copertina libroPer l'economista Patrizio Bianchi (Copparo, FE, 1952), già rettore dell'Università di Ferrara, dobbiamo tutti prendere atto di vivere nell’epoca della “società della conoscenza”. Investire in educazione oggi significa occuparsi dello sviluppo del Paese. La scuola è il luogo per eccellenza dove si creano quelle competenze che favoriscono la prosperità di una nazione.

In passato la scuola è stata luogo di discriminazione sociale. Non deve più avvenire. La scuola ha bisogno pertanto di risorse, ma anche di innovazione. Deteniamo il record europeo di NEET (ragazzi che non studiano e non lavorano), mentre la produttività da decenni ristagna. Esiste per Bianchi una “questione meridionale”, che inerisce il sistema dell’istruzione. Il neoministro lo dice esplicitamente, evitando le trappole del politicamente corretto.

Un’istituzione scolastica al passo coi tempi non deve più mirare alla semplice trasmissione di informazioni: quelle, si possono facilmente reperire in rete. Compito dell’istruzione è stimolare negli studenti le necessarie capacità critiche, che permettano loro di interpretare il presente e prefigurare il futuro. Occorre educare alla solidarietà, in ossequio alla Costituzione. E per far questo è necessario uscire dai vecchi schemi del passato: "programmi, orari, discipline strutturate da ordinanze e disposizioni centrali” .

Occorre combattere l’abbandono scolastico, particolarmente marcato nel Sud del Paese e in generale la “povertà educativa”, impietosamente documentata dai test INVALSI. Una dispersione scolastica esplicita, misurabile nel numero di studenti che lasciano la scuola senza ottenere nessuna certificazione, ma anche implicita, persone cioè che ottengono titoli di studio senza che a ciò corrisponda l’acquisizione di adeguate conoscenze e abilità.

L’Italia stenta a crescere economicamente, perché può contare su un numero ristretto di aziende innovative e su uno scarso capitale umano preparato e creativo. La quarta rivoluzione industriale in atto richiede nuove competenze e nuove abilità. E di conseguenza “nuove modalità di organizzazione dei processi educativi”. È entrato definitivamente in crisi il modello di produzione fordista, gerarchico e frammentato, la cui espressione emblematica è stata la catena di montaggio. Superato è anche il modello organizzativo burocratico di tipo militare, centralizzato, frammentato, basato su ruoli e gradi ben distinti.

Purtroppo, proprio nel momento in cui il Paese aveva più bisogno di risorse umane di qualità, la crisi economica successiva al 2009 ha sottratto investimenti alla scuola, all'università e alla ricerca. Il saggio di Bianchi prosegue con una lunga, documentata e peraltro interessante digressione storica sull'origine dell’istituzione scolastica nei diversi Paesi europei.

Riassumendone le vicissitudini storiche, Bianchi riconosce che la scuola ha adempiuto, a partire del Settecento, fondamentalmente a tre funzioni sociali: formare la classe dirigente e consolidare la separazione fra le classi, formare il popolo ai valori identitari della comunità, formare i lavoratori e tutto il personale che a diversi livelli provvedeva a mandare avanti il sistema produttivo. A queste funzioni l'autore ne aggiunge una più recente e, secondo lui, basilare: formare la persona. Bianchi mette in relazione sviluppo economico, realizzazione delle persone e sistemi educativi: più efficace il sistema educativo, qualitativamente migliore e più ricca sarà la vita delle persone e la prosperità delle nazioni.

Ma quali sono i cambiamenti pratici che l'economista e accademico auspica per un nuovo progetto di scuola? Cerchiamo di riassumerli:

"superare la classe come unità amministrativa e recuperare quel dialogo personalizzato che l’allievo deve avere con l’adulto di riferimento";
- improntare lo sviluppo della nuova scuola all'acronimo CAMPUS ( (Computer/Coding, Arte, Musica, Polis, Sport), educare gli studenti alla vita e alla partecipazione e creazione di "comunitùà solidali e coese";
- promuovere lo sviluppo sostenibile;
- intensificare le relazioni fra scuola, università, centri di ricerca e imprese; molta enfasi l'autore pone sull'insegnamento delle materie scientifico-tecnologiche (Science, Technology, Engineering and Mathematics, STEM);
- le imprese devono "divenire luoghi di educazione"; occorre favorire il passaggio dai distretti industriali ai distretti educativi; intensificare le esperienze di "scuola-fuori dalla scuola", "ritrovare una scuola oltre la scuola";
- abituare i ragazzi al lavoro di squadra: grandi risultati si ottengono rendendo complementari tra loro le singole specializzazioni;
- promuovere, valorizzare, intensificare in ogni modo la formazione professionale per garantire a imprese e Paese quelle risorse umane necessarie per lo sviluppo economico e il conseguimento del benessere sociale;
- implementare tutte le misure concrete per porre in essere una vera formazione permanente, che si estenda a tutte le età della vita;
- rilanciare la figura e il ruolo dell'insegnante;
- prevedere per la scuola il tempo pieno;
- intensificare l'uso degli strumenti tecnologici e digitali per promuovere una didattica innovativa; durante l'emergenza COVID si sono usati strumenti digitali (didattica a distanza) in modalità analogiche: non va bene;
obbligo scolastico elevato a 17 anni, con la scuola secondaria di secondo grado portata da 5 a 4 anni;
inizio della scuola a 3 anni (questa massiccia ingerenza dello Stato nell'educazione assomiglia molto a quella degli stati totalitari!,n.d.r.).

Bianchi porta a sostegno delle sue tesi gli atti della Commissione Delors (Nell’educazione un tesoro, Roma, Armando, 1997) che aveva stabilito quattro obiettivi fondamentali per il processo educativo: imparare a vivere assieme, imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a essere. Per il professore ferrarese tornare alla normalità dopo il COVID-19 non significa tornare alla scuola di prima, ma cambiare, innovare, riformare.

Pur apprezzando gli elementi di novità che il professor Bianchi cercherà di introdurre nell'organizzazione scolastica, riteniamo che la sua visione dell'educazione continui ad essere "scuola-centrica". La società del futuro, a nostro avviso, dovrà porre il massimo accento sull'apprendimento e non sull'insegnamento. Un apprendimento flessibile, personalizzato, continuo, motivato dalla passione, alieno dagli stanchi rituali scolastici (lezione, registri, voti, esami, credenziali spesso non credibili). Non una parola spende Bianchi, ad esempio, per lo sviluppo di un sistema bibliotecario moderno, adeguato ai tempi, né per lo studio personale, informale, per l'autoapprendimento e il suo riconoscimento sociale. Mentre, al contrario, giganti come Google, le imprese di Elon Musk e altre aziende all'avanguardia si orientano ormai sui talenti creativi, generati da percorsi educativi flessibili e non tradizionali. In un passo del libro poi il professore liquida l'educazione permanente come "alfabetizzazione degli adulti nelle nuove discipline legate alla digitalizzazione dell’economia e della società ". No, l'educazione permanente non può ridursi a questo.

Espresse tali critiche e riconosciuta la validità di un progetto di scuola più vicino alla vita delle persone, riteniamo che le pur moderate proposte dell'autore incontreranno la strenua resistenza e opposizione di insegnanti, dirigenti scolastici e docenti universitari. La scuola è ormai diventata una delle istituzioni più conservatrici del Paese, una macchina burocratica i cui interessi costituiti sono difficilmente scalfabili. Già ora, nel momento in cui scrivo, il neoministro è fatto segno di critiche accese da parte di un mondo, quello scolastico tradizionale, in larga parte impermeabile al cambiamento.