Viviamo in una società estrovertita. Contano l'azione e l’attivismo frenetico. Conta l’efficienza, la produttività, la prestazione, l'essere perennemente indaffarati, al punto che molti dei nostri contemporanei sono letteralmente dipendenti dal lavoro (oltreoceano li chiamano workaholic). Eppure eminenti professori hanno rilevato che molti lavori, pur usurando intere vite, sono completamente inutili, se non dannosi per la società. Il nostro tempo valorizza l’esteriorità, l’apparenza, l’immagine, lo spettacolo. Nell’epoca dei like e dei follower andiamo alla ricerca di continue conferme esteriori e la nostra felicità sembra dipendere dal nostro indice di gradimento. Ancora una volta mettiamo il nostro centro di gravità all’esterno di noi stessi.

Durante il periodo, breve, in cui siamo parzialmente liberi dagli affanni delle nostre occupazioni, studio o lavoro, cioè durante le vacanze, cerchiamo di ritemprarci raggiungendo mete lontane, visitando Paesi e città di cui poco conosciamo storia e cultura e che perciò spesso non siamo neppure in grado di apprezzare compiutamente. Scattiamo selfie accanto a luoghi e monumenti, immagini di cui presto ci dimentichiamo. Imitiamo gli altri, rinunciando a coltivare la nostra unicità.

Nel tempo libero ci stordiamo col divertimento, cercando spesso un’evasione, una fuga da noi stessi, dal nucleo più profondo della nostra personalità, rifugiandoci in droghe di ogni tipo, chimiche e non, nel fracasso, nel consumismo esasperato. Finiamo così, non di rado, con l’allontanarci ulteriormente da noi stessi, di procurarci soltanto un surplus di infelicità e disperazione.

Non leggiamo libri, ma frequentiamo festival, letterari, filosofici, economici, di tutti i tipi. Esperienze da cui traiamo senz’altro stimoli positivi, tuttavia la riflessione autentica e profonda necessita di raccoglimento, di solitudine, non del frastuono della kermesse.

Eppure dentro di noi esiste un mondo vastissimo, fatto di pensieri, emozioni, sentimenti, valori, desideri, immagini, ricordi, sensazioni corporee, sogni, fantasie, talenti, relazioni, ricerca di senso, spiritualità. La nostra vita interiore è un universo complesso e sfaccettato, composto da una varietà di componenti che si intrecciano e si influenzano a vicenda.

Il poeta e critico letterario Antonio Prete, nel suo libro dedicato alla vita interiore scrive:

“Dentro di noi custodiamo un cielo nascosto, uno spazio-tempo altrettanto abissale dell’universo che ci sovrasta.
[...] Il cielo nascosto in noi è anch’esso privo di confini: scrutiamo l’insorgere dei pensieri, il loro svanire, osserviamo lo svolgersi di un sentimento, il divenire e lo spegnersi di una passione, l’espandersi e l’attenuarsi del desiderio, il solco lasciato dagli accadimenti cui diamo il nome di ricordo, l’accamparsi di presenze che lampeggiano nella loro lontananza, e sentiamo che l'esplorazione non ha limite se non nella nostra stessa vita”.

“Conosci te stesso” è uno dei moniti più antichi del pensiero filosofico. Rivolgersi alla propria interiorità non è dunque perdere tempo, sottrarsi alla vita, ma è vivere alla massima potenza. Abbiamo bisogno di coltivare la nostra dimensione introversa per capirci meglio, per acquisire consapevolezza di noi stessi, per esaminare la nostra vita e trarne il meglio possibile, per ammirare la complessità dell’essere umano, per sviluppare empatia e compassione verso noi stessi e gli altri, per comprendere come rispettare cose e animali.

Se sviluppiamo la nostra ricca vita interiore possiamo capire meglio l'arte e la letteratura, possiamo conoscere meglio il mondo.
Nello stesso tempo arte e letteratura ci permettono di capire meglio noi stessi. I personaggi della narrativa di Proust e Henry James, il flusso di coscienza contenuto nei romanzi di Joyce, di Faulkner e di Virginia Woolf, il discorso indiretto libero dei grandi romanzieri dell’Ottocento costituiscono miniere di pensieri, emozioni, idee, intuizioni, sentimenti che ci arricchiscono immensamente.

L'arte può essere un mezzo per esplorare, esprimere e comprendere le nostre emozioni, i nostri pensieri e le nostre esperienze più profonde. Può nutrire la nostra vita interiore in molti modi. Può aiutarci a esprimere noi stessi, a comprendere meglio il mondo che ci circonda, a sentirci più connessi agli altri e a trovare un senso di guarigione e di crescita personale.

Coltivare la propria vita interiore perfeziona la capacità di gestire le emozioni, incentiva la creatività, migliora la qualità delle relazioni, procura benessere ed equilibrio psicologico.

Non è un caso se i grandi saggi non hanno in genere una vita ricca di avvenimenti, ma la loro biografia coincide con lo sviluppo della loro vita interiore.
Il grande medico, psicologo e filosofo svizzero Carl Gustav Jung appartiene a questa categoria. Visse appartato, diede grande importanza agli incontri con persone speciali, non necessariamente illustri, si ritirò negli ultimi anni della sua vita in solitudine, conducendo un’esistenza austera e semplice, a contatto con la natura. Nei suoi scritti autobiografici sottolinea l’estrema importanza di curare ed espandere la propria vita interiore.
Secondo Jung, reputazione, posizione sociale, denaro, successo esteriore sono conquiste che rappresentano una risposta inadeguata ai problemi della vita. Ignorare la propria dimensione interiore e la propria spiritualità non porta all’autorealizzazione, ma allo squilibrio mentale.

In sintesi, la vita interiore è un viaggio di scoperta continuo, che ci permette di conoscere meglio noi stessi e di trovare il nostro posto nel mondo.

Riferimenti bibliografici:
P. Barone, Il bisogno di introversione. La vocazione segreta del mondo contemporaneo, Milano, Cortina Editore, 2023
C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Milano, Rizzoli, 1998
G. Paris, Vita interiore, Bergamo, Moretti & Vitali, 2008
A. Prete, Il cielo nascosto. Grammatica dell'interiorità, Torino, Bollati Boringhieri, 2016