copertina libroMatteo Lancini, è uno psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano e docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano.
È autore di numerosi saggi sulla condizione adolescenziale e giovanile, libri che si distinguono per la chiarezza delle idee esposte e per lo stimolo che offrono al lettore per riflettere non solo sui propri figli ma su sé medesimo, sui propri conflitti interiori e sulla propria condizione psicologica. Almeno per quanto mi riguarda, i libri dello psicoterapeuta milanese sono stati e sono di grande utilità.

L’autore inizia il proprio saggio di psicologia dell'età evolutiva passando in rassegna i cambiamenti che hanno attraversato l’istituzione familiare negli ultimi decenni. Dalla famiglia autoritaria e normativa di cinquanta-sessanta anni fa, basata sull’obbedienza si è transitati alla “famiglia narcisistica, affettiva e relazionale”, orientata a favorire l’espressività del bambino. Dal “Devi obbedire!” si è passati al “Devi capire!”.

Il nucleo familiare ha conosciuto un’ulteriore evoluzione: la famiglia postnarcisistica. Lancini si sofferma sulla condizione dei ragazzi nell’epoca del postnarcisismo, in cui si trovano a dover corrispondere alle aspettative contraddittorie degli adulti di riferimento, non soltanto i genitori, ma anche gli insegnanti e persino gli psicologi e gli psicoterapeuti. Apparentemente viene chiesto loro di aderire al proprio Sé più autentico, a patto però che questo Sé corrisponda a quello disegnato e previsto da famiglia ed educatori. In concreto, devono rispondere all'ingiunzione paradossale costituita dal “Sii te stesso, ma a modo mio”, che dà appunto il titolo al volume.

L'autore critica la famiglia postnarcisistica, sottolineando l'eccessiva focalizzazione sulla coppia, specialmente da parte dei padri, a scapito della relazione con i figli. Il passaggio dall'infanzia all'adolescenza è considerato un momento critico, in cui i ragazzi affrontano la realtà del proprio corpo, il giudizio dei pari e la discrepanza tra le aspettative personali e quelle degli adulti.

Le emozioni e i sentimenti con cui la maggior parte dei ragazzi deve fare i conti possono essere allora la vergogna, l’incertezza sul proprio futuro, il senso di vuoto e di fallimento, un vissuto di dolore e sofferenza quasi mai compreso e di frequente rimosso dagli adulti, la cupa sensazione di essere sbagliati, il senso di colpa, la tristezza e la rabbia, i pensieri sul suicidio e la morte, l’inadeguatezza, la vulnerabilità e, da ultimo, la fragilità degli adulti, che il più delle volte, anziché sostenere la crescita dei più giovani cercano da loro conferme sul proprio valore, appellandosi con eccessiva frequenza a consuetudini e tradizioni ormai tramontate.

Soprattutto la scuola risulta un'istituzione largamente sorpassata, mai messa in discussione nelle sue fondamenta, perché chi vi lavora costituisce un importante bacino elettorale per molti partiti politici. Una scuola che non prepara alla vita, dove lo studente non può imparare a conoscere se stesso e i propri talenti, ma che continua a perpetrare riti e miti del passato, assolutamente inadatti allo sviluppo e al benessere degli studenti.

È deleterio, secondo l’autore, appellarsi alla tradizione, ad esempio avversando Internet, le nuove tecnologie digitali e gli strumenti da esse prodotti. E usati in modo pervasivo da quelle stesse persone che ne vorrebbero vietare l’utilizzo ai ragazzi, manifestando così una forma di dissociazione psichica. Abitiamo in una società onlife e iperconnessa: sì quindi a smartphone, tablet e computer anche a scuola, sì a una didattica digitale che affianchi il lavoro dell'insegnante. Accettiamo la valenza educativa dei videogiochi, problematizziamo, ma accogliamo l’avvento dell’intelligenza artificiale. Per contro, facciamo un uso limitato della lezione frontale, sperimentando nuovi e più coinvolgenti ed efficaci metodi didattici. No, invece, ai voti e alla conseguente competizione esasperata che esclude la collaborazione tra pari. E no alla mortificazione dei ragazzi, il cui disagio rimane inascoltato e spesso sfocia in gesti estremi. La logica del controllo, del “sorvegliare e punire”, ancora così praticata o almeno da più parti invocata, risulta anacronistica:

“Vietare, limitare, togliere, ecco i mantra rassicuranti di chi non riesce a guarire dalla patologia dell’azione e convincersi che invece siamo chiamati a educare e ad aiutare a gestire i rischi e la complessità di una società ipertecnologica”.

Non è vero che “i no aiutano a crescere”, come vanno propagandando facili slogan. I ragazzi hanno bisogno di ascolto e comprensione, più che delle ricerca delle cause di loro presunte malattie mentali, seguendo per di più “una logica di causalità lineare per spiegare fenomeni complessi di natura affettiva, psicologica e sociale”. Le etichette diagnostiche appioppate dalla sempre più invadente cultura psy finiscono per essere dei distrattori che non aiutano nel sostenere lo sviluppo emotivo e cognitivo delle nuove generazioni.

I giovani devono sentirsi liberi di esprimere la loro unicità, “diventare se stessi a modo loro” anche (e soprattutto) attraverso la comunicazione di vissuti ed emozioni negative, che purtroppo spaventano gli adulti. Devono poter commettere degli errori e deve essere loro permesso di fallire, devono avere la possibilità di cadere per imparare a rialzarsi, anche se tutto ciò non fa parte della cutura plastificata e asettica della performance, dei like, dei follower, dell’esibizione di una felicità perpetua e di un’immagine di se stessi sempre perfetta e patinata. I ragazzi devono finalmente poter deludere le aspettative degli adulti.

Il libro si conclude con un appello dell’autore agli adulti, affinchè sappiano andare oltre le proprie fragilità e si responsabilizzino maggiormente per fornire alle giovani generazioni opportunità e occasioni per realizzarsi, un avvenire più denso di significato e una prospettiva di vita più entusiasmante.
La società postnarcisistica ha esaperato l’individualismo al punto da non riconoscere più l’esistenza dell’altro, con i suoi bisogni, desideri, aspirazioni. Allora forse occorre agli adulti “uscire dalla loro comfort zone, togliere qualcosa a noi stessi e aggiungere possibilità agli adolescenti: questo significa essere adulti meno fragili”.

In conclusione, l’interessante libro di Lancini offre una visione critica della società contemporanea e propone delle soluzioni concrete per migliorare l’esistenza densa di incognite dei ragazzi di oggi.

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