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Luciano Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli, 2013

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copertina libroNato a Grosseto nel 1922, Luciano Bianciardi si laurea in filosofia a Pisa. Si impiega come bibliotecario e professore di liceo. Emigrato a Milano, si guadagna da vivere facendo il redattore, il giornalista, il traduttore e lo sceneggiatore. Muore a Milano nel 1971.

Bianciardi è un irregolare della letteratura italiana, un anarchico individualista difficilmente inquadrabile in gruppi o correnti artistiche. La vita agra è il suo romanzo più famoso e riuscito. Venne pubblicato nel 1962, presso l'editore Rizzoli. Il romanzo racconta l'altra faccia del miracolo economico. È la storia di una nevrosi, di una ribellione alle richieste di una società spietata e crudele, narrata con uno stile di scrittura unico, corrosivo e rabbioso.

Il protagonista e io narrante de La vita agra è una sorta di alter ego dello scrittore. Lascia la provincia, dove ha moglie, Mara e un figlio e sale a Milano, dove intende vendicare i quarantre minatori della Maremma morti in un incidente sul lavoro a Ribolla nel 1954, facendo saltare un grattacielo, il "torracchione di vetro e cemento", in cui ha sede l'industria chimica proprietaria della miniera.

L'anarchico protagonista della vicenda intanto campa facendo lavori precari e sottopagati nella cosiddetta industria culturale: principalmente il redattore e il traduttore. Vive a stretto contatto con la boheme milanese, "pittori capelluti, ragazze dai piedi sporchi, fotografi affamati".

Si lega poi, a una nuova donna, Anna, che lo accompagna durante le peripezie della sua nuova esperienza milanese.

Milano, negli anni Cinquanta, è la capitale del neocapitalismo italiano. È una città compressa da un'opprimente cupola di nebbia fuligginosa, dove tutti vanno di fretta: i lavoratori pendolari e gli operai che arrivano

"ogni mattina alle sei coi treni del sonno [...]battaglioni di gente grigia, con gli occhi gonfi, in marcia a spalla verso il tram, che li scarica dall'altro capo della città dove sono le fabbriche".
Ma l'attivismo frenetico contagia persino i commessi di drogheria e i clienti in fila per fare la spesa:
"Bisognava essere svelti a dire che cosa, perché dietro urgeva altra gente... Se non dicevi subito che cosa, dopo l'e poi, il commesso passava subito a un altro cliente, quello che ti stava fiatando ansioso nel collo, e a te toccava rifare tutta la coda daccapo".
La fretta, la velocità con cui si vive e si consumano esistenza e rapporti umani è dettata dalla brama di denaro, dalla smania di far soldi. I dané, la grana sono la nuova religione dell'Italia del miracolo economico.
"Dicevano tutti la grana. La grana e poi i danè".
Nessuno conosce più nessuno, né i vicini, né coloro con cui tutte le mattine compie il tragitto in tram. Anzi,
"ogni mattina la gita in tram è un viaggio in compagnia di estranei che non si parlano, anzi di nemici che si odiano".
L'indifferenza, il cinismo e l'aggressività verso gli altri si manifestano in tutto la loro agghiacciante evidenza in un episodio che accade al protagonista. Di sera, un ubriaco cade sbattendo rovinosamente la testa. Il protagonista cerca aiuto in un bar vicino, dove alcuni avventori stanno giocando a carte. Nessuno di loro si alza, anzi si dimostrano infastiditi per la richiesta di aiuto. I gestori quasi gli negano di usare il telefono del bar per chiamare la Croce Rossa. L'ambulanza stessa ritarda i soccorsi.
"Tutti badavano ai fatti loro".

"Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare".

conclude amaramente l'autore.

Accanto all'agricoltura e all'industria, cominciano intanto a a svilupparsi le professioni del terziario, dove, almeno all'interno delle nuove organizzazioni, per farsi valere, più che la produttività oggettiva, "occorrono doti e attitudini di tipo politico" e relazionale. Bisogna entrare nel giro giusto, saper conquistare e conservare il potere, spesso ricorrendo a mezzucci e colpi bassi.

La vita si consuma tra affanni e difficoltà, i licenziamenti inattesi, le bollette, le rate, l'affitto, le cambiali, le tasse, gli imprevisti, il denaro per comprare alimenti e vestiti, libri, giornali, sigarette, i soldi da mandare a casa alla moglie, gli oggetti preziosi impegnati al monte dei pegni, il costo di medici e medicine in caso di malattia.

E poi tutti che ti vogliono vendere qualcosa, ti si insinuano persino dentro casa. E mentre il traffico convulso, ostile, impazzito e belluino è la metafora della nostra epoca, il supermarket ne è il tempio, l'agorà contemporanea, coi suoi carrelli da riempire di continuo e la febbre degli acquisti da alimentare senza tregua.

Per non parlare dei falsi idoli, dei nuovi miti e riti che caratterizzano la nascente società di massa: la casa di proprietà, l'auto dalla carrozzeria fiammante, il televisore, i viaggi, la villeggiatura, il giro in centro.

"Io mi oppongo".

dirà finalmente il protagonista. Aggiungendo:

"Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha".
E mentre si oppone al parossistico e folle sviluppo economico, il protagonista vagheggia un ritorno utopistico ed ingenuo ad una specie di stato di natura, a un'economia basata sul dono, col lavoro ridotto quasi a zero, nutrendosi dei frutti della terra, con a disposizione tanto tempo libero da dedicare al canto, alla conversazione, all'amicizia e all'amore.

La vita agra è una denuncia dell'alienazione prodotta dal boom economico italiano. È il racconto della brusca trasformazione di una società contadina in una società industriale moderna. Un romanzo che anticipa molti aspetti controversi dell'Italia contemporanea. Un libro sorprendentemente profetico e attuale.

Aderente all'esperienza umana raccontata nel romanzo, una vicenda disperata, grottesca e beffarda, è la lingua adoperata da Bianciardi, un pastiche, prossimo al parlato, che mescola il dialetto con lemmi aulici e gerghi di varia origine.

Da La vita agra, Carlo Lizzani, trasse un film, nel 1964, dal titolo omonimo, con l'indimenticabile Ugo Tognazzi.

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Pagina aggiornata il 21.06.13
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