche negli altri Paesi sviluppati, molto alto. Infine i test di apprendimento, cui vengono periodicamente sottoposti diplomati e laureati, forniscono quasi sempre risultati deludenti.

Insomma, i sistemi scolastici sono in crisi, e non è somministrando più scuola che otterremo necessariamente risultati migliori. È possibile che troppa scuola, come profetizzava già nel secolo scorso il filosofo e pedagogo Ivan Illich, produca ignoranza.

Sembra un paradosso, ma non è così. Malgrado le numerose riforme, la scuola ha conservato un impianto ottocentesco: la lavagna, i banchi, la cattedra. Il mondo corre, con velocità e trasformazioni sempre più incalzanti e la scuola si è via via appesantita, burocratizzata, standardizzata, ingessata. Un'istituzione autoreferenziale, in molti casi incapace di rispondere alle richieste della società.

La scuola uccide la creatività, scrive Ken Robinson, un leader riconosciuto nel campo dell'istruzione. Un'affermazione che sottintende molte più ampie conseguenze. La scuola può infatti in molte circostanze soffocare il talento, inibire la voglia di imparare, mortificare in troppi casi l'energia vitale e l'intelligenza, distruggere l'autostima delle persone.

Cambiare la scuola è compito tutt'altro che semplice. Nessuno ha la soluzione definitiva in tasca. Si tratta di procedere prudentemente, con riforme fatte di piccoli passi, per tentativi ed errori. Confrontando, paragonando, valutando esperienze diverse. Alcune linee di tendenza si stanno tuttavia profilando con sufficiente nitidezza.

Si tratta di modernizzare i contenuti, introducendo magari materie come il coding e l'educazione finanziaria. Che non significa tuttavia, espungere dalla scuola il greco e il latino (insegnati forse in modo diverso) e le altre materie umanistiche. Tutt'altro. Si insegnino pure la scienza e le tecnologie, ma l'empatia, la competenza a vivere, l'educazione sentimentale ed emotiva, lo stesso sviluppo dello spirito critico devono molto alla letteratura, alla filosofia, alla storia, alla pedagogia. Fondamentale è soprattutto personalizzare l'insegnamento, lasciando ampia libertà di scelta gli studenti.

Malgrado la resistenza di molti insegnanti e dirigenti, la scuola ha bisogno di aprirsi al mondo esterno, all'universo del lavoro, delle professioni, dell'arte e della cultura. Non è vero che la scuola migliorerebbe se i genitori degli studenti venissero tenuti alla larga. La scuola è un'istituzione al servizio degli studenti e delle loro famiglie. Non ha proprio senso tenere fuorigioco la componente più importante. Sono, per dirla all'inglese, stakeholder a pieno titolo. Avere un po' di fiato sul collo da parte delle famiglie, un po' di controllo, non può che far bene alle performance scolastiche. Non vanno accettate, invece, le interferenze grevi o le minacce e le aggressioni. Ma laddove i servizi funzionano, gli utenti hanno sempre voce in capitolo. Che non vuol dire che abbiano sempre ragione.

La pandemia, causata dal coronavirus, ha messo in luce che tanti cambiamenti possono essere messi in atto in poco tempo, basta volerlo. Molti insegnanti, spinti da una forte motivazione e da un'alta coscienza etica, hanno continuato a seguire i propri allievi a distanza, con risultati non di rado incoraggianti. Sabotare la scuola digitale, come sembra il proposito di alcune frange corporative, non mi sembra un'idea progressista. I ragazzi che vanno oggi a scuola vivono immersi nel mondo digitale, sono perennemente connessi. La scuola non può continuare a proclamarsi avulsa, separata dalla vita vissuta.

L'apprendimento tramite gli strumenti digitali, se ben progettato, può essere persino più piacevole e interattivo che non l'apprendimento in classe. Nei giorni del coronavirus abbiamo invece assistito a una difesa ad oltranza della scuola in presenza, alla celebrazione della "mistica della presenza". Come se tutti noi non avessimo fatto esperienza della noia che le lezioni tradizionali riescono in troppi casi ad ingenerare. È comprensibile che i cambiamenti incutano paura, ma il mondo è in eterno divenire, le professioni pure: bisogna farsene una ragione. Chiaramente l'uso di strumenti digitali va calibrato sull'età degli allievi: più questa è bassa, più la scuola in presenza è importante.

In ultima analisi nessuno se la può prendere con gli insegnanti: ci sono persone molte colte che insegnano, preparate, coscienziose, consapevoli del loro ruolo. Spesso poco gratificate dal punto di vista economico. Spesso alle prese con una gioventù "difficile", i cui comportamenti sono resi ancora più ingestibili dal senso di costrizione che l'istituzione scolastica trasmette. Ci sono tra i docenti presenze insostituibili, insegnanti che lasciano il segno, capaci di cambiare positivamente la vita dei propri allievi. Le testimonianze non mancano. Ma tali presenze, come già avvertiva Nietzsche nella sua analisi sulla scuola, non costituiscono mai la maggioranza.

Stiamo andando probabilmente verso un cambiamento del ruolo dell'insegnante, non più principalmente dispensatore di nozioni (che si possono reperire ormai altrove con facilità), ma tutor, facilitatore dell'apprendimento. L'insegnamento sembra destinato a trasformarsi in un lavoro di cura. Non mi sembra uno svilimento del ruolo. I contenuti possono essere trasmessi e assimilati ormai in molti modi. Molto possono fare (come hanno fatto in pochissimo tempo nei giorni del Covid) la televisione e la radio attraverso canali tematici, con la produzione di contenuti culturali di alto livello, accattivanti, appassionanti. Molto può fare internet e moltissimo possono fare le scuole, coinvolgendo gli studenti stessi.

A mio avviso, l'accento non va posto sulla scuola, ma sull'apprendimento, sui discenti e non più sui docenti. Incoraggiando esperienze diverse: la homeschooling, la unschooling, le charter school, le varie comunità di apprendimento che stanno sorgendo, sia pur tra mille difficoltà, in varie parti del mondo. Penso a un modello come la scuola di Barbiana di don Milani, ma anche ad esperienze più recenti come la Città dei Ragazzi, promossa dallo scrittore Eraldo Affinati. Deve essere chiaro che non si apprende soltanto a scuola, in aula, ma ovunque, nella vita, sul lavoro (il pragmatico learning by doing), nelle biblioteche, negli incontri con persone particolarmente intelligenti e creative, osservando la natura, facendo esperienza del mondo. Ci si autoforma sui libri, al computer, persino sui videogiochi. Non tutto quello che si impara deve necessariamente essere insegnato in un'aula da una figura professionale adibita allo scopo.

Andiamo incontro ad una trasformazione radicale del mondo del lavoro. I futurologi profetizzano che nei prossimi decenni non soltanto si modificherà profondamente il mondo del lavoro e nasceranno professioni che ancora non conosciamo, ma ciascuno di noi dovrà cambiare occupazione diverse volte nel corso della propria esistenza. È semplicemente anacronistico riservare il periodo della formazione all'adolescenza e alla giovinezza. L'educazione e la formazione già da oggi devono essere continue e permanenti. L'educazione degli adulti dovrà assumere un rilievo sempre più grande, per consentire ai cittadini di migliorare le proprie chance di occupazione e la propria qualità di vita. Bisognerà riservare agli adulti spazi e tempi sempre maggiori da dedicare al miglioramento della propria istruzione.

Un'ultima considerazione sul valore legale del titolo di studio. La proliferazione di certificazioni di vario tipo, che in assenza di altri requisiti permettono l'accesso a determinate carriere, ha creato il dominio della mediocrità, la cosiddetta mediocrazia, secondo la definizione dello studioso francese Daneault.
Abolendo il valore legale del titolo di studio (mantenendolo soltanto per alcune professioni) elimineremmo quel fenomeno che porta a studiare solo in vista del conseguimento del pezzo di carta e non per una sincera vocazione. Persone che appena terminano il loro ciclo di studio, non aprono più un libro, non leggono una rivista, non si aggiornano, non migliorano la comprensione di se stessi e del mondo. Analfabeti di ritorno che provocano disastri quando occupano posizioni importanti.

Insomma è possibile che, parafrasando il premio Nobel dell'economia Joseph Stiglitz, ci stiamo incamminando verso una "società dell'apprendimento", purché - aggiungo io - riusciamo a liberarci dalla dittatura di una scuola conservatrice.