I giovani di oggi sembrano non limitare le loro esperienze di vita a quei ristretti orizzonti locali, che contrassegnavano la parabola esistenziale delle generazioni di soltanto mezzo secolo fa, ma di considerare il mondo la loro casa. Sono sempre di più coloro che lasciano l'Italia, magari per un breve periodo, per recarsi all'estero in cerca di un'occupazione, magari temporanea, sovente nemmeno particolarmente prestigiosa. Sono spinti dalla voglia di avventura, dal desiderio di imparare una nuova lingua, dal bisogno di sentirsi indipendenti o di conoscere altri modi di vivere e di pensare. Sono molti quelli che provano nostalgia di casa, della cucina di mamma, degli affetti, delle amicizie o semplicemente del clima mite che hanno lasciato in patria.

Purtroppo non sempre chi emigra lo fa per desiderio di libertà. Molti sono spinti dalla necessità economica. E sempre più numerosi sono coloro che lasciano il nostro Paese per cercare la loro realizzazione personale. E' il caso dei cosiddetti "cervelli in fuga", quei ricercatori, professionisti, tecnici, insegnanti con un elevato titolo di studio che non trovano in Italia una collocazione professionale in linea con la formazione ricevuta.

Lo chiamano propriamente brain drain (letteralmente: "drenaggio di cervelli") un fenomeno non nuovo e che non riguarda soltanto l'Italia. La cosiddetta brain circulation ("circolazione dei cervelli"), per esempio, è un fenomeno fisiologico: le persone arricchiscono il proprio curriculum e le proprie esperienze professionali perfezionandosi all'estero per poi successivamente fare ritorno in patria. Lo stesso "scambio di cervelli" (brain exchange), è un fenomeno da osservare con favore, in un mondo globalizzato come quello odierno: consiste in uno scambio equilibrato tra aree geografiche diverse di persone e competenze.
Quello che è patologico è la perdita netta di risorse umane qualificate di un Paese a favore di un altro. Un fenomeno che impoverisce interi continenti. Basti pensare all'Africa, all'India, al continente asiatico in generale, all'America Latina.
Dopo che si è speso per formare risorse preziose, queste emigrano e non fanno più ritorno, bloccando lo sviluppo culturale ed economico dei Paesi di provenienza, perpetuando uno stato di minorità, di povertà, di stagnazione, e paralizzando elementi strategici per la crescita economica di un Paese come il sistema sanitario e quello dell'istruzione.

Purtroppo anche l'Italia conosce questa perdita secca di risorse preziose a vantaggio di aree più progredite, come gli Stati Uniti, la Germania, la Svizzera, la Gran Bretagna, l'Europa del Nord in genere. Si tratta di un fenomeno scarsamente indagato, di cui si conoscono nebulosamente i contorni statistici. Si hanno pochi dati, spesso parziali. E' un problema di cui magari si parla periodicamente sui media, ricorrendo talvolta a titoli sensazionalistici, ma che non si ha voglia di affrontare seriamente e che la classe dirigente del Paese tende a rimuovere e a rimandarne la soluzione a un futuro lontano e indeterminato.

Dati recenti dell'Aire (Anagrafe italiani residenti all'estero) stimano in 817mila gli italiani espatriati nel decennio 2006-2015 e in quasi cinque milioni i connazionali residenti all'estero. Si hanno buone ragioni per credere che una parte significativa di coloro che sono espatriati, almeno nell'ultimo decennio, sia costituita da giovani talenti in cerca di una vita migliore.
Utilizzando una prospettiva storica per tentare di capire in profondità i motivi che spingono i giovani talenti italiani alla fuga, bisogna partire dall'avvento del fascismo e dalle leggi razziali promulgate dal regime nel 1938 che allontanavano "le persone di razza ebraica [...] da qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado", così come ne vietava l'accesso ad "Accademie, Istituti e Associazioni di scienze, lettere ed arti".
Fu un colpo letale per l'intera ricerca italiana. La fisica e la biologia italiane, allora all'avanguardia, persero centri di eccellenza e scienziati in odore di Nobel, come Enrico Fermi e i suoi "ragazzi di via Panisperna", Giuseppe Levi, Salvatore Luria, Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini. L'autarchia, inoltre, instaurata dal fascismo, soffocò la ricerca impedendo vitali scambi internazionali fra gli scienziati rimasti.

Negli anni Cinquanta, nel clima positivo e pieno di speranze della ricostruzione post-bellica, si assiste a una rinascita della scienza e della ricerca italiana, sia di base che applicata. Le grandi aziende, pubbliche e private, finanziano propri centri di ricerca e sviluppo. La Montedison, l'Olivetti, l'Eni sono all'avanguardia nei rispettivi campi. Già a partire dalla metà degli anni Sessanta, smorzatasi l'euforia del boom economico, i rapporti tra politica e scienza si fanno di nuovo tesi. Due grandi scienziati e manager innovativi, come Felice Ippolito e Domenico Marotta, l'uno direttore del Cnen (Comitato Nazionale per l'energia nucleare) l'altro a capo dell'Istituto Superiore di Sanità, vengono arrestati e condannati al carcere per presunte irregolarità amministrative, che si riveleranno anni dopo insussistenti.

Tali arresti sono emblematici dell'incomprensione, che sconfina nell'avversione, che il mondo politico italiano nutre atavicamente nei confronti della ricerca scientifica. I politici considerano la ricerca un orpello inutile, un di più, qualcosa da lasciar fare agli altri, ai Paesi più ricchi. Anziché considerarla una leva dello sviluppo economico, la classe politica, quasi in toto, considera la ricerca una spesa troppo onerosa per un Paese non troppo ricco come l'Italia.
Composta quasi esclusivamente da funzionari dotati di cultura umanistica, la classe dirigente italiana, confermando il pregiudizio antiscientifico del filosofo Benedetto Croce, considera la scienza un'attività minore svolta da ingegni di secondo piano. Qualcosa di cui non si sa bene cosa farsene. Da qui discende il costante sottofinanziamento governativo della ricerca che si è protratto in Italia fino ad oggi.

Tuttavia, il motivo principale della "fuga di cervelli", addotto dagli stessi ricercatori che emigrano all'estero, è la situazione dell'università italiana. Trasformatasi negli anni Settanta in università di massa, non è riuscita a costruire nel contempo, al suo interno, un sufficiente numero di centri di eccellenza. Prevale, nella nostra istituzione universitaria, un immobilismo che è riconducibile all'organizzazione stessa della nostra università. La presenza dei cosiddetti "baroni", che pilotano i concorsi quasi ad esclusivo loro piacimento, hanno creato una miriade di centri di potere, veri e propri feudi, che anziché il merito, l'eccellenza, il talento, la creatività, l'innovazione, la sperimentazione, lo spirito critico, premiano la mediocrità, la burocratizzazione, la fedeltà ai limiti del servilismo, l'appartenenza al gruppo, il conformismo dei propri adepti. Anziché finanziare le persone e i progetti migliori, si preferiscono i soliti finanziamenti a pioggia, che risultano poi insufficienti a realizzare progetti importanti. A ciò si aggiunge, da parte degli accademici italiani, una chiusura ideologica verso ogni possibile collaborazione con la grande industria, considerata una sorta di demone corruttore della purezza dell'impresa scientifica.

In un clima di questo genere non sorprende che i giovani italiani di maggior talento, proprio nell'età in cui in molti ambiti scientifici, spesso d'avanguardia, sarebbero più produttivi, non abbiano accesso, a meno che non vantino qualche sponsor importante, alla carriera universitaria e preferiscano trasferirsi in Paesi stranieri, dove l'organizzazione del lavoro scientifico è migliore e più attraente.

A complicare la situazione, instaurando un vero e proprio circolo vizioso, c'è la attuale crisi economica, una delle più dure dell'Italia unitaria, la mancanza di risorse finanziarie in un Paese che non cresce più, una classe dirigente troppo vecchia e perciò, nel complesso, conservatrice e assai poco innovativa.
Per soprammercato il tessuto economico imprenditoriale italiano è fatto principalmente di piccole e medie industrie, spesso a conduzione familiare (il capitalismo italiano è un capitalismo familiare), poco interessate alla ricerca scientifica o non in grado di sostenerla finanziariamente.

Che in Italia la situazione della ricerca sia drammaticamente seria, lo conferma, d'altronde, il dato che sono ben pochi i talenti stranieri che ambiscono o riescono a lavorare nei nostri laboratori. Il nostro mondo scientifico appare chiuso e manca di appeal.

A guardare bene, il fenomeno della "fuga dei cervelli", - per inciso espressione, a mio avviso, bruttissima perché riduce le persone ad un organo, per quanto nobile -, è un problema sistemico e come tale va affrontato: politica, università, sistemi di valori si scontrano e si intrecciano in un amalgama esplosivo. Si tratta ora di trovare i soggetti che abbiano la volontà politica di impegnarsi costruttivamente a districare i nodi perversi di cui abbiamo cercato di delineare, pur se con approssimazione, i contorni.

Riferimenti bibliografici:
Di Giorgio, C., Cervelli export. Perché l'Italia regala al mondo i suoi talenti scientifici, Roma, Adnkronos Libri, 2003
Semplici, S., Italia no, Italia forse. Perché i talenti fuggono e qualche volta ritornano, Brescia, La Scuola Ed., 2014