Letteratura e scienza hanno intrattenuto, nel corso dei secoli, un rapporto nel contempo di conflittualità e complementarietà.
Alcuni scienziati sono stati anche eccellenti letterati, come ad esempio Galileo Galilei, secondo Italo Calvino “il più grande scrittore” della storia letteraria nazionale. Così come alcuni letterati si sono interessati seriamente alla scienza: per esempio il tedesco Goethe. Ricordiamo che il nostro Giacomo Leopardi scrisse una Storia dell’astronomia.

Ciò non deve stupire. Sempre Calvino sosteneva che:

“l’atteggiamento scientifico e quello poetico coesistono. In genere, la scienza fornisce alla letteratura nuovi temi su cui dirigere la propria attenzione, dalle profondità della psiche a quella del cosmo, mentre la letteratura divulga presso il grande pubblico quelle stesse idee facendo leva sui raffinati artifici della retorica”.
Come modello esplicativo si può pensare alla psicoanalisi, ideata da un medico neurologo, Freud, che tuttavia possedeva grandi qualità di narratore, e il suo profondo influsso sulla produzione letteraria successiva, a partire, per rimanere nel campo letterario italiano, da Italo Svevo con La Coscienza di Zeno. Dopo Freud e le sue teorie, affermava lo scrittore napoletano Raffaele La Capria, la letteratura non è stata più la stessa. Abbiamo assistito ad un vero e proprio cambio di paradigma. Freud stesso era influenzato, nell'elaborazione delle sue suggestive ipotesi, dal clima culturale dell’epoca, in parte connotato dal positivismo scientifico.

Analogo influsso sulle lettere ebbero Copernico, con la sua concezione eliocentrica dell’universo e Darwin, con la teoria sull’evoluzione. Senza dimenticare Newton, Lombroso e Einstein. La scienza, dunque, sembra elaborare le idee e la letteratura fornisce le parole per comunicarle.

Tuttavia è vero anche il contrario: talvolta è la letteratura a individuare nuovi mondi e a prefigurare il futuro tecnico-scientifico dell'umanità. Basti pensare al genere letterario chiamato fantascienza. E la comunità degli scienziati ne realizza poi sogni e, talvolta, incubi.

Quello che va sfatato è il mito dell’oggettività scientifica. La scienza non origina da una tabula rasa, dalla separazione netta tra soggetto e oggetto, ma da idee, concezioni, teorie che non di rado sono generate dalla metafisica. Nel corso del suo sviluppo la scienza si è fatta sempre più “indeterminata” e il concetto di probabilità ha sostituito il rigido determinismo meccanicistico. Lo spiega bene il fisico Fritjof Capra nel suo libro Il punto di svolta.
Non esiste più, in campo scientifico, neppure nella matematica, la certezza assoluta, ma gradi diversi di certezza. Anzi l’incertezza è un concetto che sempre di più caratterizza l’atteggiamento dell’autentico scienziato. Per produrre scienza, bisogna accettare di poter essere contraddetti e teorie nuove possono “falsificare”, come ci insegna il filosofo Karl Popper, e mandare in soffitta altre teorie che sembravano inscalfibili.

Scienza e letteratura attingono alle stesse basi cognitive di analisi, intuizione, creatività e cercano entrambe di mettere ordine nel disordine del mondo. Sia la letteratura che la scienza ambiscono ad allargare la conoscenza dell’uomo e del mondo che lo circonda.
Comunque, come sottolinea Annamaria Cavalli in un suo splendido saggio,“si va nella direzione di capirsi meglio, di sapere di più, per vivere più pienamente la propria vita”. L’intuizione e la logica entrano in azione sia nella creazione artistica che nella scoperta scientifica.
Rimanendo nell’ambito della letteratura italiana, è Pirandello che nel 1908 scrive il saggio dall’eloquente titolo Arte e scienza. Anche D’Annunzio credeva nell'indissolubile intreccio fra letteratura e scienza e nella comunanza dei processi mentali dello scienziato e del letterato. E lo stesso D’Annunzio scrisse racconti e romanzi in cui metteva in evidenza la sua erudizione nel campo della terminologia medica.

Eppure la contrapposizione tra le due culture fa parte della storia della civiltà. A partire dallo scontro tra Matthew Arnold, che considerava l’arte preminente sulla scienza e Thomas Henry Huxley, scienziato darwinista, che avrebbe preferito un’educazione scolastica basata sul metodo e le acquisizioni della scienza, l’unica in grado di formare l’individuo e spalancargli le porte del mondo del lavoro.
Per continuare con lo scrittore e scienziato Percy Snow, autore del celebre saggio Le due culture, in cui l’autore perora principalmente la causa della cultura scientifica, l’unica, a suo avviso, capace di favorire il processo democratico e il progredire delle condizioni di vita.
A Snow ribatte Frank Raymod Leavis che ribadisce al contrario la forza formativa della cultura umanistica.

Le Scienze della Natura, orientate già dal Settecento allo sviluppo tecnologico e produttivo rischiano di oscurare le Scienze dello Spirito, ovvero la cultura umanistica. Il letterato, lo scrittore e il poeta rischiano di essere relegati al ruolo di sradicati, di estraniati.

Tuttavia nell'Ottocento il genere romanzo si offre al pubblico anche come divulgatore delle idee scientifiche. Grazie al romanzo, le due culture si riavvicinano. Non c'è più il rigore, l’esattezza e l’oggettività contrapposte all'approssimazione, all'emotività e alla soggettività. Con il Naturalismo il letterato assume lo sguardo dell'osservatore scientifico.
A partire da Emile Zola, infatti, si staglia all'orizzonte la figura dell'artista-scienziato. Il positivismo rinforza il connubio tra arte e scienza. Dal canto loro gli scienziati migliorano il proprio stile comunicativo. Scrivono in modo vivace e accattivante. Cercano di diffondere le proprie teorie e scoperte ad un pubblico vasto, che vada oltre quello degli addetti ai lavori.

Sul finire dell'Ottocento il positivismo entra in crisi. Fallisce nei suoi obiettivi di rendere il mondo più intellegibile. Recuperano terreno la letteratura e la vita dello spirito. L'uomo moderno, sul finire dell'Ottocento, esprime il bisogno di contatto con l'infinito e l'inconoscibile. Prevalgono, con il tramite della letteratura, forme irrazionali di misticismo, profetismo, animismo e occultismo. Il sentimento e lo spirito prevalgono sulla ragione. Il letterato esprimere l'ineffabile e l'inconoscibile. Lo spiritismo, il sogno, il sonnambulismo, la follia sono fenomeni che vengono indagati dalla letteratura, ma sempre più anche dalla scienza. Basti pensare a medici come Lombroso e come Freud, il quale nel 1899 pubblica L'interpretazione dei sogni.

E mentre la scienza del Novecento elabora teorie nuove e sorprendenti come la relatività di Einstein, la teoria dei quanti, il probabilismo, in Italia Benedetto Croce contrappone una "cultura alta" di tipo umanistico a una "cultura marginale" legata alla scienza e una "cultura per vili meccanici" da apprendere negli istituti tecnici. Come sosteneva il filosofo abruzzese, solo le menti profonde possono coltivare la filosofia e la storia mentre agli "ingegni minuti" è permesso di interessarsi d'aritmetica e di botanica: interessi che nulla hanno a che vedere con la ricerca della verità.

Purtroppo ancor oggi le università continuano a insistere sulla divisione dei saperi e sullo specialismo, producendo professionisti poco critici e autonomi. La separazione delle due culture rischia di generare mostri.
La scienza, l'utile, il pratico sembrano oggi prevalere sulle letteratura, l'arte e la filosofia. Un letterato, Nuccio Ordine, ha scritto di recente un libro sull'utilità dell'inutile, in cui contesta tale supremazia. Anche in campo tecnico gli uomini pratici sfruttano le scoperte di menti più speculative, disinteressate all'applicazione concreta e immediata delle loro teorie. Nell’attuale società Il letterato tuttavia assomiglia sempre più all'albatros ritratto da Baudelaire, deriso da un pubblico attratto da altri interessi rispetto alla poesia.

Produzione e denaro, i valori del nostro tempo, sembrano in contrasto con la cultura umanistica. Ma sono anche categorie che non esauriscono il significato dell'esistenza, non appagano la sua ricerca di senso. Il superfluo, il gratuito, l'inutile soddisfano, al contrario, esigenze interiori ineludibili dell'essere umano.

In conclusione dovremmo finalmente convenire che non esistono due o tre culture, ma che il sapere umano è unico. La società della conoscenza questo esige.