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La questione meridionale

Per "questione meridionale" si intende il dibattito circa le ragioni che avrebbero determinato e, con il trascorrere del tempo, aggravato la situazione di sottosviluppo economico e sociale del Mezzogiorno d’Italia, fin dal costituirsi dello Stato unitario.

Già all'indomani dell'Unità d'Italia, infatti, apparve subito chiaro che il divario economico, sociale e civile tra il Mezzogiorno e il Nord dell'Italia era notevole. Il Meridione si presenta caratterizzato da una struttura latifondista arretrata e scarsamente produttiva, da una vita culturale civile poco vivace, dalla miseria delle masse contadine, dal profondo distacco tra le città e le campagne, dalla carenza di una borghesia professionale e imprenditoriale. Ampie inoltre si presentano le zone infettate dalla malaria.
E non di rado il malcontento delle popolazioni meridionali sfocia nel brigantaggio.

I primi governi della Destra si limitarono a trattare la "questione meridionale" come se fosse un problema essenzialmente di ordine pubblico. La lotta al brigantaggio, alla criminalità mafiosa presente capillarmente sul territorio e alle tendenze separatiste fu condotta quasi esclusivamente attraverso la repressione militare. L'arretratezza del Sud era attribuita principalmente a fattori geografici e climatici e al pregresso malgoverno dei Borboni.

Le Lettere meridionali di Pasquale Villari, apparse sull’“Opinione” nel 1875, il saggio sulle Condizioni politiche e amministrative della Sicilia di Leopoldo Franchetti (1877), le analisi di Pasquale Turiello in Governo e governati in Italia, la cui prima edizione esce nel 1882, le inchieste di Sidney Sonnino e di Giustino Fortunato costituiscono forti denunce da parte di studiosi meridionali che tuttavia non incidono più di tanto sulla politica, sostanzialmente passiva, del governo circa le condizioni del Meridione. Per la verità qualche cosa si cerca di fare, attraverso finanziamenti straordinari per grandi opere pubbliche, come l'acquedotto pugliese.

A parte alcune opere di bonifica, il fascismo attua verso il Mezzogiorno una politica che continua quella dei primi governi postunitari. Da segnalare, nei primi decenni del Novecento, il fenomeno dell'emigrazione. Sono quattro milioni i meridionali che espatriano, nei primi quindici anni del secolo. L'emigrazione diventa l'industria più fiorente del Sud, grazie alle rimesse dei milioni di meridionali, che si sono stabiliti nelle Americhe.

La questione meridionale già dalla fine dell'Ottocento diventa oggetto di studio da parte di numerosi intellettuali e politici meridionali. Il cosiddetto "meridionalismo" non è altro che l’insieme degli studî storico-economici  relativi all’inserimento dell’Italia meridionale nella struttura politica, produttiva e culturale del Regno d’Italia. Ai titoli di alcuni testi fondamentali abbiamo accennato già qualche paragrafo sopra.

Facendo una rapida panoramica della letteratura meridionalista diciamo che Franchetti e Sonnino identificavano nelle condizioni dei contadini e nel permanere di una società feudale le cause dell'arretratezza del Sud, mentre un altro filone, di ispirazione radicale (Fortunato e Dorso), socialista (Salvemini), e cattolica (don Sturzo) si batteva contro il protezionismo, che favoriva l'immobilismo della grande proprietà latifondista. Era necessario, secondo questi autori, favorire un'organizzazione politica e sindacale delle masse contadine.

Più tardi, Antonio Gramsci indicava la possibile soluzione del problema meridionale nell'alleanza tra i contadini del Sud e gli operai del Nord. Francesco Saverio Nitti auspicava invece un intervento pubblico che stimolasse la modernizzazione industriale del Mezzogiorno.

Le idee di Nitti fecero scuola, al punto che un nuovo meridionalismo, con Saraceno e Rossi Doria, indusse i governi italiani del dopoguerra a mettere in atto una politica di interventi pubblici nel Mezzogiorno, dapprima con l'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno nel 1950, poi con la riforma agraria del 1952. Gli investimenti pubblici furono utilizzati per creare infrastrutture che favorissero lo sviluppo economico (trasporti, elettrificazione, migliorie fondiarie, rete idrica, istruzione).

Migliaia di meridionali intanto emigrano per andare a lavorare negli stabilimenti industriali nel Nord, contribuendo significativamente alla realizzazione del cosiddetto "miracolo economico italiano" degli anni Cinquanta-Sessanta.

Gli anni Sessanta e Settanta videro un'ulteriore fase politica di industrializzazione del Mezzogiorno con la creazione di grandi poli industriali soprattutto pubblici (Napoli; Bari-Brindisi-Taranto; Augusta-Siracusa-Gela; Ottana-Porto Torres). Gli interventi straordinari effettuati non diedero gli effetti sperati e non determinarono la nascita di un tessuto imprenditoriale esteso. I grandi impianti industriali realizzati vennero chiamati con lo sconfortante appellativo di "cattedrali nel deserto".

Gli anni Ottanta vedono crescere ulteriormente il divario economico e sociale tra Settentrione e Meridione. Monta anzi una polemica accesa sul carattere assistenzialistico degli interventi statali al Sud, che crea solo un sostegno ai consumi senza determinare un autentico sviluppo economico. Al contrario, contribuisce ad alimentare torbidi intrecci affaristico-clientelari, che servono esclusivamente a procurare consenso alla classe politica locale e nazionale.

Nel 1986 la Cassa per il Mezzogiorno fu sostituita da un’Agenzia per la promozione dello sviluppo nel Mezzogiorno, i cui risultati però non furono migliori e alla fine fu anch’essa soppressa, con il passaggio delle competenze sul Meridione al ministro del Bilancio.

Negli anni Novanta, mentre cresce la tensione e addirittura l'insofferenza del Nord  verso le esigenze del Mezzogiorno, in seguito anche alle stragi di mafia (per esempio l'assassinio dei giudici Falcone e Borsellino e dei poliziotti della loro scorta) sembra maturare, in una parte almeno della società meridionale, una nuova coscienza civile, capace di ribellarsi ai consueti meccanismi regressivi della vita civile ed economica. Soprattutto sembra sia maturata la consapevolezza che il rinnovamento della società meridionale dipende più dalla mobilitazione delle energie e delle volontà dei cittadini del Sud, che non dagli aiuti di Stato.

Oggi, nell'epoca della globalizzazione, dell'economia della conoscenza, dei distretti e delle Reti appare all'orizzonte un meridionalismo nuovo, pragmatico, meno dirigista e più attento alle peculiarità positive che il Sud può esprimere, alle potenzialità che, fra luci e ombre, la società civile meridionale manifesta.

Riferimenti bibliografici:

Barbagallo. F., La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi, Bari-Roma, Laterza, 2013
Bocca, G., La disunità d'Italia. Per venti milioni di italiani la democrazia è in coma e l'Europa si allontana, Milano, Garzanti, 1990
Voce "questione meridionale", Enciclopedia della Storia Universale De Agostini, Novara, 1993
Macry, P., Unità a Mezzogiorno. Come l'Italia ha messo assieme i pezzi, Bologna, Il Mulino, 2012
Petraccone, C., Le due civiltà. Settentrionali e meridionali nella storia d'Italia dal 1860 al 1914, Bari-Roma, Laterza, 2000
Ruffolo, G., Un paese troppo lungo. L'unità nazionale in pericolo, Torino , Einaudi, 2011

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Pagina aggiornata il 14.06.15
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