“Io non ho paura di niente”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare una frase di questo tipo. Ed è inutile che neghiamo di provare istintivamente un sottile moto di invidia per chi si sente così sicuro nell’affrontare il mondo, per l’uomo “che l’ombra sua non cura, che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro”, per dirla con un famoso verso del Montale degli Ossi di seppia.

“Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola” rincara il Giulio Cesare di Shakespeare, un autore, il drammaturgo inglese, sempre molto efficace nel descrivere le passioni umane e nel tracciare verità eterne.

Eppure io sono convinto che non esista nessun essere umano libero completamente dalla paura. Persino i testi di medicina indicano nella paura un fenomeno fisiologico normale, con un suo valore adattivo innegabile: chi ha paura si saprà tutelare meglio dai pericoli dell'ambiente in cui vive, li riconoscerà e li fuggirà e avrà in tal modo un indiscutibile vantaggio competitivo ed evolutivo rispetto a chi non avverte le minacce del mondo esterno.

Alcuni autori arrivano a teorizzare che tutta la storia dell’uomo si è sviluppata essenzialmente per arginare la paura, per esorcizzarla, per edificare la sicurezza e la civiltà. La paura, dunque, diventa levatrice di progresso.

Non solo il mondo esteriore può essere avvertito dall’uomo come fonte di angoscia, ma anche quello interiore. E pure nel caso dell’angoscia interiore, chiediamoci: quante opere letterarie di valore, quanti testi filosofici di uomini di ingegno sono stati scritti come reazione all’angoscia interiore?

E’ vero, la paura, con il corredo di ansie che l’accompagna, può diventare un'emozione davvero penosa, può mutarsi facilmente nel panico che ci paralizza, può trasformarsi nella “paura di avere paura”, nella fobia, può crearci molta sofferenza e piccoli o grandi intralci nello svolgimento della vita pratica, persino nelle più banali attività della vita quotidiana, può renderci meno efficienti nel lavoro, meno “funzionanti” secondo i criteri del “principio di prestazione” dominante nella società occidentale contemporanea.

È una questione di gradi di intensità. E’ indubbio, tuttavia, che la paura ci renda estremamente sensibili e, per così dire, psicologici. La paura, con gli affanni che ci procura, ci avverte che nel nostro rapporto con il mondo qualcosa non va. Come la verga del rabdomante o come il più moderno metal detector, ci segnala un pericolo, che c’è qualcosa di sbagliato nella nostra esistenza, che certe situazioni ci mettono a disagio, ci procurano malessere. E spesso non siamo noi ad essere sbagliati, ma è il mondo esterno, che abbiamo magari interiorizzato, con le sue pretese cervellotiche, con i suoi giudizi sommari, con la superficialità delle opinioni alla moda, con i suoi ritmi meccanici, che ci determina uno spiacevole stato di apprensione, di timore, di inquietudine.

Scrive il narratore tedesco Hermann Hesse, in una delle riflessioni più significative che abbia mai letto sulla paura: "Si ha paura di mille cose, dei dolori, dei giudizi, del proprio cuore, del risveglio, della solitudine, del freddo, della pazzia, della morte... specie di questa, della morte. Ma tutto ciò è maschera e travestimento.
In realtà c'è una cosa sola della quale si ha paura: del lasciarsi cadere, del passo incerto, del breve passo sopra tutte le assicurazioni esistenti. E chi una volta sola si è donato, chi una volta sola si è affidato alla sorte, questi è libero. Egli non obbedisce più alla legge terrena, è caduto nella spazio universale e partecipa alla ridda delle stelle".
In breve, non dobbiamo temere la paura. Comunque ci vada nell'esistenza, al di là dei successi e dei fallimenti esteriori, dobbiamo essere consapevoli che la nostra vita conserverà sempre un significato e un valore, sarà degna di essere vissuta.

Non solo senza paura non si dà il coraggio, ma la paura ci motiva alla ricerca, esteriore ed interiore, è una spina nella carne che ci fa cercare il benessere e il vero perfezionamento, funge da forte agente attivatore dell’evoluzione personale.
Spesso la paura ci segnala che stiamo procedendo su una strada ingannevole, che il partner che frequentiamo non fa per noi, che il lavoro o lo studio che ci siamo scelti non costituisce la nostra vera vocazione, che i valori in cui crediamo sono falsi idoli, che la vita che conduciamo è inautentica.

Ecco perché allora non dobbiamo, a mio avviso, avere troppa fretta a soffocare la nostra paura nei farmaci, nelle droghe, nell’alcol, nel lavoro febbrile o persino in un eccesso di terapie psicologiche.
Le nostre paure ci stanno lanciando dei messaggi, che per quanto enigmatici, ci avvicinano al nostro nucleo più autentico e profondo: lasciamo con fiducia che vengano a noi e ascoltiamole!

Riferimenti bibliografici:
Balbi, R., Madre paura. Quell'istinto antichissimo che domina la vita e percorre la storia, Milano, Mondadori, 1987
Morelli, R., Caprioglio V., Vincere il panico, Milano, Mondadori, 2015
Oliverio Ferraris, A., Psicologia della paura, Torino, Bollati Boringhieri, 2013