copertina libroA distanza di quarant'anni dall'introduzione del Servizio sanitario nazionale, Marco Geddes, medico epidemiologo di grande esperienza e caratura scientifica, traccia un bilancio della sanità pubblica in Italia, fornendone un quadro veritiero (basato su fatti, grafici e statistiche) e lusinghiero. In tema di sanità, scuola e assistenza sociale lo Stato sembra potenzialmente più efficiente del mercato, riuscendo a fornire prestazioni elevate a costi nella globalità più bassi.

Più che a una crescita incontrollata della spesa sanitaria, in Italia si assiste da alcuni anni a un definanziamento della sanità pubblica. Dal 2010 la spesa sanitaria ha nel nostro Paese un andamento piatto, a fronte di un aumento delle prestazioni fornite e delle sfide da affrontare (invecchiamento della popolazione, aumento delle patologie cronico-degenerative, prezzi dei nuovi farmaci, nuove apparecchiature tecnologiche, sicurezza delle strutture, ecc.). Spendiamo meno di tutti gli altri Paesi dell’Europa Occidentale.

Il sistema ha mostrato in questi ultimi anni, caratterizzati da una grave crisi economica, un'elasticità e una resilienza notevoli, producendo outcome di tutto rispetto. Tuttavia vanno rimarcate alcune ineludibili criticità: la scarsità di risorse destinata alla non autosufficienza e all’assistenza domiciliare nonché alle cure odontoiatriche e alla fornitura di protesi acustiche e visive (occhiali), il progressivo invecchiamento degli operatori sanitari (abbiamo i medici e gli infermieri più vecchi d’Europa), l’impoverimento economico delle varie categorie professionali, la loro scarsità numerica frutto del blocco del turnover, l’obsolescenza di gran parte delle apparecchiature tecnologiche, l'insufficiente manutenzione delle strutture sanitarie, le scarse risorse dedicate alla digitalizzazione del sistema.

I tagli sulla sanità in Italia hanno ridotto ormai la spesa all’osso, in misura non più ulteriormente comprimibile. Le politiche di austerità, susseguenti alla crisi economica del 2008, si sono rivelate fallimentari e sembrano più che altro costituire un attacco al sistema di welfare. Invece di procedere con le assunzioni necessarie per far funzionare il sistema in modo ottimale, inducendo ricadute positive su tutta l'economia nazionale, si è ridotto il numero degli operatori a cifre che non hanno l’eguale in tutto il mondo occidentale.
Per inciso, Marco Geddes fa notare che l'Italia ha, in rapporto al numero di abitanti, meno dipendenti pubblici non soltanto di Francia, Germania e Gran Bretagna, ma persino degli Stati Uniti.

L’obiettivo, più o meno dichiarato, è quello di privatizzare i servizi pubblici, sanità e istruzione in primo luogo. Come riportato da un articolo del British Medical Journal:  “La crisi economico finanziaria viene utilizzata in tutti i Paesi europei per distruggere i sistemi di welfare”.

La parziale privatizzazione della sanità, con l’intervento di un secondo pilastro costituito da fondi e assicurazioni, porterebbe, secondo l'Autore, a una sovradiagnosi, all’induzione del consumismo sanitario, a una frammentazione irrazionale delle prestazioni con un incremento della spesa a scapito delle categorie meno abbienti. In definitiva, secondo Geddes, la salute degli italiani non ne avrebbe alcun beneficio e tanto meno il bilancio statale. Gli Stati Uniti rappresentano un caso significativo in tal senso: in un sistema fortemente privatizzato la spesa sanitaria è incredibilmente più alta che in Italia, mentre la salute dei cittadini è complessivamente peggiore.

Dunque si è agito in Italia, al fine di ridurre la spesa sanitaria, a tagliare i servizi e ad introdurre i ticket, che non sono altro che una "tassa sulla malattia". Il risultato, in termine di salute dei cittadini, non è stato positivo. Si potrebbe invece intervenire in modo più efficace sulla riduzione degli sprechi e sulla prevenzione delle malattie.

Sul fronte degli sprechi si tratta principalmente di incidere sul sovrautilizzo delle prestazioni (visite, esami, farmaci e ricoveri inappropriati), sulle frodi, sulla complessità amministrativa, sul coordinamento dell'assistenza, sugli acquisti a costi eccessivi. Sarebbe opportuno evitare i tagli lineari per introdurre nuovi modelli organizzativi e gestionali. Ci sono evidenze che dimostrano come potenziare la medicina di base, in apparenza meno "spettacolare" dei servizi di emergenza, porti benefici notevoli alla salute della popolazione. Ciò necessita della presenza sul territorio di un numero adeguato di medici ed infermieri.

La prevenzione è utile al fine di rendere un sistema sanitario sostenibile, ma non la falsa prevenzione basata sui check up indiscriminati, sulla medicalizzazione della vita, sulla sovradiagnosi. Utili invece sarebbero campagne educazionali indirizzate a promuovere l'attività fisica e la riduzione del sovrappeso, dell'obesità e del fumo. Oltre alle campagne vaccinali e alla promozione di screening rivolti a segmenti mirati della popolazione.

Si tratta non solo di aumentare la durata della vita, ma la sua qualità: gli anni trascorsi in salute. L'idea di prevenzione, che propone l'autore, si richiama più ad un'opera di manutenzione che a riforme radicali e si estende fino a comprendere politiche urbanistiche adeguate: piste ciclabili, aree verdi, trasporti pubblici, aree pedonali, impianti sportivi. Oltre a provvedimenti legislativi orientati alla produzione di cibi salubri, meno addizionati di sale e zuccheri, tassazione di alcol e sigarette ecc. Tutto ciò fa coincidere la prevenzione con un intervento politico globale.

ordina