Tutto è cominciato negli Stati Uniti, poi il fenomeno si è trasferito in Europa e in Italia: milioni di persone hanno abbandonato volontariamente negli ultimi due anni il loro posto di lavoro anche se a tempo indeterminato. Le chiamano "Le Grandi dimissioni", l'equivalente italiano dell'espressione inglese "Great Resignation". Si tratta di un fenomeno che desta vivo interesse, dai contorni ancora indefiniti, ma sul quale si sono pronunciati vari analisti ed esperti di molteplici discipline. Perché - ci si è chiesti - lasciare volontariamente il proprio lavoro, il mitico posto fisso? Le cause individuate sono numerose.

In primo luogo, la pandemia virale - il COVID 19 per intenderci - ha modificato la psicologia di molti individui. In tanti hanno avvertito acutamente la precarietà della vita, hanno compreso che le nostre esistenze sono appese a un filo, che non si può confidare troppo nel domani. Perciò durante i lunghi lockdown hanno avuto modo di interrogarsi circa il grado di soddisfazione per la propria vita ed hanno concluso che no, non erano soddisfatti e che una fonte importante di infelicità proveniva dalla propria occupazione lavorativa. Hanno così deciso di seguire le proprie aspirazioni, i propri desideri, i propri progetti esistenziali fino ad allora frustrati e di tentare, ora o mai più, strade nuove di autorealizzazione, di inseguire nuove opportunità. "Si vive una volta sola" devono essersi detti in tanti. Eppure la pandemia non è stata la causa unica della Great Resignation. Il trend era già iniziato prima della pandemia. La stragrande maggioranza delle persone era già insoddisfatta del lavoro e della vita che conduceva.

Alcuni, durante la pandemia, hanno fatto esperienza di smart working, o più semplicemente di lavoro da remoto, ed hanno compreso che, pur con tutti gli svantaggi derivanti da una carenza di socialità, lavorare da casa permette di conciliare maggiormente lavoro e famiglia, di equilibrare vita privata e vita lavorativa. L'idea di dover tornare a lavorare in presenza deve essere sembrata penalizzante, fonte di ansia e di insoddisfazione.

Il SARS-COV 2 ha semplicemente terremotato non soltanto la nostra salute, ma anche il mondo del lavoro, mettendo in crisi alcuni settori ed aprendo prospettive interessanti in altri e ciò ha indubbiamente favorito l'esodo di lavoratori da un azienda ad un'altra, da un ambito lavorativo ad un altro. È probabile che alla base delle "Grandi dimissioni" ci sia una mutata concezione del lavoro, particolarmente nelle fasce più giovani della popolazione. Quelli che negli anni Settanta sembravano i valori della controcultura, sono diventati oggi, forse più realisticamente, la visione del mondo e del lavoro di milioni di persone che, nel lavoro, cercano un senso, un riconoscimento sociale, un'autorealizzazione, un modo per esprimere se stessi. Qualche decennio fa il giornalista-scrittore-manager Furio Colombo diede alle stampe un libro dal titolo Carriera, vale una vita? Ed è una domanda che oggi forse si fanno (e si sono fatta) in tanti. Arrivando alla conclusione che no, la carriera e i soldi non sono sufficienti per garantire la felicità, che nessuno di noi si identifica ormai col proprio ruolo lavorativo e che il lavoro è soltanto una parte, ma non esaurisce tutte le infinite valenze dell'esistenza.

Di più. La smania di amministratori, direttori del personale ed economisti è ormai soltanto quella di ottimizzare e di razionalizzare. Il lavoratore è sempre più alienato, una rotella anonima di un ingranaggio che non di rado persegue obiettivi che sono in antitesi con i valori morali del lavoratore stesso. Conta ormai soltanto la produttività, la performance e le pressioni cui sono sottoposti i lavoratori si fanno sempre più assillanti. Il lavoro tende ad espandersi oltre l'ufficio, l'aula, il reparto, lo stabilimento per invadere tramite una perenne connessione digitale anche il tempo libero e la sfera privata. Le responsabilità si fanno talora schiaccianti. Non si stacca mai veramente. Si porta il lavoro, con i suoi problemi irrisolti, a casa, contribuendo a turbare l'equilibrio familiare. La settimana lavorativa è da tempo ancorata alle 36-40 ore, che in taluni settori produttivi diventano molte di più. Il tempo libero, da dedicare alla necessaria cura di sé, si va riducendo ai minimi storici.

Le organizzazioni sono tuttora di tipo gerarchico, l'iniziativa e il talento individuali sono guardati con sospetto quando non sono esplicitamente avversati. Ciascuno deve rimanere al proprio posto, ciecamente obbediente alle disposizioni che provengono dall'alto, da capi non di rado autoritari, arroganti, accentratori, affetti da narcisismo patologico, talvolta irraggiungibili nei loro uffici-bunker. In un'epoca che vede il trionfo dell'istruzione di massa, non è infrequente il paradosso di un lavoratore che prende ordini da una persona che gli è culturalmente inferiore. Un clima di lavoro tossico può facilmente provocare disaffezione ed esaurimento delle energie (burnout).

Che fare?
È chiaro che bisogna intervenire sulla riprogettazione del lavoro nelle varie imprese e organizzazioni, dalle più grandi alle più piccole. Portare la settimana lavorativa a 4 giorni sarebbe già un bel passo in avanti. In alcuni Paesi tale misura è già realtà. Una grande quantità di lavoratori ben istruiti e coordinati, con le giuste dotazioni tecnologiche, è in grado di incrementare la produttività. Non è più necessario lavorare così tanto come si fa adesso. L'orario di lavoro tradizionale è anacronistico. Di più: si continua a misurare il lavoro ancora in base al tempo in cui ci si ferma in azienda. Si dovrebbe introdurre, invece (è quello che suggeriscono autorevoli esperti) il lavoro per obiettivi, concentrandosi sui risultati, non sulle ore prestate. Occorre promuovere la flessibilità, il lavoro di squadra, valorizzare i talenti e la creatività di ciascuno, creare strutture a rete, più orizzontali, dove l'iniziativa personale venga incoraggiata e non sanzionata. Bisogna promuovere lo sviluppo di nuove abilità e impegnarsi in un'opera di formazione continua, in qualunque forma sia ben accetta dalle persone. È tempo finalmente di superare il dualismo lavoro manuale - lavoro intellettuale: cè una dialettica costante fra teoria e pratica e sperimentando sul campo nuovi concetti appresi in aula o tramite lo studio personale si evolve, si testano le idee, si sviluppano nuove domande e nuove abilità, si promuove un approccio scientifico al lavoro. È necessario rivalutare seriamente, dandogli il giusto riconoscimento, il lavoro artigianale, il fabbricare oggetti con le mani, il creare servizi innovativi che al lavoro manuale fanno capo, tenendo conto che il lavoro manuale puro non esiste più: mani e cervello sono strettamente collegati, si stimolano a vicenda, e non solo in fisiologia.

In Italia abbiamo il problema dei NEET, quei giovani che non studiano e non lavorano. Si stima che siano oltre 2 milioni, il 24% della popolazione giovanile. Perché non interpretare il fenomeno dei NEET come un sintomo che le nostre organizzazioni ed aziende non sono in grado di fare proposte allettanti, di offrire ai giovani occupazioni attraenti? In Italia gli imprenditori sembrano privilegiare i bassi salari e l'assenza di diritti. Gli imprenditori dichiarano nel contempo di trovare con difficoltà persone disposte a lavorare per loro. Accusano il reddito di cittadinanza, scordando che una delle funzioni di un reddito minimo garantito è proprio quella di poter sopravvivere, rifiutando proposte di lavoro ritenute irricevibili.
Richiamandosi a Schumpeter dobbiamo forse invocare un'opera di distruzione creatrice: molti imprenditori e molte aziende, sia pubbliche che private sarebbe bene si aggiornassero ed evolvessero oppure scomparissero. Che si imponessero soltanto quelle in grado di essere competitive, restando al passo coi tempi, e con i nuovi bisogni espressi dalle persone che ne fanno parte e che ne costituiscono la ricchezza. Dovremmo creare le condizioni affinché - come suggerisce il giuslavorista Pietro Ichino - siano i lavoratori "a scegliersi l'imprenditore più capace di valorizzare il loro lavoro" e non viceversa.

Le "Grandi dimissioni" sono un fenomeno per ora nuovo, che riguarda ancora l'attualità, non la storia. Abbiamo cercato qui di tratteggiare a grandi linee l'intera questione. Ben consapevoli che soltanto gli anni a venire sapranno dirci se quanto esposto appartiene al regno dell'utopia o si realizzerà nella realtà. Ovvero se vinceranno, come spesso è avvenuto in passato, le forze della conservazione facendo seguire alle "Grandi dimissioni" la "Grande Restaurazione".

Riferimenti bibliografici:
T. Chamorro-Premuzic, Perché tanti uomini incompetenti diventano leader? (e come porvi rimedio), Milano, EGEA, 2020
F. Colombo, Carriera: vale una vita?, Milano, Rizzoli, 1989
E. Fromm, La rivoluzione della speranza. Il manifesto per una società umanistica, Milano, ETAS, 1978
P. Ichino, L'intelligenza del lavoro. Quando sono i lavoratori a scegliersi l'imprenditore, Milano, Rizzoli, 2020
F. Laloux, Reinventare le organizzazioni. Come creare organizzazioni ispirate al prossimo stadio della consapevolezza umana, Milano, Guerini Next, 2022