copertina libroDopo la caduta del muro di Berlino l'eminente politologo nippo-americano Francis Fukuyama aveva preconizzato la fine della storia. Il sistema rappresentato dalle società occidentali, basato sulla democrazia e il mercato, aveva vinto. Il capitalismo occidentale aveva sconfitto il comunismo, garantendo alle popolazioni condizioni di vita e di benessere superiori.

Purtroppo le cose si sono complicate e il cammino della storia è continuato, come sempre è accaduto nei secoli, irto di imprevisti e inaspettate deviazioni di percorso. Già con le politiche promosse da Reagan e dalla Thatcher, basate sulla deregulation e sull'esaltazione di un mercato libero lasciato a se stesso, si erano profilati i primi problemi di profonda disuguaglianza tra i cittadini. In Occidente è apparso chiaro che la lotta di classe era tutt'altro che finita, soltanto che a vincerla erano stati i ricchi a spese dei poveri.

Il laissez faire introdotto in economia ha prodotto negli anni un risultato poco lusinghiero per la democrazia: un gioco a somma zero dove chi vince prende tutto e lascia a mani vuote gli sconfitti. E mentre progresso tecnologico e produzione crescono, aumentano le persone che sono lasciate indietro e che non possono godere di tali progressi.  Falsa si è rivelata l'aspettativa teorica che la ricchezza accumulata dai pochi sarebbe colata verso il basso (trickle down), rendendo più ricchi tutti gli altri. Alla prova dei fatti purtroppo non è risultato vero che "l'alta marea solleva tutte le barche", come predicava il Presidente Kennedy.

Il fondamentalismo del mercato, altrimenti chiamato neoliberismo, ha fallito. Sta rendendo la società meno libera, equa e prospera. La crisi economica del 2008 ha messo inoltre in luce la strapotere della finanza, che resasi quasi totalmente autonoma dal mondo della produzione, ha portato alla creazione di perniciose bolle speculative. Un sistema, quello della finanza, che vive totalmente al di sopra delle proprie possibilità, oltre ogni principio di realtà e che ha portato al fallimento molte banche d'affari, che avevano accumulato debiti insostenibili.

La situazione è stata poi aggravata dal fatto che la crisi delle banche è stata sanata con il denaro dei cittadini, specialmente della classe media, sempre più vessata, mentre i responsabili del tracollo sono stati beneficiati con laute buonuscite. Oggi si avverte la necessità di riparare tali storture, e in molti chiedono - giustamente secondo Stiglitz - un intervento dello Stato teso a correggere le inadempienze dei mercati. Come è previsto anche dalle teorie economiche più accreditate.

Il mercato, se lasciato agire da solo, crea insopportabili disuguaglianze e, in ultima analisi, povertà per la maggioranza della popolazione. La "mano invisibile" equilibratrice, celebrata da Adam Smith, appare sempre più una creazione teorica fantasmatica, non confermata da una verifica dei fatti. La globalizzazione e l'avanzamento tecnologico hanno avuto un effetto boomerang sulla prosperità delle persone. Lo Stato deve dunque intervenire, limitando il potere delle imprese e aumentando quello dei lavoratori, accompagnare il passaggio da un'economia basata sulla manifattura a una fondata sui servizi. E operando una ridistribuzione della ricchezza.

 La vasta e capillare diffusione di internet ha complicato la situazione. Una mole enorme di dati personali è finita nelle mani delle grandi aziende monopoliste del web, aprendo foschi scenari da Grande Fratello per quello che riguarda la nostra privacy e la cybersicurezza.

Per uscire dalla crisi bisogna ritrovare l'equilibrio tra azione individuale e collettiva. Non sempre in tutti gli ambiti il settore privato si è rivelato migliore di quello pubblico. Solo il governo può difendere i meno abbienti dai ricchi. Bisogna limitare l'influenza del denaro sul funzionamento della democrazia. Oltre che una maggiore giustizia sociale, occorre prendere provvedimenti che favoriscano una crescita economica sostenibile. Aumentare la produttività e gli standard di vita dei cittadini. Investire in infrastrutture. Soprattutto creare una società dell'apprendimento. Per produrre scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche è necessario incentivare la ricerca pura e rafforzare il sistema educativo, investendo denaro pubblico.

Inoltre è necessario mantenere la società aperta alle nuove idee, alle persone e alle menti brillanti di altre nazioni e rafforzare il sistema di protezione sociale (pensioni, disoccupazione a lungo termine). Si può pensare anche all'istituzione di un reddito minimo universale. Decisivo sarà promuovere efficaci politiche attive per il lavoro.

Secondo Stiglitz, al di là del reddito, il lavoro è importante per le persone e il loro benessere, consentendo l'allargamento delle relazioni sociali. Si può pensare tuttavia a una riduzione dell'orario di lavoro e ad un aumento del tempo libero. Provvedimenti del genere hanno portato in passato ad incrementi di produttività. Il governo dovrebbe preoccuparsi di garantire la piena occupazione, impegnandosi per offrire ai cittadini lavori retribuiti dignitosi, anche a costo di aumentare la spesa pubblica o sancendo il diritto di ogni cittadino di avere dallo Stato un posto di lavoro retribuito. Serve con urgenza una politica fiscale a tassazione progressiva: è giusto che chi ha di più paghi di più.

"I mercati non esistono nel vuoto: devono essere strutturati attraverso regole, regolamentazioni e politiche", sottolinea Stiglitz. Bisogna garantire un sistema di istruzione pubblica di qualità, che concorra a limitare le disuguaglianze e ad eliminare la discriminazione razziale, etnica e di genere. È prioritario consentire agli individui di vivere all'altezza del proprio potenziale. "Un altro mondo è possibile", conclude il premio Nobel per l'economia, "Non è ancora troppo tardi per salvare il capitalismo da se stesso".

L'ultimo libro di Joseph Eugene Stigliz (Gary, 1943), docente di economia alla Columbia University, premio Nobel nel 2001, già consigliere del Presidente americano Bill Clinton, si può dividere idealmente in due parti. Nella prima l'autore critica il sistema economico vigente, le sue mistificazioni, gli abusi, lo sfruttamento dei lavoratori, le tentazioni monopolistiche e l'assenza di una vera concorrenza, ormai paradossalmente considerata dai principali operatori economici una modalità da "perdenti". Nella seconda parte, il saggio di Stiglitz getta le basi progettuali di una nuova società e di un entusiasmante nuovo paradigma sociale ed economico. Contrariamente ad altri suoi scritti, in questo volume l'autore illustra le proprie idee adottando un linguaggio quasi  totalmente alieno da tecnicismi, alla portata della comprensione del lettore comune.

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