Si tratta del titolo di un libro breve, ma piuttosto complesso, difficile e intrigante di Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino naturalizzato francese. Già il titolo ha un forte carattere evocativo ed è improbabile che il lettore non si senta direttamente coinvolto, che mai sia stato sfiorato, anche soltanto per un momento, dal dilemma: funzionare o esistere?

Veniamo al punto e alle riflessioni che un tema tanto importante mi stimola. Esprimerò la mia personale visione del problema, ovviamente elaborata sulla scorta di alcune letture.

Viviamo nell’epoca della performance. Esperti di ogni tipo ci insegnano incessantemente, tramite libri o video, tecniche per migliorare le nostre prestazioni, non soltanto in campo lavorativo, ma anche in ambito sportivo, sociale e relazionale. La nostra vita si svolge ormai in un ininterrotto ossequio al “dover essere”. Intendiamoci: non c’è niente di male nel voler migliorare, nell’offrire agli altri il meglio di noi stessi. Forse tutti - io senz’altro - siamo sedotti da questa prospettiva prometeica di esprimere al cento per cento le nostre potenzialità. Anzi, talvolta persino accarezziamo l'idea di andare oltre i nostri stessi limiti.

D’altronde, quando ci rivolgiamo a un professionista o a un’organizzazione, quando compriamo qualcosa o usufruiamo di un servizio, le nostre attese sono sintonizzate sulla perfezione. Esigiamo sempre il meglio, si tratti di un medico, un insegnante, una merce, un negozio, un servizio online. Ci piace insomma che persone, organizzazioni e aziende funzionino a dovere. E quando e dove ciò accade, la vita è senz’altro più confortevole e - ci sembra - più ricca e gratificante.

Esiste tuttavia un rovescio della medaglia. Tutta questa smania di essere sempre efficienti, smart, produttivi e performanti ci crea ansia, qualche volta anche angoscia e depressione. Con tutti questi obiettivi da fissare, risultati da ottenere, attività da pianificare ci sentiamo come il criceto sulla ruota. Avvertiamo oscuramente di assomigliare sempre più a una macchina e ciò lo sentiamo in contrasto con la nostra umanità fatta anche di fragilità, vulnerabilità, limiti, aspirazioni.

Subiamo, dall’esterno e dall’interno di noi stessi, un modello di razionalità che è strumentale e che ignora la sfera emotiva. L’ideologia produttivistica dominante ci spinge a identificarci con il ruolo che ricopriamo: studente, operaio, avvocato, marito ecc.. Ma continuiamo a restare esseri umani completi, non funzioni. La razionalità economica, che coincide con il pensiero calcolante, ci vorrebbe invece rotelle di un ingranaggio, unità che non pongono domande e non riflettono sulla loro condizione, conformisti che abbracciano incondizionatamente la mission e la vision delle aziende per cui lavorano. Un lavoro sempre più specialistico e parcellizzato, non di rado regolato da catene di comando di tipo gerarchico. Un lavoro che finisce per trasformarsi sovente in un’attività priva di scopo, di significato. “Si fa così, perché si fa così. È la procedura”, costituisce il modus operandi di molte aziende e organizzazioni.

La stessa scuola procede non di rado in questo modo. Esiste un programma da rispettare e a cui adeguarsi supinamente. Chi si conforma vince, chi non si adegua è fuori, come nel reality The Apprentice. Il metodo di studio stesso è finalizzato non principalmente all’apprendimento appassionato, motivato, curioso, ma non di rado ad un apprendimento meccanico, orientato soltanto al superamento di prove, esami e interrogazioni.

Il principio di prestazione domina l’esistenza dell’individuo nella civiltà occidentale, come aveva puntualizzato Marcuse nel suo Eros e civiltà, portandoci a reprimere altre istanze vitali, quali per esempio la dimensione sensitivo-corporea ed estetica dell'uomo. “Ciascuno di noi è chiamato a diventare l’imprenditore della propria vita: autonomo, performante, dinamico e, non dimentichiamolo…, felice!” - scrive Benasayag - “se state male, siete disoccupati, malati, deboli, non avete che da prendervela con voi stessi, è colpa vostra”.
Nell’era della tecnica, l’uomo ha cessato di essere un fine, per diventare un mezzo, sostiene il filosofo Umberto Galimberti.

Viviamo tutti alla mercé di procedure basate su algoritmi. Lo stesso tempo libero ci vede fornitori di dati per le aziende collegate ai social network, che tentano di profilare la nostra stessa vita interiore. Tutto ciò, sia chiaro, possiede un suo fascino. Abbiamo talvolta l’inebriante sensazione di vivere in una realtà aumentata, transumana, accelerata, ricca di stimoli che tengono lontana la noia. Nei momenti peggiori, al contrario, ci sembra di vivere in catene, imbrigliati, vittime di un incubo totalitario.

Dobbiamo sviluppare la consapevolezza che il nostro valore non dipende da come funzioniamo, che l'essere umano non è riducibile ad una sola dimensione, quella produttiva. Forse l’istituzione di un reddito minimo garantito, di sussistenza, per ogni essere umano restituirebbe dignità e libertà alle persone e renderebbe la loro identità e le loro esistenze svincolate finalmente dalle necessità produttive. È, grosso modo, un’idea già elaborata nel secolo scorso dal filosofo e psicologo Erich Fromm. Un reddito minimo metterebbe chi lo riceve al riparo dai ricatti del mondo del lavoro, favorendo lo sviluppo di un'economia più rispettosa del “fattore umano” e dei diritti delle persone.

In conclusione, forse non esiste un'alternativa secca tra funzionare ed esistere. Gli opposti si compenetrano, come suggeriscono le immagini e i simboli taoisti. L’importante è aver coscienza del conflitto, uno dei più potenti e radicali della nostra interiorità e della nostra società, e di tentare di risolverlo di volta in volta, cercando individualmente e collettivamente soluzioni che ci facciano stare bene.