Il fenomeno del ritiro sociale dei ragazzi nasce in Giappone e si pensava, fino a qualche anno fa, che fosse confinato al Paese del Sol Levante, collegato ai valori, riti e tradizioni peculiari della cultura nipponica. Invece, da qualche tempo, sono gli stessi psicologi, psichiatri, psicoterapeuti e scienziati sociali che segnalano la diffusione di tale forma di isolamento anche in Italia, dove si contano almeno centomila casi, in costante aumento.

Chi sono gli hikikomori? Hikikomori è un termine giapponese che significa letteralmente "stare in disparte". Si tratta di ragazzi (la prevalenza del genere maschile è schiacciante, quasi il 90%), di età solitamente compresa fra i 14 e i 25 anni, che non soltanto abbandonano la scuola, ma progressivamente dismettono qualsiasi attività sportiva, ricreativa e sociale per finire con un atteggiamento di chiusura nei confronti dei familiari, con cui riducono drasticamente i contatti. Molti si rinchiudono nella propria stanza, dove vivono reclusi e dove consumano solitari i propri pasti, rimanendo svegli la notte e dormendo di giorno e dedicandosi principalmente alla navigazione su Internet e ai videogiochi. L'ambiente virtuale diventa così quasi l'esclusivo canale di comunicazione che mantengono col mondo esterno. Nascosti e protetti dal proprio avatar rimangono in contatto con i coetanei. Qualcuno aveva avanzato l'ipotesi che in realtà il ritiro sociale di questi giovani fosse una forma di dipendenza da Internet, ma non è così. Internet non è la patologia, semmai può costituire uno dei fattori positivi su cui far leva per favorire il superamento di una situazione di stallo esistenziale.

Altri specialisti della psiche avevano congetturato che si trattasse di una forma depressiva, ma gli hikikomori, a detta degli stessi esperti, non soffrono di patologie psichiatriche significative. Non si tratta neppure di una vera e propria fobia per la scuola, motivata da una oggettiva difficoltà di apprendimento, dal momento che tutti concordano nel definire la maggior parte degli hikikomori come ragazzi sensibili, intelligenti e bravi a scuola. Anzi, la loro scelta di vita arriva spesso inaspettata e disorienta insegnanti e compagni. Non si tratta necessariamente di ragazzi esclusi pesantemente dal gruppo, di soggetti "bullizzati".

Si tratta di giovani esseri umani che per ragioni imperscrutabili hanno deciso di ritirarsi dalla società. Si è notato che in Giappone il fenomeno degli hikikomori è collegato alla prevalenza di una cultura ipercompetitiva, che sottopone le persone a una fortissima pressione per conformarsi alle aspettative familiari e sociali di perfezionismo e successo mondano. È probabile che anche per i giovani italiani le crescenti pressioni all'autoaffermazione e all'adesione ai valori culturali dominanti siano alla base del comportamento dei cosiddetti "eremiti metropolitani".

Insomma l'obbligo di essere belli, performanti, sicuri e di successo diventa per molti un peso insostenibile. Schiacciati dalle richieste della società, incapaci di vivere una vita tutta esteriore tesa a soddisfare le altrui aspettative, tanti ragazzi gettano la spugna e si arrendono. Il ritiro sociale esprime certamente un disagio, ma come tutte le crisi presenta anche delle opportunità. Forse, in maniera confusa, gli hikikomori ci comunicano il bisogno di vivere una vita più personale e autentifica, fuori dal conformismo e dall'adesione ai cliché. Si rifiutano di vivere la vita di tutti, quella condizione esistenziale diffusissima caratterizzata da quello che il filosofo tedesco Martin Heidegger chiamava l'"oblio dell'essere" .

Rifiutano un'esistenza scandita dal ciclo umanamente insoddisfacente produzione-consumo, sono insofferenti verso una scuola che appare per molti versi scollegata dalla vita, sclerotizzata in programmi uniformi irrispettosi dei ritmi di apprendimento e dell'unicità di ciascuno e ricusano un mondo del lavoro dove, per avere successo, devono amputare la propria personalità e piegarsi a diventare docili rotelle dell'ingranaggio produttivo.

Costretti in rapporti interpersonali spesso superficiali, chiamati precocemente a compiere scelte che condizioneranno la loro vita, soffocati da una specializzazione sempre più spinta che mortifica la creatività e si dimostra incapace di avere una visione ampia e critica dei problemi, molti si sentono inadeguati e finiscono nel percepire oscuramente la propria cameretta come l'unica oasi di autenticità.

In fondo questi ragazzi, che pure precipitano molte famiglie nella disperazione, mi sono simpatici. Al di là delle molteplici e sempre incerte interpretazioni psicologiche, essi, a mio avviso, esprimono confusamente un malessere reale e delle istanze di cambiamento legittime. È quindi giusto aiutarli a formulare la loro protesta in una maniera più vantaggiosa per loro stessi e per le persone a loro care.

Riferimenti bibilografici:
M. Crepaldi, Hikikomori. I giovani che non escono di casa, Roma, Alpes, 2019
G. Pietropolli Charmet, L'insostenibile bisogno di ammirazione, Roma-Bari, Laterza, 2018
C. Ricci, Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, Milano, FrancoAngeli, 2016

sitografia:
https://www.hikikomoriitalia.it/