I progressi compiuti dalla medicina moderna, dopo che ha basato la sua pratica sul metodo scientifico, tipico delle discipline che ne sono alla base (la fisica, la chimica, la biologia, ecc.), sono impressionanti. Lo sviluppo parallelo della tecnologia applicata alla salute ha consentito il rapido aumento di procedure e terapie sofisticate, inimmaginabili soltanto qualche decennio fa.
La conseguente iperspecializzazione, ormai necessaria per permettere ai singoli professionisti di seguire l'evoluzione della branca medica di cui si occupano, ha potenziato alcuni risultati di salute, ma nel contempo ha ridotto l'uomo, nella sua unità biopsicosociale, ad un corpo-macchina da riparare e ad una somma di strutture anatomofisiologiche sempre più parcellizzate.

Il rapporto medico-paziente ne ha risentito, generando nuovi problemi, spesso di sfiducia. Di più: nonostante la medicina abbia rafforzato il suo status scientifico, si è dimostrata tutt'altro che onnipotente nello sconfiggere determinate malattie. La morte è ancora un processo ineludibile, così come salvare vite umane e prolungarne l'esistenza non significa sempre garantire alle stesse una maggiore qualità di vita.
Insomma ce n'è abbastanza per poter affermare che, se da una parte è aumentata la potenza e l'efficacia della medicina contemporanea, dall'altra è aumentata pure la sua complessità. E i sistemi complessi aprono scenari che richiedono un modo di pensare complesso, multidisciplinare, che esula dalla semplice applicazione del metodo scientifico sperimentale.

Questioni come l'aborto, la fecondazione assistita, i trapianti d'organo, il testamento biologico, la sperimentazione sull'uomo e sugli animali, l'eutanasia, l'accanimento terapeutico, la terapia genica, l'uso degli anticoncezionali, la maternità surrogata, la clonazione, gli organismi OGM, la sostenibilità delle prestazioni sanitarie e la corretta allocazione delle risorse richiedono una riflessione (e un intervento) che non riguarda più soltanto il medico e/o lo scienziato, ma il giurista, il filosofo, l'economista, il teologo, il legislatore, le associazioni di malati e di volontari, il singolo cittadino.

Di questi risvolti, che travalicano la scienza in senso stretto, si occupa una corpus di conoscenze recente, che porta il nome di bioetica.
La bioetica è una disciplina che rientra nel novero delle cosiddette scienze umane e che si sforza di integrare le esigenze etiche con le nuove scoperte e applicazioni medico-biologiche.

L'origine di questa nuovo coacervo pluralistico di riflessioni e metodi è abbastanza incerto. Gli storici la fanno risalire al pastore protestante, nonché filosofo ed educatore, Fritz Jahr, autore di un testo pubblicato nel 1927 dal titolo Bio-etica: una rassegna delle relazioni etiche degli umani nei confronti degli animali e dei vegetali.
Tuttavia è a partire da un articolo firmato dall'oncologo Van Rensselaer Potter, pubblicato nel 1970 sulla rivista Perspectives in Biology and Medicine, che il termine bioetica conosce una diffusione capillare e comincia a conquistare i favori di un pubblico sempre più ampio e variegato. Il 1971 vede già la nascita del primo centro accademico che si occupa specificamente di bioetica, il Center for Bioethics presso la Georgetown University di Washingthon D.C.

Nel rapido sviluppo della nuova disciplina non ha inciso soltanto il travolgente e contraddittorio sviluppo della medicina scientifica e tecnologica, ma anche la mutata temperie culturale che, a partire dagli anni Sessanta, ha scosso il mondo occidentale, promuovendo un clima di contestazione dell'autorità (compresa quella del medico) e di maggiore sensibilità per i diritti dei lavoratori, delle minoranze ed dei malati.

E proprio i malati sono stati spesso protagonisti della svolta etica della medicina e della scienza. Casi clinici esemplari come quelli di Terri Schiavo, Eluana Englaro, Pergiorgio Welby e il più recente caso relativo a Dj Fabo hanno contribuito a sensibilizzare l'opinione pubblica, aprendo dibattiti spesso accesi sui media e provocando un cambiamento di orientamenti generalizzato.

Concludendo, l'essenza della bioetica sembra consistere, all'interno della tradizione culturale dell'Occidente, nella mediazione tra lo spirito di avventura, caratterizzato dalla volontà di spingersi oltre il conosciuto, tipico della scienza e la tradizione morale giudaico-cristiana. Grazie a questa sintesi, il ricercatore non si può limitare a scoprire fatti o dati nuovi ma deve cercare di dare loro un senso, un significato.

Riferimenti bibliografici:

a cura di M. Del Tacca, L'etica nella ricerca biomedica, Firenze, NIS, 1997
G. Giorello, U. Veronesi, La libertà della vita, Milano, Cortina Editore, 2006
F. Turoldo, Breve storia della bioetica, Torino, Lindau, 2014