copertina libroFilippo è uno psicanalista ultracinquantenne che vive a Roma, dove riceve i pazienti nel suo studio. Dopo un primo matrimonio finito con la separazione, si è sposato con Silvia con cui vive da vent'anni. Annoiato dalla vita matrimoniale, tradisce la moglie con una ventenne, Pamela, che vive in campagna, dove Filippo ha acquistato un casolare. Silvia è a conoscenza delle infedeltà del marito e, inaspettatamente e non per risentimento o ripicca, intreccia a Roma una relazione con un venticinquenne che la corteggia.

Di questo giovane, Filippo, che è anche il narratore della vicenda, scrive:

“Sapevo che si trattava di un ragazzo giovane, di venticinque anni, questo me lo aveva detto lei; che era fascista, forse per educazione familiare, ancora di più per influenze esterne, che certamente era nel comportamento molto più giovane della sua età, e tuttavia sbruffone come tutti i ragazzi della sua età, bello, certamente bello e muscoloso perché andava tutti i giorni in palestra, irruento, prepotente, ignorante”.

Inizia la Via Crucis del marito tradito: rabbia, umiliazione, gelosia, sospetto, angoscia, ossessione, abbandono, disperazione, flashback della moglie tra le braccia dell'amante, inappetenza, insonnia, incubi notturni, eccetera. Filippo, da bravo analista della psiche, sottopone la moglie a un interrogatorio continuo. Cerca di riempire i vuoti del racconto reticente di lei con l'immaginazione e l’intuito, con l’istinto che sembra in questi casi una guida migliore della ragione. Lei mente, ma mente prima di tutto a se stessa, minimizza, parla di una “sbandatina”, lo rassicura. Nel frattempo caccia il marito di casa, per volere del giovane amante.

Filippo sa che Silvia ha un temperamento romantico, ama in maniera totalizzante, fanatica, succube, materna. Si offre interamente al ragazzo, che probabilmente neppure la ama, con completa dedizione. Pur di non deludere l’amante, cede a qualsiasi sua richiesta e si concede a qualsivoglia trasgressione erotica, anche gli atti più turpi. È come plagiata dal nuovo amore, che la vivifica, la fa sentire ancora una donna corteggiata, piacente e desiderata, in qualche modo solleticando la sua vanità femminile.

Filippo, oltre a confrontarsi con Mario, un collega e amico, conduce una sorta di autoanalisi, in cui giunge alla conclusione che l’amore delle donne, specialmente quello totalizzante, "fanatico", lo soffoca e lo annoia. Diventa geloso e possessivo soltanto quando è sul punto di perdere l’oggetto amato, come nel caso di Silvia.

Mario lo tranquillizza, dicendogli che si tratta della normale vicenda di una donna prossima alla menopausa, che deve pazientare, lasciarla in pace e che tutto si risolverà nel migliore dei modi. Mette in dubbio l'amore di Filippo per la moglie. Filippo invece coltiva oscuri presagi, sente che un destino tragico potrebbe travolgere la moglie, soggiogata dall’odore del sangue (e dello sperma, che è la stessa cosa), della potenza virile, della giovinezza, dell’istinto di vita, dalla cieca volontà di potenza del giovane cui la donna non sa opporsi. Filippo e Silvia non smettono di parlarsi, di confrontarsi, di scambiarsi opinioni, ma la moglie si rivela incapace di staccarsi dal giovane, che per lei costituisce un’evasione dalla noiosa vita borghese, una novità, un mondo nuovo, l’occasione di un rinnovamento, una fuga dalla realtà, dall'incombere della vecchiaia e dalla morte.

L’epilogo, purtroppo, sarà tragico, come Filippo aveva presagito. L’uomo si sente in colpa, ma il destino, l’odore del sangue, il richiamo del sesso hanno avuto la meglio sull’amore coniugale e sulla stabilità del matrimonio. Thanatos ha prevalso su Eros. Scritto nel 1979, subito dopo che Goffredo Parise era sopravvissuto, malridotto, a un infarto, “L’odore del sangue” venne pubblicato postumo nel 1997. Dal romanzo, il regista Mario Martone ne ricavò nel 2004 l'omonimo film con protagonisti Michele Placido, Fanny Ardant e Riccardo Scamarcio.

Si tratta di uno splendido ed avvincente romanzo, soffuso di un erotismo realistico e trasgressivo. La prosa di Parise richiama alla mente autori come il giapponese Tanizaki (come commenta lo stesso Garboli nella prefazione) e Moravia, di cui Parise era amico e ammiratore. Ne L’odore del sangue Parise dimostra grandi capacità intuitive e introspettive. La narrazione è intensa ed elegante. La psicologia femminile è scandagliata nelle sue profondità, così come la sessualità, l’amore tra persone con una notevole differenza di età, le tortuosità, i paradossi, le contraddizioni, le illusioni del sentimento amoroso, nella sua espressione passionale, gli effetti sul desiderio dell'approssimarsi della vecchiaia e della morte, il vuoto esistenziale inteso come "anestesia", "narcosi". Soprattutto, il romanzo è una fenomenologia del tradimento, sviscerato in ogni suo minimo dettaglio fisico e psicologico, forse anche culturale, sia dalla parte della persona che tradisce che del tradito/a.

Sullo sfondo una Roma “congestionata” e “lugubre”, mediterranea, fascista e papalina, marcescente, brutale, violenta e vanesia. La scrittura è sensuale, riferendosi a tutti i cinque sensi. I personaggi, particolarmente quelli femminili come Silvia e Pamela, sono vivi. La pagina li rende di carne, ossa e sangue. C’è nel romanzo un’aura di estetismo decadente, tutt'altro che fastidiosa, quasi dannunziana.

Goffredo Parise (1929-1986) è stato uno scrittore, giornalista e sceneggiatore italiano. Nato a Vicenza, Parise ha vissuto una vita intensa e travagliata, caratterizzata da un'infanzia difficile e da numerosi viaggi. Tra le sue opere più celebri si annoverano Il prete bello (1954), Il padrone (1965), Il sillabario n. 1 (1972). Il secondo volume,Sillabario n. 2, venne pubblicato postumo nel 1982. Dopo aver subito un infarto nel 1979, Parise ha continuato a scrivere con una nuova consapevolezza della fragilità della vita. L’odore del sangue è un'opera postuma, pubblicata nel 1997, che riflette il suo acuto senso di introspezione e la sua abilità nel descrivere le sfumature psicologiche dei personaggi