Uno spettro si aggira sull'Occidente: il politicamente corretto. Si tratta di una forma di conformismo che, anziché trarre origine dalle tradizioni e dai pregiudizi del passato, attinge al progressismo, a una visione soltanto in apparenza innovativa del mondo e delle relazioni interpersonali, soprattutto si rifà alle idee alla moda.

Secondo il professor Eugenio Capozzi, che al fenomeno ha dedicato un libro, il politicamente corretto, radicatosi negli ultimi cinquant'anni di storia economica, politica e culturale dell’Occidente, rappresenta l'”ortodossia ideologica, linguistica e culturale dominante”.

Sorto sulle ceneri del tramonto delle ideologie, il politicamente corretto è una categoria del pensiero che caratterizza principalmente le classi istruite, i giovani che frequentano le università, i loro insegnanti, gran parte della classe dirigente delle nazioni più ricche e tecnologicamente avanzate.

Permea i discorsi che animano i salotti televisivi; i talk show politici, le trasmissioni culturali, i film e le serie televisive, l'intrattenimento cosiddetto intelligente, le tirate retoriche degli ospiti snob. Si tratta spesso di una chiacchiera superficiale, prevedibile nei suoi sviluppi, zeppa di luoghi comuni genericamente umanitari, sempre utili per fare carriera o per ottenere consenso.

Gli adepti all'ideologia considerano l'Occidente responsabile di tutti i mali dell'umanità, l'uomo (specialmente “il maschio”) bianco colpevole di ogni nefandezza, mentre crede che diversi, oppressi e minoranze siano sempre superiori ipso facto, almeno sotto l'aspetto morale, ai loro presunti persecutori. Il relativismo morale del politically correct è in verità assoluto e passa sotto silenzio crimini e violazioni dei diritti umani, quando vengono compiuti da culture e individui considerati vittime per antonomasia dell’oppressione.

Detentore della verità, il pensiero politicamente corretto appare asseverativo e impermeabile al dubbio e alla critica. Un pensiero totalitario e dogmatico, che mette alla berlina chi non rispetta l'ortodossia e che diffida le persone dal farsi domande, perché già in possesso di tutte le giuste risposte.
In nome del rispetto verso supposte vittime della civiltà occidentale, il politicalcorrettismo vieta, censura, scomunica, esclude, delegittima, isola. Costruisce un proprio immaginario popolato da eroi e reprobi, incensati o esposti al pubblico ludibrio sui media.

Ed ecco che in alcuni campus universitari si mettono al bando le opere di Shakespeare e di altri classici antichi e moderni per imporre lo studio di oscuri autori di scarso talento. Si arriva a coprire statue e quadri per non offendere la sensibilità di altre culture - cosa che in Occidente è successa soltanto nel periodo più buio della Controriforma. Si propongono quote nei consigli di amministrazione, basati sul genere o sul colore della pelle, prescindendo dai meriti dei singoli individui prescelti.

Altri capisaldi del politicamente corretto sono: il multiculturalismo, la convinzione di poter estirpare ogni forma di violenza dalla società e dal mondo, un generico pacifismo di superficie, il terzomondismo, l'ecologismo apocalittico, il femminismo oltranzista, l'incoraggiamento di un atteggiamento vittimista, la trasformazione di ogni desiderio in diritto, l'individualismo esasperato. Nel suo irenismo, il politically correct concepisce un'idea armonica e idilliaca di società, che non è mai esistita: un Eden - il "mondo nuovo" prefigurato dai dottrinari del politicamente corretto - privo di conflitti ideologici, etnici o religiosi.

Una delle declinazioni più famose del politicalcorrettismo è la figura del radical chic, il raffinato esponente di una élite economica e culturale che flirta con l'estremismo politico di sinistra, un rivoluzionario da salotto insomma.

Nel suo ottimismo e nella sua ingenua aspirazione a un mondo perfetto, che non si piegano a nessuna verifica di realtà, il seguace del pensiero "politicamente corretto" assomiglia al Candido, protagonista dell'omonimo romanzo di di Voltaire.

Per completezza va ricordato che, per contro, i sostenitori del politicamente corretto negano che esso sia una forma di censura, ritenendolo invece un modo per combattere le discriminazioni e promuovere il rispetto e l'inclusione. Inoltre, sostengono che il politicamente corretto non è arbitrario, ma piuttosto basato su principi di equità e giustizia sociale. Infine, ritengono che il politicalcorrettismo non sia una forma di conformismo, ma piuttosto un modo per promuovere la diversità e il pluralismo.

In conclusione, la questione del politicamente corretto, per quanto sotto molti aspetti inquietante, è una materia complessa e non esiste una verità condivisa. È quindi importante che ognuno consideri le diverse prospettive e argomenti coinvolti prima di formarsi un'opinione necessariamente articolata, in attesa che la storia ci consegni, in futuro, un verdetto definitivo.

Riferimenti bibliografici:
AAVV, Non si può più dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture, Torino, UTET, 2022
A. Bloom, La chiusura della mente americana, Milano, Frassinelli, 1988
E. Capozzi, Politicamente corretto. Storia di un'ideologia, Venezia, Marsilio, 2018
A. Finkielkraut, L'identità infelice, Parma, Guanda, 2015
J. Friedman, Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime, Milano, Meltemi, 2018
R. Hughes, La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, Milano, Adelphi, 2013
C. Rizzacasa D'Orsogna, Scorrettissimi. La cancel culture nella cultura americana, Roma-Bari, Laterza, 2022
E. Vogelin, Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, Milano, Rusconi, 1990
Voltaire, Candido o l'ottimismo, Milano, Feltrinelli, 2013
T. Wolfe, Radical chic. Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto, Roma, Castelvecchi, 2014