copertinaRobert Hughes è un critico d'arte di origini australiane, vissuto lungamente negli Stati Uniti. Con La cultura del piagnisteo ha scritto un saggio brillante, un pamphlet acido e intelligente, che fa le pulci alla cultura americana, di destra e di sinistra. E, considerando che l'Italia è una colonia dell'Impero Americano, si tratta di riflessioni che riguardano tutti noi.

Il libro ha origine da una serie di conferenze tenute dall'autore nel gennaio del 1992 presso la Biblioteca Pubblica di New York, con il patrocinio della Oxford University Press.

Dentro ci sono molte cose: la critica del linguaggio contemporaneo, immiserito da eufemismi; un punto di vista polemico sul sistema scolastico ed educativo occidentale che, per evitare di ledere l'autostima degli studenti, trasmette soltanto ciò che è facile e semplice, accontentandosi così di performance assolutamente mediocri; l'arte e la letteratura che, volendo prescindere da ogni valutazione, da ogni giudizio di merito, da ogni scala di valori, da ogni considerazione estetica, finiscono col promuovere opere modeste, esaltate soprattutto quando sono composte da artisti appartenenti all'etnia o al sesso "oppressi". Nella società contemporanea, la razza e il sesso hanno, di fatto, secondo l'autore, soppiantato il merito nel giudizio sugli artisti. 

Stiamo assistendo a "una lacrimosa avversione all'eccellenza". Soltanto le vittime sembrano avere diritto al successo. Eppure "in materia d'arte 'elitarismo' non vuol dire ingiustizia sociale e inaccessibilità".

Pure sul multiculturalismo e sulla società multietnica Hughes è polemico. Favorevole alla commistione fra le culture, feconda dal punto di vista umano, spirituale e artistico, Hughes vede nel nostro multiculturalismo il senso di colpa, l'esaltazione acritica e unilaterale del Buon Selvaggio, l'accettazione di deleteri fenomeni di separatismo, forieri di "alleanze scellerate"
"L'idea che la cultura europea sia in sé e per sé oppressiva - scrive Hughes - è un inganno che può attecchire soltanto sul terreno del fanatismo e dell'ignoranza".

Se la prende anche con gli intellettuali francesi: Lyotard, Foucault, Baudrillard, Derrida e le loro incomprensibili ed astratte teorie, nonché con i francofortesi Adorno e Marcuse, dando così un calcio a tutti i nostri preziosi e pretenziosi catechismi progressisti.

Una crisi insomma da fine Impero la nostra, secondo Hughes, con corredo di corruzione, verbosità, censura da politically correct, spettacolarizzazione della cultura e aria fritta e con l'istruzione e l'arte soppiantate ormai dalla televisione, dalle sensazioni superficiali e da improbabili terapie.