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2000

2001

2002
 

Internet costituisce una grande occasione che gli infermieri non devono lasciarsi sfuggire. C'è la possibilità di scambiarsi informazioni, di alimentare il dibattito, di aumentare la velocità di diffusione delle idee, di far conoscere la nostra professione al grande pubblico, sfatando stereotipi e luoghi comuni.
Una delle prime ad aver intuito le grandi potenzialità della Rete è stata Maria Luisa Canna, un'infermiera di Roma, che ha costruito, da sola,  un sito interessante.
Brava Maria Luisa!



 

Anche la stampa specializzata riconosce che il ruolo degli infermieri, nell'Italia contemporanea, diventa sempre più importante e strategico per la buona gestione del servizio sanitario nazionale. Per razionalizzare ed ottimizzare gli interventi sanitari, diventerà sempre più capillare la presenza dell'infermiere sul territorio. Ha già preso il via, quindi, anche da noi, l'assistenza infermieristica ambulatoriale (ambulatory care nursing). Tra le prestazioni che vengono fornite figurano medicazioni, fleboclisi, prelievi ematici, cateterismi vescicali, elettrocardiogrammi, misurazioni dei parametri vitali, ma anche, bendaggi, sorveglianza di ferite chirurgiche, stomie e ulcere cutanee, rimozione di punti di sutura, anamnesi infermieristica. Il modello è anglosassone: il generalist nurse americano, l'infermiere di comunità che deve rispondere in prima persona dei risultati raggiunti e delle prestazioni erogate e il rural nurse australiano. E' allo studio anche un appropriato tariffario. Scrive Il Sole 24 Ore: Nel processo di cambiamento dell'organizzazione sanitaria orientata verso la personalizzazione delle cure, la relazione di aiuto e di sostegno tecnico-relazionale alla persona costituisce l'elemento centrale del percorso assistenziale e l'infermiere rappresenta la figura professionale con maggiore esperienza e competenza per attuarla, avendo da tempo elaborato e utilizzato propri modelli organizzativi e assistenziali che consentono di valutare, individuare e risolvere i bisogni di salute... L'infermiere ha acquisito una maggiore consapevolezza del proprio ruolo, caratterizzato da maggiore autonomia decisionale e operativa.
Fonte: a cura di D'Innocenzo, Marinella. "L'infermiere va sul territorio". Il Sole 24 Ore Sanità, Anno III- n. 37 (26 sett. - 2 ott. 2000), p. 18
Per saperne di più sugli ambulatori infermieristici si consulti il sito Asl Roma B



 

Tempo Medico, la più prestigiosa rivista medica italiana, dedica spazio agli infermieri e segnatamente ad un importante strumento operativo: la cartella infermieristica. Vi si scrive: L'infermiere non è più un semplice esecutore degli ordini del medico, ma è il protagonista autonomo e responsabile del processo assistenziale.
La cartella si struttura secondo le fasi principali del processo di nursing:
1. raccolta dati
2. diagnosi infermieristica
3. formulazione piano assistenziale
4. attuazione
5. valutazione.
Numerose sono le schede che possono integrare la cartella: parametri vitali, bilancio idrico, esami diagnostici, medicazioni e drenaggi, terapia. Nell'articolo si dedica spazio al concetto di diagnosi infermieristica, tributando un giusto riconoscimento al lavoro svolto dal NANDA ( North American Nursing Diagnosis Association).
Trovo che l'implementazione della cartella infermieristica, strumento ormai abbastanza diffuso, ma che richiede tempo per la sua accurata compilazione e continuo aggiornamento, abbia trovato ostacolo nella carenza degli organici infermieristici, spesso sottodimensionati, e nella cultura burocratica e talvolta immobilista delle strutture sanitarie. In altri contesti, la cartella infermieristica, compilata in modo rigoroso, deve essere sempre presente nella documentazione del paziente, a garanzia di un corretto processo assistenziale. Inoltre penso sia particolarmente importante, in tempi di ottimizzazione delle risorse sanitarie e degli interventi assistenziali, che l'infermiere dedichi tempo ed energie alla puntigliosa valutazione dei risultati, come si fa nel Nord America.
Fonte: Simoni, Anna. "La cartella dell'infermiere". Tempo Medico, n.679, 11 ottobre 2000



 

Qual è la percezione sociale della professione infermieristica? Come ci vedono gli altri, gli esperti, gli studiosi, i commentatori accreditati? Sembrano in disaccordo fra loro. Per Domenico De Masi (Il futuro del lavoro) l'attività di infermiere è faticosa e sgradevole, perché implica il contatto quotidiano con la sofferenza. Per Edward Luttwak, si tratta di una professione potenzialmente gratificante. Scrive il politologo americano in La dittatura del capitalismo: Il lavoro, con le sue soddisfazioni [può] virtualmente colmare ogni carenza affettiva, o addirittura tramutarla in una motivazione per lavorare ancora di più [...], ma funziona soltanto per la minoranza di persone per le quali è costantemente eccitante, o profondamente motivante, una minoranza che va dai piloti da corsa agli scienziati avvinti dalle loro ricerche, dai miliardari sulla breccia alle infermiere appassionate del loro mestiere.
E se il lavoro di infermiere fosse gravoso e potenzialmente gratificante, nello stesso tempo?
(ottobre 2000)



 

L'economia sanitaria, in tempi di ottimizzazione e razionalizzazione dei sistemi sanitari di tutto il mondo, è una disciplina che riguarda sempre di più anche l'infermiere. La Pfizer ha preparato un Cd-Rom, richiedibile gratuitamente al sito internet, che costituisce un corso multimediale di economia sanitaria (health economics). Mi sembra una lodevole iniziativa, da segnalare.
(ottobre 2000)



 

A intervalli regolari e ormai sempre più ravvicinati si manifesta, nel nostro Paese, la carenza di infermieri. Riporto questa notizia del Corriere Lavoro nel numero in edicola venerdì 22 giugno 2001 con il Corriere della Sera:
A lanciare l'allarme è la Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi, che dichiara che in Italia mancano 80-90 mila infermieri professionali.
Corriere Lavoro cerca anche di approfondire le cause di questa emergenza nazionale.
Tra di esse vanno annoverati i bassi livelli di retribuzione, la delicatezza delle mansioni, il disagio dei turni di lavoro e il grosso investimento che le persone devono fare per diventare infermieri professionali: tre anni di studio di livello universitario, che non trovano un adeguato e complessivo rapporto accettabile in termini di costi-benefici. Senza contare questioni di carattere psicologico come il prestigio e la valutazione: pur essendo un mestiere importante e critico, quella di infermiere non è tra le attività più apprezzate nella scala gerarchica delle professioni.
Difficile dire meglio. Intanto il nuovo contratto degli infermieri, quello cosiddetto "dei livelli", che conteneva elementi di modernizzazione e di valorizzazione della figura infermieristica, è stato bloccato dalla Corte dei Conti, senza che la stampa nazionale dia rilievo alla vicenda.
Allora è lecito chiedersi: le sorti dell'assistenza infermieristica in Italia stanno veramente a cuore a qualcuno?



 

I servizi riservati agli anziani in Italia non sono sempre quelli degni di un Paese civile.
Forse ciò dipende da degrado culturale, forse da altro (affarismo?).
Scrive Gramellini su La Stampa:
L'inchiesta estiva dei Nas, resa nota ieri, ha portato a galla una realtà da piano di sterminio. 1200 controlli, 669 reati, 488 persone denunciate, 4 case di riposo chiuse e 81 sospese.
Sono numeri da grande retata criminale, che aprono uno squarcio su una delle più floride industrie del futuro, quella dei parcheggi per anziani. In mezzo a tante iniziative che mescolano al profitto un po' di cuore, proliferano gli ospizi dei balordi, dove vanno in scena vuote rappresentazioni a beneficio dei parenti che pagano la retta. Ma appena quelli risalgono in macchina, affiora un inferno di lenzuola sporche, topi che ballano il rock nelle cucine e maltrattamenti sadomaso.

Fonte: Massimo Gramellini. "Abbandonati a pagamento". La Stampa, 8 settembre 2001
Eppure secondo me, il problema potrebbe essere limitato, applicando precisi e moderni standard quantitativi e qualitativi alle strutture che ospitano gli anziani, in special modo a quelle che si occupano di assistere persone non autosufficienti, ed intensificando i controlli senza inutili rigidità, ma anche senza ignobili e lassiste tolleranze.



 

Habemus papam. Finalmente dopo lungo periplo, il 20 settembre 2001 è giunto all'approvazione e alla concreta attuazione il cosiddetto "contratto dei livelli".
Gli infermieri professionali passano dalla categoria C a quella D.
Credo che la cosa vada salutata con prudente entusiasmo.
Chi scrive lavora ormai da oltre 18 anni ed è la prima promozione che riceve. Alla faccia dei giornali e dei commentatori che titolavano ironicamente e criticamente "Ricchi e promossi", alludendo agli infermieri come a una categoria privilegiata del pubblico impiego.
Ritengo sia giusto ricordare che, al contrario, gli infermieri sono una delle categorie in Italia più bistrattate.
Turni di lavoro che fanno a pugni con l'orologio biologico; Natale, Pasqua e altre feste comandate dedicate, in prima linea, all'assistenza delle persone sofferenti; scioperi quasi mai; considerazione sociale prossima allo zero; responsabilità tante con possibilità, sempre in agguato, di compiere errori difficilmente rimediabili; meriti riconosciuti nessuno; scolarità spesso elevata; compiti che molti giudicano poco attraenti.
Quando le cose vanno bene il merito è dei superiori gerarchici, se vanno male del povero infermiere.
Dolore, malattia e morte sono le dimensioni con cui quotidianamente ci si confronta.
Eppure sono tanti quelli che fanno molto più del loro dovere. Lo testimonia il fatto che l'Oms colloca il nostro tanto criticato SSN al secondo posto nel mondo come qualità assistenziale e che il nostro Paese è ai vertici della longevità.
Gli infermieri fanno il loro dovere in silenzio, lavorando sovente in organizzazioni avare di gratificazioni e non al passo con i tempi.
Il riconoscimento economico e di posizione che il nuovo contratto sancisce non può essere che di ulteriore sprone a quella larga fetta di operatori che, con spirito di sacrificio ed elevato senso civico cercano, malgrado tutto, di dare un senso al proprio lavoro, nell'interesse personale dei malati e generale del Paese.



 

La "questione infermieristica" raggiunge le prime pagine dei quotidiani nazionali.
Mancano 40mila infermieri, lo Stato "richiama" i pensionati titola il Corriere della Sera del 27.10.2001.
Il ministro Sirchia, dunque, tramite decreto legge, decide di richiamare in servizio coloro che, pensionati da non più di cinque anni, fossero intenzionati a riprendere il lavoro.
Inoltre si dà la possibilità agli infermieri di trattenersi al lavoro oltre l'orario pattuito, svolgendo attività libero professionale.
Sinceramente, secondo me, è difficile che provvedimenti di questo tipo riescano a tamponare efficacemente l'emergenza. Già De Lorenzo ci aveva provato anni fa a richiamare i pensionati, mi pare con scarsi riscontri.
Forse sarebbe più utile rivedere le risorse da destinare alla sanità, già a livelli di molto inferiori alla media europea (in Italia si è scesi sotto il 6% del Pil).
Considero invece positivo il principio di introdurre criteri di maggiore flessibilità nell'utilizzo degli infermieri, naturalmente impedendo che flessibilità diventi sinonimo di sfruttamento di personale già largamente spremuto. D'altro canto penso sia finito il tempo dell'orario di lavoro uguale per tutti; l'orario di lavoro andrebbe personalizzato, perché diverse sono le esigenze, le energie, le disponibilità di ogni singolo operatore.
Per intenderci, una mamma che a casa magari deve accudire famiglia e figli è diversa da chi, al contrario, non ha soverchi "obblighi" familiari.
L'importante è che l'orario riconosca i bisogni di ogni singolo e venga concordato nell'interesse di entrambe le parti, non della sola azienda.
Inoltre le aziende dovrebbero assistere maggiormente i propri dipendenti, fornendo, per esempio, servizi aggiuntivi che facilitino lo svolgimento a tempo pieno dell'attività lavorativa, per esempio dotandosi di asili per i bambini.



 

Interessante sperimentazione della regione Friuli Venezia Giulia: l'istituzione dell'"infermiere di comunità".
Ha dichiarato Mario Corbatto, responsabile del "distretto sanitario ovest" dell'Ass n. 5 Bassa Friulana: l'attivazione del progetto si ripropone in particolare di evitare ricoveri impropri, di facilitare le dimissioni dai reparti ospedalieri, riducendo conseguentemente i periodi di degenza e di evitare l'istituzionalizzazione dei pazienti.
Quali sono le prestazioni garantite dall'infermiere di comunità? Medicazioni, prelievi, rilevazione dei parametri vitali, ma anche educazione sanitaria.
L'infermiere svolgerà la sua attività in ambulatorio, ma, se necessario, anche al domicilio del paziente.
Un ulteriore passo avanti nell'autonomia e nella valorizzazione della professione.
Fonte: Del Fabbro, Tiziana. "L'infermiere professionale diventa "di comunità"". Il Sole 24 Ore Sanità, Anno IV- n. 37 (27 nov. - 3 dic. 2001), p. 20



 

Per la prima volta un infermiere garantirà a un bambino gravemente allergico di poter frequentare le lezioni a scuola, in modo da intervenire in caso di improvvisa crisi: lo ha stabilito il tribunale del lavoro di Roma.
Si sancisce, dunque, in via di principio, la possibilità e, soprattutto, la necessità della presenza di infermieri nelle scuole per assistere bambini affetti da gravi problemi di salute.
Aumenta l'importanza della figura dell'infermiere nelle evolute società moderne.
Non più relegato a collaboratore del medico in ospedale, la sua presenza è ormai indispensabile dovunque, sul territorio, ci sia da lenire la sofferenza e garantire migliori opportunità di vita ai cittadini di qualsiasi età.
Fonte: "Largo all'infermiere a scuola per assistere i bambini ammalati che vogliono studiare. Il Sole 24 Ore Sanità, Anno V- n. 11 (19 - 25 mar. 2002), p. 13



 

Lo avverto dalle facce perplesse dei colleghi, dalle mezzi frasi pronunciate nella cucinetta o alla macchinetta del caffè: l'aggiornamento professionale per crediti (educazione medica continua), voluto dal ministero, pur meritevole negli obiettivi, genera nella pratica più che perplessità, preoccupazione.
In quali orari si svolgerà e chi dovrà pagare?
Sì, perché per i medici sembra relativamente facile assentarsi una settimana e partecipare a convegni e aggiornamenti. Ma vi sfido a togliere per una settimana un infermiere dall'organico di un'unità operativa: disagi per pazienti e colleghi a non finire.
E poi con la drammatica carenza d'organico che obbliga ormai allo straordinario, spero non si pretenda che gli infermieri rinuncino ai già scarsi riposi settimanali per aggiornarsi? Col conseguente definitivo addio ad uno straccio di vita privata.
E, per soprammercato, c'è già chi ventila chi i costi graveranno sul borsellino, non proprio gonfio, dell'infermiere. E al bilancio familiare del medesimo chi provvede?
Già, perché così scrive il Sole-Sanità: Particolarmente sottolineata la scarsa disponibilità di fondi per contribuire ai costi che per ora gravano soprattutto sulle tasche di medici, infermieri, farmacisti, tecnici sanitari e veterinari, che dovranno proseguire il proprio aggiornamento professionale per tutta la propria vita lavorativa.
Della cosa se ne stanno opportunamente occupando i vertici dell' IPASVI. Speriamo che la grana sia risolta celermente, anche perché in aprile si comincia.
Per saperne di più consultare il sito ECM
Fonte: "Lasciateci formare i formatori. Nuove voci dal pianeta ECM: in pista gli infermieri". Il Sole 24 Ore Sanità, Anno V- n. 12 (26 mar. - 1 apr. 2002), p. 22



 

Laddove mancano gli infermieri o il loro numero viene ridotto da provvedimenti amministrativi, i più danneggiati risultano i malati che finiscono col ricevere cure assistenziali carenti. E' quanto afferma una ricerca condotta su 800 ospedali statunitensi e riportata da L'Espresso
Dove lo staff è insufficiente i ricoverati stanno decisamente peggio. Rimangono più a lungo in ospedale, soprattutto perché la degenza si complica con polmoniti, trombi alle vene, infezioni urinarie e altri malanni, talvolta anche mortali, come lo shock o i sanguinamenti dallo stomaco. Addirittura sarebbero migliaia l'anno le vittime della scarsa assistenza.
Alle medesime conclusioni è giunto uno studio canadese.
"Gli infermieri sono gli occhi e le orecchie dell'ospedale" dice Jack Needleman, economista di Harvard e autore della ricerca che ha analizzato il destino di 6 milioni di pazienti. "Se qualcosa sta andando storto, sono in grado di accorgersene prima che la situazione precipiti".
E così conclude l'articolo Roberto Satolli, uno dei massimi esperti in materia sanitaria del nostro paese:
Bisognerebbe pagarli di più, questi preziosi assistenti, e soprattutto riconoscere e gratificare maggiormente un ruolo che è difficile, faticoso, di responsabilità e competenza.
Chissà perché da noi ci si preoccupa soltanto dei medici?
Fonte: Satolli R. "Emergenza infermieri" L'Espresso 04 - 07 - 2002



 

Dopo il "medico di famiglia", i cittadini italiani avranno l'"infermiere di famiglia", una figura che affiancherà il medico di base nell'assistenza sanitaria, occupandosi di un'area geografica circoscritta e consentendo al SSN un risparmio di risorse.
Se ne è parlato al Congresso Nazionale IPASVI, che si tiene in questi giorni (Roma, 19-20-21 settembre 2002).
L'infermiere di famiglia, ha affermato Gennaro Rocco vicepresidente della Federazione dei Collegi infermieristici, avrà come compito di assistere i malati cronici, pazienti appena dimessi dall'ospedale con necessità di medicazioni oppure in dialisi peritoneale, neomamme alle prese con problemi relativi all'allattamento e alla cura del neonato.
Inoltre erogherà gratuitamente una serie di prestazioni che vanno dalle medicazioni alle iniezioni alla misurazione della pressione.
Fonte 24ORE Sanità, 19-07-2002



 

Libera professione e sviluppo di carriera come per i medici. E' questo l'orientamento del ministro Gerolamo Sirchia circa la naturale evoluzione della professione infermieristica in Italia.
L'ospedale dovrebbe essere il primo imprenditore della libera professione dei suoi dipendenti, ha affermato il ministro nel suo intervento all'annuale Congresso Nazionale degli infermieri.
Prudenza sulle promesse del ministro da parte dei vertici dell'IPASVI:
Chiediamo concretezza, ha dichiarato il Presidente degli infermieri Annalisa Silvestro.
Fonte 24ORE Sanità, 19-07-2002



 

Non commento personalmente questa proposta fatta in ambienti governativi (ma non solo), accettabile, mi sembra, soltanto se con "infermiere" si vuole indicare, con molta approssimazione, qualsivoglia operatore sanitario non medico, che intervenga nell'assistenza diretta del malato.
Già ha risposto per le rime il presidente dei Collegi IPASVI.
Riporto integralmente, invece, il commento di Massimo Gramellini, giornalista de La Stampa, che mi pare abbia colto il nocciolo della questione:

"OGNI tanto salta su qualcuno, l’ultimo è stato NapoSilvione, a dire che chi perde il posto alla Fiat o altrove può sempre riciclarsi dentro una divisa da infermiere. Neanche si trattasse di un mestiere che sono in grado di fare tutti, come l’ospite di Marzullo o il campione di un sondaggio Datamedia. L’infermiere non è un manovale della sanità, anche se spesso gli toccano compiti imbarazzanti: pulire i pazienti e sopportare certi primari. E’ sempre più un professionista superspremuto e sottopagato, che studia tre anni a tempo pieno e deve sapere di fisiologia, anatomia, psicologia. Chi, se non lui, filtra la rabbia dei malati e dei loro parenti verso la classe medica?

Dopo gli esami, gli tocca superare concorsi durissimi, salvo ritrovarsi senza lavoro perché gli ospedali a corto di denaro preferiscono assumere gli extracomunitari con stipendi vergognosi. Frustrato, vessato dai superiori (secondo una ricerca, è il bersaglio preferito del «mobbing»), in trasloco perenne da un reparto all’altro, l’infermiere dovrebbe ora anche digerire l’umiliazione di sentirsi trattato come un buono a nulla che chiunque può sostituire. E’ una condizione umiliante.

Ma lo è ancora di più quella di una classe dirigente che è troppo ripiegata sui suoi piccoli maneggi per trovare il tempo di aggiornarsi e, avendo perso qualunque contatto con la realtà, affronta i problemi del presente con un armamentario di luoghi comuni del passato".
Fonte: Gramellini, M. "Il camice di tutti". La Stampa 06-12-2002



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Valentino Sossella