Esiste l'impressione diffusa che oggigiorno la maggior parte delle persone voglia tutto e subito, senza produrre alcuno sforzo. Forse è il riflesso della mentalità consumista, che ormai domina il pensiero della maggioranza di noi. Visto che le pubblicità reclamizzano figure di successo con un sacco di tempo libero e una grande capacità di spesa, intente a sorseggiare con noncuranza cocktail in riva a spiagge caraibiche, pensiamo anche noi di aver diritto a quel tipo di vita. Preso atto che i media esaltano le imprese di influencer, concorrenti di reality, modelle, calciatori e veline, in molti casi non dotati di particolari talenti, siamo portati a credere che soldi, fama e felicità siano facilmente e senza sforzo conseguibili da chiunque. Perché non a me? - sembrano chiedersi in tanti. Si tratta però di una aspirazione quasi sempre illusoria.

A parte che successo e felicità non vanno necessariamente di concerto, occorre convincersi che nella vita, per ottenere risultati significativi, bisogna impegnarsi e fare fatica. Per sottolineare l'importanza dell'impegno e della fatica, si attribuisce all'inventore Thomas Alva Edison (Milan, Ohio, 1847 - West Orange 1931) l'ormai famoso aforisma: "Il genio è per l'1 percento ispirazione e per il 99 percento traspirazione". Il talento quindi, anche quando è soverchiante, non basta. Occorre affiancarlo al duro lavoro per ottenere risultati di rilevo. Anzi c'è addiritttura chi ipotizza che è il duro lavoro stesso a produrre il talento. Personalmente però non ci giurerei.

Occorre comunque muoversi, darsi da fare, agire. Combattere l'inerzia, l'apatia, l'accidia e l'entropia. Dobbiamo convenire che ogni tanto sudare - in senso reale o metaforico - fa bene, al fisico e alla psiche. Non è sufficiente sdraiarsi sul divano, aspettando che qualcuno si accorga della nostra preziosa esistenza.
La predilezione per lo sdraiarsi è un tratto caratteriale che il giornalista, umorista e scrittore Michele Serra (Roma, 1954) attribuisce alle giovani generazioni, tema cui ha dedicato un romanzo dal titolo eloquente Gli sdraiati, riproposto poi anche al cinema e come spettacolo teatrale. Io credo sia sempre sbagliato generalizzare, e tra i ragazzi esistono numerosissimi fulgidi esempi di intelligente impegno e di volontà di miglioramento.

La fatica dunque è un valore che va recuperato, riscoperto. Non però la fatica fine a se stessa, né il sacrificio di sé come esaltazione della sofferenza. Forse non è neppure il caso di ispirarsi (non è alla portata di tutti) agli sforzi titanici (fino all'esaurimento psicofisico) intrapresi per affermarsi dall'eroe eponimo del romanzo di Jack London (San Francisco 1876 - Glen Ellen, California, 1916), Martin Eden. Anche se a un tale impressionante modello va tutto il mio incondizionato apprezzamento.

La fatica va, a mio avviso, modulata e applicata principalmente ad attività significative, che ci piacciano e che sentiamo congeniali, quelle per cui nutriamo passione e per le quali probabilmente abbiamo talento. Apprendere per tutta la vita, imparare cose nuove, è per molti un'attività piacevole. Non per questo può essere eseguita senza l'impiego di una notevole quantità di energia. Fabbricare oggetti, fare sport, svolgere un lavoro di cura in favore del benessere degli altri, coltivare un orto o un giardino, progettare un edificio, scrivere (o leggere) un articolo o un libro, fare il chirurgo o il falegname possono essere attività piacevoli e faticose nello stesso tempo. Si arriva a sera stanchi, ma soddisfatti e si va a dormire, salvo contrattempi, sereni, in pace con la propria coscienza e appagati.

Qualsiasi attività significativa richiede sforzo. Per padroneggiare un'abilità complessa, per diventare bravi nella propria arte o mestiere o negli sport occorrono anni di allenamento, di pratica, di esercizio, finanche di studio. Per diventare veri esperti in un'attività o in una disciplina occorrono almeno 10mila ore di applicazione. Soltanto così si acquisisce la maestria necessaria. È quanto dimostrano varie ricerche sull'argomento ed è quanto sostiene il giornalista-saggista Malcom Gladwell (Fareham, 1963) nel suo libro Fuoriclasse. Il talento assomiglia all'hardware, ma senza applicazione, senza software, serve a poco. "Practice makes perfect", la pratica rende esperti, recita un proverbio inglese.

Il mondo dello sport ci fornisce molti esempi di quanto la fatica sia necessaria, non soltanto per competere con gli altri, per diventare campioni, ma per vincere la sfida con noi stessi, per realizzare pienamente le nostre potenzialità inespresse. Ci entusiasmiamo tutti ammirando il calciatore che si batte come un leone, insegue tenacemente ogni avversario e ogni pallone o che si avventura in scatti prolungati, senza risparmiarsi; oppure il ciclista che avanza in salita, col cuore che batte a mille, incurante dello sforzo; o il boxeur che come un eroe antico resiste fino allo spasimo sotto i colpi feroci dell'avversario; e ci incantiamo osservando il gesto agonistico esteticamente bello, dimenticando che ha richiesto all'atleta migliaia di tentativi ed esercizi in allenamento per perfezionarlo, proprio al fine di suscitare il godimento e la meraviglia dello spettatore.

Peroriamo dunque con forza la causa della fatica, consapevoli che essa va affiancata da una galassia di altre virtù, spesso indistinguibili: la determinazione, la generosità, la responsabilità, la perseveranza, la dedizione, la tenacia, la volontà, la motivazione, la concentrazione, l'attenzione, l'equilibrio, la pazienza, l'autocontrollo, la costanza, la grinta e la disciplina.

Riferimenti bibliografici:
A. Duckworth, Grinta. Il potere della passione e della perseveranza, Firenze, Giunti Psychometrics, 2017
M. Gladwell, Fuoriclasse. Storia del successo, Milano, Mondadori, 2014>
J. London, Martin Eden, Milano, Feltrinelli, 2016
M. Serra, Gli sdraiati, Milano, Feltrinelli, 2015
M. Rampin, Elogio della fatica. Vincere, senza segreti, Firenze, Ponte alle Grazie, 2014
E. Franceschini, "La regola del successo 10.000 ore di pratica e sei bravo in tutto", La Repubblica, 3 marzo 2014