copertina libroCi sono in questo libro, come al solito nei saggi di Raffaele Alberto Ventura (Milano, 1983), riferimenti coltissimi alla saggistica di qualità, sociologica, politica, economica, psicologica, ai classici della letteratura (lo strepitoso romanzo Bouvard e Pécuchet di Flaubert, filtrato attraverso la lettura critica del francese Michel Fabre) e della filosofia, ma anche al mondo dei fumetti e dei supereroi, alla cinematografia (con molti richiami alle "baracconate" hollywoodiane), alla narrativa per young adult.

Cultura alta e cultura bassa si fondono nel discorso di Ventura per rendere più vivo sulla pagina lo spirito che pervade la nostra epoca. Il tutto condito con una prosa brillante e pungente.
Tramite le argute digressioni dell’autore, al lettore è concesso conoscere testi e titoli di libri imperdibili di cui altrimenti non avrebbe notizia dalle pagine culturali dei conformisti media mainstream. E comunque consente a chi legge un proficuo, ampio e divertente ripasso delle idee, dei movimenti e delle correnti di pensiero più significativi della modernità.

Ventura sa individuare, come pochi nel panorama intellettuale italiano, le questioni davvero importanti della nostra epoca: le attese deluse, il bisogno inevaso di riconoscimento sociale e il declassamento come generatori del risentimento di larga parte della popolazione, una paranoia diffusa che porta allo sviluppo di teorie complottiste prive di un solido fondamento, cui fa da contraltare un noioso e controproducente  fact-checking, la crisi di legittimità dell’autorità costituita, il sovraccarico di informazioni (information overload) che ci sommerge quotidianamente, la disintermediazione accompagnata alla crisi di credibilità di intere categorie di intellettuali ed esperti, la sopravvalutazione delle nostre conoscenze e capacità cognitive (il famoso "effetto Dunning-Kruger", per la verità locuzione talmente abusata che riproporla fa ormai venire la nausea).

Ma è soprattutto la lotta per il riconoscimento sociale, a mio avviso, la dinamica psicologica saliente, la molla motivazionale delle società materialmente avanzate, che Ventura con raro acume identifica e vaglia in modo approfondito. Quel bisogno individuale spesso insoddisfatto di “dignità, prestigio, reputazione, stima di sé, rispetto”, di non essere invisibili agli altri, il timore di essere disprezzati.

“Generalmente potremmo dire che si tratta del bisogno di essere riconosciuti socialmente per quello che si ritiene di essere o di meritare”.

“La crisi del capitalismo occidentale ha messo gli individui gli uni contro gli altri, in un conflitto oggettivo” sottolinea l'autore. È la competizione esasperata, la hobbesiana guerra di tutti contro tutti, il vero disagio che attanaglia la civiltà contemporanea. La tecnologia, sempre più pervasiva, provoca entropia e danni collaterali difficilmente emendabili. Il capitalismo è in crisi, ma paradossalmente sembra l’unico sistema in grado di correggere, seppur in modo inadeguato, i propri malfunzionamenti.

Ventura quindi sa tracciare un perimetro molto preciso dei problemi più acuti che affliggono le democrazie occidentali e l’Italia in primo luogo. Anche se a volte il professore sembra prevalere sull’uomo ed emergono tutti i pregiudizi della classe intellettuale cui appartiene, come ad esempio quando mette in ridicolo l’autodidattismo. Come se tutta la cultura dovesse per forza passare dalle aule universitarie, erogata dalla casta dei legittimi sacerdoti: i professori.

Concludendo: l’insostenibile leggerezza dell'enciclopedismo di Ventura diverte, ricrea, seduce, ammaestra. Non è poco, in un’epoca di specialisti, grigi travet di un sapere capace soltanto di amministrare lo status quo. Un autore da seguire con attenzione.

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