copertina libroAccadde a Pietroburgo, negli anni 40 dell’Ottocento, che un principe, Stepàn Kasatskij, destinato a una sfolgorante carriera militare, in procinto di sposare una bellissima damigella ben introdotta a corte, lasciò ogni velleità mondana per ritirarsi in un monastero, “con l’intenzione di farsi monaco”.

Figlio di un colonnello della guardia a riposo, morto quando Stepàn aveva solo 12 anni, il ragazzo si era distinto per il suo talento per la matematica e le scienze e dimostrò di distinguersi anche nell’addestramento militare e nell’equitazione. Aveva inoltre molte qualità morali e un immenso amor proprio. L’unico difetto era un temperamento irascibile, un carattere portato alla collera.
L’imperatore lo aveva in grande stima e lo considerava un suo pupillo.

Nella vita il giovane principe Kasatskij perseguiva un obiettivo ambizioso:

“era sempre consistito nello sforzo di raggiungere sempre, in qualsiasi cosa si trovasse a fare, una tal perfezione e un tal successo da suscitare le lodi e l’ammirazione della gente”.
Egli si dedica ai suoi scopi con tutto se stesso, non lesina la fatica, e raggiunta la supremazia in un ambito, ne cerca subito un altro in cui primeggiare:
“si era abituato a essere il primo”.
Quando la fidanzata, che ai suoi occhi rappresentava un ideale di purezza, gli confessa di essere stata l'amante dello zar, Stepàn, nauseato, prende l'irrevocabile decisione di abbandonare il mondo e di intraprendere la vita religiosa, ritirandosi in un monastero.

Nel monastero egli si sottomette alle regole, segue con cieca obbedienza il suo maestro, in umiltà prega e lavora. Tuttavia gli capita talvolta di provare nostalgia per la sua vita di prima e per la sua fidanzata.

Per i suoi meriti viene assegnato a un monastero della capitale.
Ma qui entra in contrasto col priore. Si fa allora anacoreta, prendendo il posto, in un altro monastero, di un eremita defunto.

Ormai Padre Sergij - questo il nuovo nome assunto da Stepàn - vive in solitudine, in totale reclusione volontaria. Un giorno una signora, bella e ricca, annoiata dalla vita che conduce, per scommessa cerca di sedurlo, avvicinandolo con l’inganno. Ma l’eremita resiste e la donna, impressionata da tanta forza morale, l’anno successivo si fa monaca.

Padre Sergij intanto si fa la reputazione di uomo pio. Conducono alla sua cella dei malati, convinto che egli con la forza della fede possa guarirli. Egli in un primo momento si ritrae, teme di cedere alla smania di gloria mondana, ma poi acconsente. Molti, cui lui impone le mani, guariscono.

La sua fama di santo taumaturgo si diffonde ulteriormente, non senza che il monaco avverta dilanianti dubbi circa la profondità e sincerità della propria fede. Le gerarchie ecclesiastiche, nel frattempo, sfruttano utilitaristicamente la sua aurea di santità: incassano difatti i cospicui oboli dei fedeli che accorrono sempre più numerosi per avvicinarlo.

Un giorno gli si appressa un mercante, implorandolo di guarire la figlia. Padre Sergij, ormai avanti negli anni, è pallido e debole, ma acconsente. Quando si trova a tu per tu con la ragazza, che ha forme provocanti e attivamente lo seduce, l’eremita cede alla tentazione.

Scandalizzato dal suo stesso comportamento, Sergij fugge vestito da muzik (o mugik: contadino russo, ndr), una soluzione su cui andava meditando da tempo. In sogno le appare Praskov'ja Michàjlovna, una donna che egli conosce fin dall’infanzia e che gli era sempre sembrata un po’ stupida o quantomeno insignificante. Capisce che lei potrebbe essere la sua salvezza.

Raggiunge la sua abitazione. L’incontro è commovente. Praskov'ja Michàjlovna, non riconoscendolo, nonostante si trovi in gravi difficoltà economiche, gli fa una ricca elemosina. Lui si rivela. Lei lo accoglie con tutti gli onori nella sua modesta abitazione dove vive con figlia, nipote e genero, che lei stessa mantiene dando lezioni private di musica ai bambini. Gli racconta i suoi guai, le difficoltà che ha dovuto - e deve ancora - affrontare, le sofferenze di una vita dura.

Padre Sergij capisce che la donna conduce un'autentica esistenza cristiana, mentre la sua era più che altro animata da orgoglio, vanità e desiderio di onori. Sergij diventa allora un pellegrino, vive vagabondando di paese in paese, in modo umile, austero, chiedendo e accettando l’elemosina. La polizia lo trova senza documenti e i giudici lo spediscono in Siberia, dove vive al servizio di un ricco muzik:

“Lavora nell’orto del suo padrone, e insegna ai bambini, e accudisce i malati”.

Con Padre Sergij, Lev Nikolaevič Tolstoj (Jasnaja Poljana, 1828 - Lipeck, 1910) scrive una "parabola teologica", intrisa di elementi autobiografici, che prefigura alcuni eventi futuri della stessa vita di Tolstoj, il suo desiderio, covato da anni e realizzato tragicamente solo al termine della sua esistenza, di abbandonare tutto, in primo luogo ricchezza e fama, per vivere in povertà.

Tolstoj ci avverte che il mondo è soltanto vanità. Con Padre Sergij, Tolstoj ci ammonisce che l'orgoglio, la gloria, la superbia e la "volontà di potenza" non possono colmare il nostro vuoto interiore. L'anima, i bisogni spirituali rimangono insoddisfatti anche quando primeggiamo in vari ambiti. Soltanto il "sacro" può riempire di senso le nostre vite. Ci può salvare soltanto l'esperienza religiosa autentica, che ci porti a vivere un'esistenza semplice, in umiltà, fondata sulla generosità e sull'amore verso il prossimo e la natura che ci circonda.

Mirabile, nel racconto, è la descrizione dei moti interiori del protagonista, i vari stati di animo, le riflessioni, i sentimenti e le emozioni, che si alternano nel suo vissuto, un vissuto tormentato dal dubbio e dalla continua inquietudine, alla ricerca disperata di un significato da conferire alla propria vita.

Pubblicato postumo nel 1911, Tolstoj scrisse Padre Sergij tra il 1890 e il 1898.
Ispirandosi al racconto di Tolstoj i fratelli Taviani hanno realizzato un film, Il sole anche di notte, ambientato nel Mezzogiorno d'Italia, uscito nel 1990 e proiettato anche al festival di Cannes.

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