In Italia si fanno molte ore di lezione, più che in altri Paesi sviluppati, ma gli esiti di apprendimento, quando vengono misurati, forniscono dati sconfortanti. È possibile che l'impianto della scuola italiana vada rivisto, anzi completamente ridisegnato. Sostanzialmente la nostra scuola è ancora ottocentesca, tende a scindere la teoria dalla pratica, induce all'obbedienza invece che allo sviluppo del pensiero critico, premia il conformismo a scapito della creatività.

La crisi dell'istruzione non riguarda probabilmente solo la scuola italiana, ma è globale. Tutti i sistemi educativi faticano a stare al passo con le accelerazioni e i vorticosi cambiamenti che si verifcano in molti ambiti, dalla tecnologia, all'organizzazione del lavoro, per coinvolgere persino la sfera privata e la vita di relazione. L'incapacità della scuola di adattarsi alle rivoluzioni contemporanee del modo di vivere, ai nuovi bisogni e aspirazioni delle giovani generazioni, avviene nonostante lo sforzo di moltissimi insegnanti preparati e motivati.

I ragazzi che frequentano la scuola presentano con sempre maggiore frequenza segni evidenti di stress: ansia, depressione, esaurimento psicofisico, attacchi di panico, isolamento sociale, autolesionismo, suicidi, mentre aumenta il numero di ragazzi con bisogni educativi speciali.
L'orario scolastico è pesante. Dopo le molte ore trascorse in aula al mattino, costretti a stare seduti quasi immobili ai banchi, si pretende che gli alunni dedichino allo studio individuale gran parte del pomeriggio. Il carico di lavoro diventa così il più delle volte insostenibile e gli studenti non hanno più il tempo di dedicarsi alle proprie passioni e alla vita sociale. Con inevitabile danno per il loro equilibrio psicofisico.

Nel tentivo di migliorare le performance dei ragazzi, la scuola promuove la competizione, che si esprime attraverso i voti. Così si finisce per andare a scuola non per apprendere, ma per riportare buoni voti. Il voto a scuola diventa pertanto la misura di tutte le cose, l'unica ragione che conta.
Spesso, invece di partecipare alla lezione, gli studenti, preoccupati per voti, verifiche e interrogazioni, studiano durante l'ora di lezione la materia su cui verranno valutati, ignorando le spiegazioni dell'insegnante o il lavoro in aula. Il clima di costante pressione valutativa mette a dura prova il sistema nervoso degli studenti, portandoli ad associare lo studio non alla gioia e al piacere di apprendere, ma all'angoscia dettata dal timore di un giudizio negativo dell'insegnante, che naturalmente si esprime attraverso un voto negativo.

Ecco allora che alcuni docenti, in collaborazione con pedagogisti esperti di didattica, hanno ideato un nuovo metodo: togliere cioè, come si suol dire, il voto dal tavolo, rinuciare al voto come strumento educativo. Smettere di ossessionare i ragazzi con il ricatto del voto e con le medie aritmetiche calcolate non di rado al centesimo, promuovendo invece nella scuola un clima più disteso e collaborativo e certamente più favorevole all'apprendimento. Tra l'altro non si tratta di idee nuovissime, ma di metodi educativi che riconoscono la propria origine in esperienze di avanguardia compiute nei decenni passati. Addirittura nei secoli scorsi: si pensi ad esempio alla scuola di Jasnaja Poljana, ideata da Tolstoj, che già nell'Ottocento non prevedeva né voti, né compiti a casa, nè la presenza obbligatoria.

Una "scuola delle relazioni e della responsabilità", amano chiamarla, dove gli studenti vengono stimolati ad assumere un ruolo più attivo nell'acquisizione del sapere, che non viene più calato dall'alto, ma è frutto della iniziativa e della ricerca individuale e del gruppo dei pari, con l'insegnante che diviene un leader, un coordinatore e un facilitatore dell'intero processo.

Sbaglia chi crede che questo induca i ragazzi alla pigrizia e a comportamenti opportunistici di disimpegno. Perché comunque gli studenti vengono sottoposti periodicamente a una vulutazione, ossia a un giudizio complessivo dei progressi compiuti e dell'impegno prestato e a un bilancio delle competenze e delle capacità acquisite.

Se un appunto può essere mosso alla "scuola senza voti" è quello di porre particolare enfasi sulla socializzazione, mettendo a loro agio gli studenti estroversi e penalizzando gli introversi, magari ragazzi molto intelligenti e propositivi, ma portatori di un minor bisogno di interazione sociale con il gruppo dei pari.

La "scuola senza voti" mette gli studenti, con i propri talenti e i propri bisogni cognitivi, emozionali e relazionali al centro del processo di apprendimento, attraverso nuove pratiche che vanno ad affiancarsi alla lezione frontale tradizionale, ridotta al minimo indispensabile. Restituisce ai ragazzi più potere, fiducia in se stessi e autonomia.

I risultati degli esperimenti esguiti in alcune scuole sono incoraggianti. Esemplare in questo senso è l'esperienza portata avanti dal Liceo Morgagni di Roma.
Apprendere deve tornare ad essere un'esperienza esaltante e non punitiva.

Riferimenti bibliografici:
V. Arte, Crescere senza voti. Il metodo rivoluzionario che sta cambiando la scuola, Milano, Mondadori, 2023
L. Tolstoj, Per una scuola viva, per una scuola vera, Roma, e/o, 2020