La pandemia generata dal Covid-19 ha causato un’autentica catastrofe globale: miliardi di persone hanno dovuto subire una restrizione pesante relativamente alla propria libertà di movimento, milioni di individui si sono ammalati contraendo il virus e centinaia di migliaia sono morti. La crisi generata dal coronavirus non è soltanto di tipo sanitario, ma politico, economico, sociale, ecologico, nazionale e planetario.

La pandemia ha chiamato ognuno di noi a riflettere sul mondo in cui viviamo e sulle nostre abitudini consolidate nel tempo. E’ possibile che il mondo riemergerà da questa epidemia profondamente cambiato. Ma quali sono state le lezioni che ci ha impartito il virus maligno?

Ci ha insegnato che siamo esseri fragili e vulnerabili, soggetti all’errore e all’incertezza; che il nostro stile di vita è orientato su falsi bisogni consumistici e materialisti, sul superfluo, mentre i valori essenziali, quelli che contano di più, sono l’amicizia, l’amore, la solidarietà, la responsabilità, la spiritualità; che il progresso non è un processo lineare, né garantito.

Abbiamo compreso che non siamo i padroni della Natura e che lo sviluppo tecnico ed economico, la crescita parossistica e la libera concorrenza hanno prodotto le condizioni stesse, che hanno permesso al virus di attecchire.

Abbiamo dovuto di nuovo fare i conti con la morte, che la nostra società tende in tutti i modi a rimuovere dalle coscienze, fornendoci attraverso la pubblicità una visione edulcorata ed ingannevole dell’esistenza. Abbiamo favorevolmente preso atto che la solidarietà tra le persone, tendenzialmente sopita dal nostro modo di vivere egoistico e frenetico, esiste ancora e si è manifestata durante la pandemia in un’infinità di modi, tra vicini di casa, tra insegnanti e allievi, tra persone comuni che, durante l’emergenza sanitaria, si sono profuse ad aiutare in tutti i modi. Mestieri umili sono tornati alla ribalta, dimostrando quanto sia indispensabile l'opera di lavoratori sovente disprezzati o ignorati dai media.

Abbiamo sperimentato grandezza e limiti della medicina e della scienza. Soprattutto non ci hanno convinti l'iperspecializzazione, la divisione del sapere in compartimenti stagni, la concezione parcellizzata della conoscenza e dell’essere umano, la mercificazione della salute.

Ci siamo resi conto che il funzionamento della nostra società si regge su una razionalità fredda, strumentale, calcolante, che ignora le emozioni, le passioni e i bisogni più profondi delle persone, costringendole a una vita alienante, meccanica, arida, compensata da un consumismo avido che riesce soltanto parzialmente a soffocare le angosce esistenziali.

Gli individui oggi, stretti nella morsa della logica produttivista, sono come prigionieri in una “gabbia d’acciaio” (espressione usata dal sociologo Max Weber), vittime di strutture organizzative burocratiche e gerarchiche. Quasi tutti ci trasciniamo assomigliando sempre più a macchine, soggetti a un tempo che non è più il “tempo della vita”, ma un tempo scandito dall’orologio, cronometrato.

Il neoliberismo, l’esaltazione della competitività e della concorrenza, hanno accresciuto le diseguaglianze, mettendo i più deboli, i cosiddetti “perdenti”, all’angolo. Ma anche lo Stato ha messo in luce molti punti deboli, per esempio una certa inerzia e disorganizzazione, un’eccessiva burocratizzazione, che si si sono tradotti nell’inefficacia dell’azione.
La stessa Unione europea ha messo in evidenza i propri limiti e la propria frammentazione, dimostrandosi incapace di fare fronte comune contro la minaccia pandemica.

Il mito della globalizzazione, con gli spostamenti frequenti e veloci di uomini e merci, è entrato in crisi. Il modo di vivere e di produrre che la mondializzazione ha generato ha favorito la diffusione del virus. Si collega alla globalizzazione l'intera drammatica questione “ecologica”: cambiamento climatico, inquinamento, emergenza rifiuti, migrazioni, deforestazione, depauperamento della biodiversità, alterazione degli equilibri della biosfera, scarsità di risorse idriche.

Insomma la crisi generata dalla pandemia è andata oltre i lutti, le sofferenze personali, la solitudine generata dal confinamento, l’aumento della disoccupazione. Investe tutto il nostro modo di vivere e ci induce a un cambio di paradigma. D’altra parte le crisi hanno quasi sempre anche un risvolto (per quanto minimo) positivo, possono generare nuove opportunità. Scriveva il poeta tedesco Holderlin: "Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva".

La crisi ci chiama nientemeno che a ridisegnare il sistema di vita occidentale. Come? Creando istituzioni internazionali più efficienti dell'ONU, in grado di affrontare i problemi planetari in maniera coordinata e che sappiano comporre, in modo possibilmente pacifico, i conflitti geopolitici.

Ma usciremo dalla crisi soprattutto adottando collettivamente un modo di vivere e di pensare non più ispirato da una logica binaria e manichea, ma da un pensiero complesso, che sappia sviluppare una visione olistica dell’uomo e che sappia tenere insieme dialetticamente contraddizioni ed opposti. Si tratta di riconoscere che tutti gli esseri viventi fanno parte di una stessa comunità di destino. Si dovrebbe sviluppare la capacità di saper conciliare l’autorealizzazione personale con i più alti principi etici.

Occorre inoltre liberare la creatività e rigenerare l’umanesimo, rivalutare il gioco, le emozioni, la spiritualità, la responsabilità, la solidarietà, la bellezza, la benevolenza, la comprensione, la società civile, la democrazia e il potere dei cittadini. E soprattutto l’utopia, la capacità cioè di immaginare e progettare un mondo più accogliente, respingendo il “realismo triviale”, che vede nello status quo l’unica realtà possibile.