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I Mondiali di calcio in Brasile

Il Brasile ospita i campionati mondiali di calcio 2014. Crocevia di razze, lingue e culture, il Brasile odierno è la sesta potenza economica mondiale, anche se il suo assetto sociale ed economico manifesta stridenti contraddizioni. Non solo la contrapposizione tra la povertà degli abitanti delle favelas e le proprietà dei ricchi milionari, ma anche tra un Pil in crescita e servizi e infrastrutture carenti. Mancano o funzionano male scuole, ospedali e trasporti pubblici. La corruzione è una piaga diffusissima, così come l'inquinamento delle grandi metropoli, la prostituzione minorile e il narcotraffico.
Tra il 2002 e il 2010 il presidente operaio Lula ha comunque fatto miracoli: ha traghettato circa 40 milioni di individui fuori dalla povertà e altri 40 nella classe media.

L'assegnazione dei mondiali di calcio e quella delle Olimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro sono espressione dell'unanime riconoscimento internazionale a un Paese che ha dimostrato di sapere uscire dalla minorità e dalla povertà.

In Brasile, come un po' anche da noi, il calcio è un rito, una religione, un simbolo dell'identità nazionale. Si pensa che persino il destino politico dell'attuale presidentessa Dilma Rousssef sarà almeno in parte condizionato dall'andamento delle prestazioni della nazionale verdeoro. Ottimismo e depressione sono i sentimenti estremi che animano i tifosi brasiliani in caso di vittoria o di sconfitta dei loro beniamini.

I mondiali di calcio sono uno spettacolo planetario attorno al quale ruotano interessi colossali. Il Brasile si aspetta molto dall'afflusso di turisti che porterà nelle proprie città milioni di persone provenienti da tutti i continenti. Il mondiale è una vetrina per promuovere l'immagine brasiliana nel mondo e fare conoscere luoghi e bellezze del Paese altrimenti sconosciuti. I grandi marchi internazionali poi, investono miliardi in pubblicità, promuovendo i propri prodotti ai consumatori. Affidandosi alle star del calcio internazionale come testimonial e ai media che trasmettono gli spot a ritmo frenetico, durante le partite, sulle televisioni di tutto il mondo.

Molti contestano tutto questo dinamismo commerciale e vedono nel calcio un modo per distogliere l'opinione pubblica dai problemi nazionali ed internazionali più importanti. Famosa è la definizione del calcio come oppio dei popoli e si prevedono, durante lo svolgimento della competizione, molte contestazioni e proteste di piazza, con tanto di scontri con la polizia da parte dei più svariati movimenti antagonisti, anarchici e black bloc inclusi.

Tuttavia è ingiusto relegare il calcio a "arma di distrazione di massa", a mezzo di istupidimento e di alienazione delle folle. Il calcio è un divertimento popolare che ha colpito, nei secoli, la sensibilità di poeti, scrittori, letterati, artisti, inducendoli spesso a scriverne o a rappresentare artisticamente il gesto sportivo. Ricordiamo Saba, Sereni, gli spagnoli Marias e Vasquez Montalban, l'argentino Osvaldo Soriano, Luciano Bianciardi, Manlio Cancogni, Valerio Magrelli, l'inglese Nick Horbny, il regista Pupi Avati.

Il calcio, il modo di giocare di una squadra, in particolare se è la rappresentativa nazionale, è anche genuina espressione della cultura di un popolo. Il modo di giocare cambia col passare dei decenni e mi piace pensare che assorba, negli schemi e nei movimenti dei giocatori in campo, la cultura e le idee del proprio tempo.

C'è poi, soprattutto, qualcosa di artistico e di unico, di non riproducibile, nel passaggio brillante di un centrocampista, nella parata strepitosa di un portiere, nello scatto irresistibile dell'ala, nel dribbling fantasioso del trequartista, nella rovesciata-gol del centravanti. L'andamento di una competizione sportiva è inoltre una narrazione infinita e imprevedibile, una trama dove possono succedere tante cose, anche che il più debole abbia ragione del più forte.

Godiamoci quindi, senza soverchi sensi di colpa, questi mondiali brasiliani, con la loro cornice paesaggistica incantevole ed esotica, con la loro aria di carnevale e di festa perenne, tra samba e balli, paillettes e musica struggente, belle ragazze e folle variopinte e chiassose. Mandiamo per una volta in soffitta gli intellettuali organici, quelli che marxianamente ci accusano di falsa coscienza ed esaltiamoci spensieratamente per le giocate di Messi e di Pirlo e per i gol di Gervinho e di Balotelli. Concedendoci magari, ammirando un tramonto, pur se televisivo, dalla spiaggia di Copacabana, di abbandonarci di tanto in tanto anche a una romantica e pensosa folata di saudade.

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Pagina aggiornata il 15.06.14
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