Gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso furono anni tumultuosi. Il conflitto politico tra Destra e Sinistra era in Italia particolarmente acceso, specialmente tra i più giovani, rasentando spesso la guerra civile e portando non di rado a frequenti e violenti scontri di piazza. Quegli anni sono noti anche come “gli anni di piombo”: le Brigate Rosse, una formazione politica clandestina di sinistra, imperversavano nel Paese compiendo atti terroristici mirati contro i rappresentanti delle istituzioni e del Potere: magistrati, economisti, imprenditori, giornalisti, sindacalisti moderati.

Le delusioni prodotte dalla politica e un certo disimpegno, accompagnato a quello che venne definito il Riflusso, condusse molti ragazzi, afflitti forse dalla noia, da un’assenza di significato e dalle inevitabili difficoltà esistenziali, a stordirsi con droghe, spesso pesanti, come per esempio l’eroina, sostanza stupefacente che portava a una rapida dipendenza fisica e psicologica.
I parchi pubblici erano spesso infestati da siringhe usate - l’eroina era assunta endovena - mentre si diffondevano tra i consumatori di stupefacenti malattie infettive gravi come l’epatite. Più tardi un nuovo flagello virale stroncò molte vite umane ancora in boccio: l’AIDS.

Di fronte alla sfida rappresentata dalla pericolosità della tossicodipendenza che, oltre a minare la salute di tantissimi ragazzi, alimentava la criminalità grande e piccola, lo Stato non riusciva a rispondere al grido di aiuto che proveniva da molte famiglie provate dall'esperienza della droga e che non sapevano più dove sbattere la testa. In realtà, esistevano dei centri pubblici che si occupavano del problema (i CMAS, poi SERT), ma le loro risposte e i risultati ottenuti apparivano ai più insoddisfacenti.

Sorsero allora le cosiddette comunità di recupero, quasi sempre rette da religiosi. Fu in quel periodo che un riminese, Vincenzo Muccioli, un laico, un uomo dalla figura imponente con dei baffoni alla Nietzsche, un esponente della media borghesia romagnola che non aveva nessuna credenziale specifica di tipo professionale, avendo fatto l’assicuratore, l'albergatore e l’allevatore, cominciò ad ospitare, nel podere con annessa cascina ereditato dagli suoceri, sulle colline di Coriano, dei ragazzi tossicodipendenti. Era il 1978. Nacque così la comunità di San Patrignano, dal nome della frazione in cui si situava la struttura.

Personaggio carismatico e controverso, Muccioli si proponeva ai ragazzi come un sostituto del padre, capace di manifestare amore verso i propri figli, che non esitava tuttavia a punire quando trasgredivano le regole. Muccioli si prefiggeva di ricostruire la personalità del tossicodipendente, di richiamarlo alle proprie responsabilità, di iniziarlo ai doveri verso se stesso e il prossimo. La comunità era una sorta di grande famiglia, dove Vincenzo Muccioli era il patriarca.

Tra i metodi educativi ve ne erano molti di tipo coercitivo: schiaffoni, ma anche catene e privazione temporanea della libertà. Insomma una sorta di autoritarismo che piaceva allora molto all’italiano medio e, soprattutto, all’alta borghesia e ai politici di centro e di destra. Tra i finanziatori della comunità figuravano infatti personaggi di spicco dell’imprenditoria italiana e parecchi erano i politici che facevano visita alla comunità, forse in cerca di consensi elettorali. Senza contare dell’appoggio che a Muccioli assicurarono molte celebrità del mondo dello spettacolo.

SanPa divenne, nel breve volgere degli anni, la comunità terapeutica più grande d’Europa, abitata da migliaia di ragazzi. Il suo fondatore, Muccioli, dimostrò di avere molto dinamismo e spirito d’iniziativa e la comunità crebbe non soltanto relativamente al numero delle persone accolte, ma anche sotto l’aspetto economico: in comunità c’erano allevamenti di cani, cavalli, suini e bovini, si lavorava la terra e si produceva vino di qualità, si tesseva, c’era una tipografia, un caseificio, un centro medico, vi si svolgeva una miriade di attività che faceva assomigliare San Patrignano ad una polis greca, ad una città-stato autosufficiente.

Molti dei ragazzi ospitati imparavano una professione, acquisivano titoli di studio, non di rado di tipo universitario, si costruivano un ruolo all’interno del gruppo, stabilivano delle relazioni soddisfacenti con i coetanei. Parecchi uscivano dal tunnel della droga e riuscivano ad integrarsi nella società esterna.

Con il passare degli anni e l'aumento delle dimensioni della sua istituzione privata, Muccioli si vide costretto a delegare parte del suo potere decisionale e di controllo a persone di fiducia. Fu allora che si evidenziarono in modo smaccato le criticità della struttura riminese: maltrattamenti, suicidi, pestaggi, sparizioni e sospetti stupri fino all’omicidio di un giovane, il cui corpo venne abbandonato in una discarica nel napoletano. Il dictator Muccioli subì numerosi processi, che non portarono mai a una condanna definitiva. Tuttavia alcuni di coloro che l’avevano approvato e sostenuto, cominciarono ad assumere un atteggiamento critico nei suoi confronti, che Muccioli visse come un tradimento.

Vincenzo Muccioli venne a mancare nel 1995, a soli 61 anni e anche la sua morte è circondata da un alone di mistero. A lui, alla direzione di SanPa, subentrò per sedici anni il figlio Andrea, due lauree, che, pur manifestando venerazione verso il genitore, introdusse nell’organizzazione degli elementi di discontinuità, riconoscendo gli errori e forse gli eccessi compiuti nel passato.

Tutta la vicenda di San Patrignano è stata riproposta di recente dalla rete televisiva Netflix in una docuserie che illustra in modo veramente avvincente protagonisti e vicende di quegli anni. Personalmente, pur riconoscendo a Vincenzo Muccioli una grande abilità organizzativa, una capacità non comune di iniziativa personale, nonché la forza di coltivare una visione grandiosa e una tensione quasi utopica verso la risoluzione dei problemi, trovo piuttosto inquietanti i metodi da lui adottati.

Certo, non deve essere facile decidere e intervenire, quando il confine tra la vita e la morte è così labile come nel caso delle tossicomanie. Purtroppo però non credo sia vero che il fine giustifica sempre i mezzi. Perché i mezzi usati sono importanti e possono inficiare il fine stesso. L’impressione, magari superficiale e sbagliata, che un osservatore esterno ricava dalla vicenda di San Patrignano - almeno durante la gestione del fondatore, oggi la struttura è guidata da manager e professionisti - è quella di trovarsi al cospetto di molti elementi caratterizzanti un'istituzione totale, come descritti dal sociologo statunitense Ervin Goffman, ma anche di alcuni tratti distintivi dell'eterno fascismo italiano e dei valori regressivi della tradizione storica del nostro Paese: il mito salvifico dell'uomo forte, la dipendenza dall'autorità, la misoginia e il conformismo.