La rete internettiana vive principalmente dei contenuti prodotti dagli utenti, denominati anche "user genereted-content". Molti di questi contenuti sono pubblicati dai cosiddetti social media o social network. Si tratta di siti informatici che permettono la realizzazione di reti sociali virtuali. Testi, immagini, video e audio vengono prodotti e condivisi dagli utenti su specifiche piattaforme informatiche, che consentono nello stesso tempo alle persone di interagire tra loro. Le piattaforme più usate in Italia sono Facebook, Youtube, Twitter, Instagram, Pinterest, LinkedIn, Twitch, Whatsapp, Telegram e Snapchat, ma l'elenco è incompleto. Ogni social media ha le proprie caratteristiche e punta su contenuti specifici.

La diffusione dei telefoni smartphone ha determinato una crescita esponenziale delle persone che utilizzano i social. Si calcola che siano 35 milioni gli italiani attivi sulle "reti sociali" (59% della popolazione). Nel mondo sono circa 3,3 miliardi gli utenti che usano almeno un social. Numeri impressionanti, realizzati in pochi anni e che inducono quindi ad una riflessione sui benefici e sui limiti di queste nuove forme di comunicazione.

Se così tante persone usano i social network, è evidente che ci sono dei vantaggi. Tramite i social è possibile trovare lavoro, comprare, vendere o scambiare merce personale, intrecciare relazioni sentimentali o semplicemente amicali, informarsi sugli argomenti più diversi, dall'attualità alla letteratura, dalla filosofia alla scienza, aggiornarsi professionalmente, imparare abilità pratiche, assistere a conferenze, convegni, lezioni di ogni tipo, conversare, discutere ed esercitare tante altre attività utili. Sui social si sono persino organizzate rivolte popolari contro regimi autoritari. Le potenzialità di cui dispongono questi nuovi mezzi digitali sono dunque, almeno in apparenza, entusiasmanti.

Tuttavia sono sempre più numerose le voci critiche che da più parti si levano e che denunciano i pericoli che un uso intensivo di queste piattaforme determina. Per esempio i social distraggono le persone da attività più importanti. La smania di stare perennemente connessi - secondo qualcuno un'autentica dipendenza patologica - sembra stia impedendo alle persone di prestare l'attenzione e la concentrazione dovute allo studio, alla riflessione e alle relazioni familiari e intime. Molte sono le scuole che inibiscono agli studenti l'uso dello smartphone durante le ore di lezione. Numerosi pedoni, ciclisti e automobilisti incorrono in incidenti  gravi perché pretendono di digitare sul cellulare anche quando sono in marcia. Non è raro, oggigiorno, vedere nuclei familiari composti da persone che, pur trovandosi nella medesima stanza, non dialogano più tra loro: ciascuno se ne sta isolato a compulsare il proprio telefonino.

Ma i motivi che allarmano molti esperti di comunicazione digitale sono ancora più profondi. Secondo uno dei guru della Silicon Valley, Jaron Lanier, i social network manipolano subdolamente i nostri comportamenti e il nostro stesso modo di pensare. Stando connessi in continuazione noi forniamo alle grandi società informatiche una quantità impressionante di dati che non si sa bene come poi vengano usati e a chi vengano ceduti. In base a questi dati ognuno di noi, tramite specifici algoritmi e alla cosiddetta intelligenza artificiale, viene profilato con estrema precisione e quindi bersagliato di inserzioni pubblicitarie, che non sempre hanno soltanto lo scopo di venderci innocentemente dei prodotti, ma talora di modificare il nostro comportamento, secondo le intenzioni di specifici committenti.

Capisco che il messaggio di Lanier assomigli più ad un'elaborazione paranoica che alla realtà come la esperiamo quotidianamente, ma la sua grande esperienza nel mondo dell'informatica e alcuni fatti di cronaca sembrano avvalorare le sue ipotesi. Per esempio, durante le ultime elezioni presidenziali americane si è parlato di hacker russi che avrebbero cercato di manipolare l'elettorato. Probabilmente si tratta di una bufala, di una fake news. Non è importante. È significativo invece che tecnicamente sia possibile, oggi, manipolare e orientare le scelte dei cittadini. Pare sia facile per chiunque sia esperto di informatica creare bot, account falsi e messaggi mirati, al fine di influenzare le scelte di qualsiasi elettore. Tali attività possono costituire un pericolo per il funzionamento della stessa democrazia.
Insomma si verifica qualcosa che assomiglia a un racconto distopico di fantascienza, una sorta di 1984 orwelliano realizzato, ma ancora più angoscioso, con un Grande Fratello rappresentato dall'occhio sempre vigile delle grandi corporation informatiche.

Scendendo su un piano più inerente la vita quotidiana, i social network non sembra abbiano migliorato le relazioni tra le persone. Chi frequenta Facebook o Twitter con una certa assiduità, si rende presto conto che, più che lo scambio di idee ed esperienze, al fine di arrivare a una visione più articolata dei problemi e delle questioni pubbliche o private, non di rado gli scambi si risolvono in insulti triviali, in risse verbali, nelle cosiddette flame. Più che la ricerca filosofica della verità, domina la smania di prevalere, di sposare un'opinione e di difenderla ad ogni costo, anche oltre l'evidenza dei fatti. Il botta-e-risposta che caratterizza gli scambi verbali sui social favorisce l'immediatezza, la battuta pronta a scapito della ponderazione e dell'approfondimento.

Troppo spesso i social tirano fuori il peggio dalle persone, il turpiloquio, l'arroganza, il narcisismo, il sadismo. Prevale una modalità di relazione di tipo "branco". Le opinioni finiscono per polarizzarsi su due versioni contrapposte e inconciliabili. Le sfumature non vengono prese in considerazione. Esistono soltanto gli amici e i nemici. Purtroppo numerosi atti di bullismo, anche tra adulti, si verificano sul web (cyberbullismo), con il branco che infierisce su di una vittima designata. La cronaca ci ha informato di suicidi verificatisi in seguito a queste aggressioni online, fatte di violenza e di sarcasmo, su di una vittima designata.

Agli esordi, su internet si richiamavano gli utenti al rispetto della cosiddetta netiquette, si invitavano cioè le persone a comportarsi sul web in modo civile. Oggi di questo non c'è più traccia. Ciascuno sembra dare libero sfogo agli impulsi peggiori. È il trionfo degli hater. In un mondo che dà importanza più all'apparenza che alla sostanza è essenziale apparire glamour e vincenti. Nella società dello spettacolo quello che conta è il numero di follower e di like, è il proprio indice di gradimento, la popolarità. Riesce difficile alle persone originali, genuine e creative sottrarsi al dominio della maggioranza, che chiede ad ognuno di uniformarsi ai propri stereotipi e luoghi comuni. Parafrasando Nietzsche, chi si allontana dal gregge viene preso a cornate.

Allora che fare? Sarebbe opportuno che ciascuno di noi, quando avverte dentro di sé un senso di frustrazione, di insoddisfazione e di vuoto dopo aver interagito nei social, se ne allontanasse, diluisse la propria presenza, li utilizzasse parcamente e soltanto in merito alle loro valenze positive, per esempio per gli aggiornamenti di studio e di lavoro. Fare una passeggiata all'aria aperta, camminare nella natura, allontanarsi dall'assordante rumore del mondo e riflettere, in un silenzio di nuovo assaporato, magari mentre si sfogliano le pagine di un classico amato costituiscono, a mio avviso, valide attività alternative all'uso compulsivo dei social e il modo migliore per riconciliarsi con se stessi e il mondo.

Per ritornare poi magari ad un uso più sobrio e avvertito delle piattaforme digitali, mai abdicando al proprio pensiero critico, mai accettando idee che non ci convincono anche se sono pronunciate dalla maggioranza o da autorità riconosciute. Soltanto rimanendo individui autonomi e pensanti possiamo difenderci dallo strapotere tossico dei social.

Riferimenti bibliografici:
Lanier, J. Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, Milano, Il Saggiatore, 2018