L'esistenza umana è breve. Tuttavia sarebbe bene che ciascuno di noi affrontasse il suo transitorio passaggio terreno sviluppando la maggiore consapevolezza possibile su se stesso e sul mondo che lo circonda. Diciamocelo francamente: moltissime persone, forse la maggior parte del genere umano, nasce, vive e muore, avvolto in una densa nube di inconsapevolezza, cullandosi in illusioni e concezioni del tutto erronee. Vive, ma è come se dormisse un sonno profondo.

Al di là delle occupazioni che ci permettono di guadagnarci da vivere, al di fuori del tempo che passiamo in maniera utilitaristica, incalzati dalla necessità di guadagnarci il pane quotidiano, il tempo e le energie migliori dell'uomo dovrebbero essere rivolti, secondo una ricetta antica, alla cura di sé.

L'introspezione (in senso etimologico: "entrare in sé per osservarsi") consiste nell'esame dei propri stati interni. È la propensione a seguire il flusso dei propri pensieri e a cercare di capire la propria vera natura; è esame di coscienza, studio degli altri, attenzione al dettaglio, discernimento, concentrazione, riflessione, autoeducazione, volontà di conoscere, passione per la propria ed altrui esistenza. L'introspezione è quell'attitudine che ci permette di "ascoltare e di entrare in relazione con noi stessi", in "un dialogo senza fine", come sottolinea lo psichiatra-scrittore Eugenio Borgna.

Chi ha propensione all'introspezione è incline ad ascoltare la propria anima, il proprio mondo interiore, a considerare la vita una faccenda seria, che richiede lucidità e piena responsabilità. Chi è introspettivo è capace di empatia verso gli altri e quindi di portare un genuino aiuto a chi ha bisogno, a chi soffre ed è in difficoltà. Mi viene da dire che soltanto chi si impegna in una personale analisi interiore sarà capace di conoscere veramente gli altri.

Introspezione è trovare il proprio centro dentro se stessi, consapevoli che la felicità non si può comprare al mercato. Introspezione è sapere dare valore ad ogni istante dell'esistenza, stabilendo la propria scala di valori e le proprie priorità al di fuori delle prescrizioni, delle parole d'ordine e degli slogan ammiccanti ed autoritari dei media e della massa. Introspezione è dunque libertà, spirito critico, creatività, originalità.

Mi piace pensare che anche nel mondo del lavoro, l'introspettivo, grazie alla sua maggiore autocoscienza ed empatia, saprà collaborare efficacemente con gli altri per uno scopo comune e talvolta sarà in grado di proporsi come autentico leader, una bussola capace di orientare il gruppo verso obiettivi validi e non effimeri da perseguire.

Il mondo contemporaneo incita al piacere materiale, al successo economico da conseguire senza esclusione di colpi, al chiasso, al divertimento dozzinale, allo stordimento delle coscienze, alla dilapidazione del sempre più scarso tempo libero in attività insulse, al consumismo bulimico, all'oblio di se stessi, mentre l'introspezione ci spinge verso una vita autentica, sobria e virtuosa.

I professionisti della psiche e gli altri esperti ci inducono a diffidare dell'introspezione, partendo dal presupposto che è particolarmente difficile riconoscere le zone oscure, gli aspetti ombra della propria mente e della propria anima. Tale diffidenza è però, secondo me, esagerata e nasce dalla motivazione, tutt'altro che nobile, di allargare la propria platea di clienti.

Certo, difficilmente l'introspezione può svilupparsi nel vuoto più assoluto, in una campana di vetro, al di fuori dell'incontro con gli altri. Si tratta di una difficoltà cui non è però impossibile rimediare. L'incontro con gli altri costituisce di norma uno stimolo continuo di riflessione. Ancora meglio ci si può inoltre confrontare con qualche amico sensibile, dalla spiccata intelligenza emotiva oppure ci si può rivolgere ai libri. Oggigiorno abbiamo accesso a quanto hanno scritto nei millenni i saggi di tutto il mondo. I loro libri stanno lì, aperti, desiderosi di trovare lettori interessati. I libri possono costituire davvero lo strumento privilegiato che facilita il lavoro di introspezione di ciascuno di noi, l'altro per eccellenza con cui misurarsi, lo specchio che ci fornisce un continuo e proficuo aiuto.

Che cosa consente la letteratura, con la sua incomparabile bellezza, se non un minuzioso, continuo processo di autoanalisi? Che cosa cerchiamo in Proust, James, la Woolf, Dostoevskij, Flaubert, Joyce, Kafka, nella grande letteratura e nell'alta filosofia se non un continuo stimolo all'introspezione, all'interrogazione su noi stessi e sul mondo, a dipanare i più aggrovigliati nodi della nostra esistenza e del caos che ci abita?

Le discipline umanistiche, tanto bistrattate dai cultori della tecnica, continuano ad attirare di frequente gli ingegni migliori perché rimangono ancora i campi del sapere che soddisfano il nostro bisogno di conoscenza e di condurre, al di là delle soddisfazioni materiali, una vita decente.

Lavorare su se stessi, sulla propria interiorità e sulla autocoscienza è un compito arduo, faticoso, che sconfina non di rado nella rimuginazione mentale, nel tormento psicologico, nella sofferenza, nell'inquietudine e nello smarrimento. Le verità raggiunte sono sempre provvisorie e perfettibili. Ma è un lavoro necessario che, oltre a renderci pienamente umani, fornisce non di rado piaceri, gioie e soddisfazioni ignote ai più.

L'introspezione non è, in ultima analisi, la inutile contemplazione del proprio ombelico, come la declassano i tecnici e gli spiriti (troppo) pratici, ma una delle manifestazioni più alte della nostra umanità, e una forma d'amore e di attenzione per se stessi e per gli altri. Un modo per rendere il mondo un posto migliore e più vivibile per tutti.