copertina libroGià dalla prima adolescenza trovavo la figura dello psicoanalista affascinante ed inquietante nello stesso tempo. Lo consideravo una sorta di scienziato che indaga i segreti della psiche, un professionista che vanta una conoscenza certa della vita e che sa sciogliere grovigli esistenziali altrimenti irrisolvibili. E che però riesce nel contempo a sradicare in noi le quattro certezze che abbiamo accumulato durante la nostra breve (o lunga) permanenza terrena, rendendoci in qualche modo insicuri, dubbiosi e incerti. Uno che - va detto - adotta uno stile arcano per scrivere libri che ti fanno sentire debole e sbagliato, alla mercé di potenze oscure e inaccessibili. Qualcuno che ti toglie il coraggio di affrontare la vita con le tue forze, che ti toglie di mano il timone della tua esistenza.

Poi vabbé…con gli anni ho acquisito un maggiore spirito critico, neanche molto per la verità. In parte ho ridimensionato l’aura di infallibilità che per me avvolgeva coloro che esercitano la psicoanalisi. Del tipo: “Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo!”. Crescendo, si matura la consapevolezza che non esistono guru infallibili. E che anche la figura dello psicoanalista va secolarizzata e desacralizzata. Tuttavia la curiosità su come consumi le sue giornate uno scrutatore d’anime rimane tuttora viva.

Per questo motivo mi sono accostato con grandi aspettative al libro di Emanuele Trevi (Roma, 1964), uno “tra i più apprezzati scrittori e critici della sua generazione”, come recita la terza di copertina.
Il padre dell’autore, Mario Trevi, “il mago”, è stato uno dei più eminenti analisti junghiani della propria epoca. Allievo di quell’Ernst Bernhard, che ha curato mezza intelligentsia letteraria e artistica italiana.

Il libro, il primo che leggo di Trevi jr., non ha deluso le mie aspettative. L’autore è bravissimo, persino troppo, al punto da mettere in soggezione il lettore. Ogni riga è una nuova scoperta, un originale punto di vista sulla realtà, un insieme di osservazioni spiazzanti sul nostro modo conformistico di percepire noi stessi e il mondo. Trevi racconta del padre attraverso i ricordi, ma soprattutto attraverso gli oggetti che il padre ha lasciato nella sua casa, alla sua morte.

Casa che, invenduta, diventa l’abitazione dello scrittore ormai cinquantenne. Proprio gli oggetti appartenuti allo studioso e guaritore della psiche fungono da catalizzatori per le memorie di Trevi riguardo alla figura paterna.

All'interno della casa avita, il protagonista si trova spesso a confrontarsi con situazioni comiche, rappresentate per esempio dal suo particolare rapporto di lavoro con la svogliata colf peruviana, soprannominata "la Degenerata", la quale, con la sua stravaganza e inettitudine, riesce sempre a lasciare la casa in condizioni peggiori di quando è arrivata. E che il protagonista non si azzarda a licenziare.
Il culmine dell’esilarante il racconto di Trevi lo raggiunge quando descrive la maldestra interazione di suo padre con la guida dell'automobile. A questo proposito l'autore scrive pagine memorabili che provocano il riso del lettore associato all’affetto per un uomo altrimenti di grande valore, cultura e sensibilità.

Il libro racconta dunque in maniera non lineare la biografia di un uomo mite, enigmatico, sempre con la testa fra le nuvole, rinchiuso in una pensosa solitudine e tuttavia capace di relazionarsi ai suoi studenti e ai suoi pazienti con incredibile sintonia. Ma quello che più colpisce è che lo stesso autore sembra, attraverso il filtro della letteratura, ripercorrere la strada tracciata dal padre.
La lettura del romanzo di Trevi fornisce infatti al lettore l’occasione di un’autoanalisi, che lo conduce fuori dalle consuete abitudini, schemi di pensiero e opinioni consolidate. Si è tentati di ricavare una collezione aforistica dalla narrazione introspettiva di Trevi, per utilizzarla nella conduzione appropriata della propria esistenza.
Suppongo che il romanziere, che si mantiene con saggia e leggera ironia lontano dagli assoluti, decentrato rispetto alla realtà che racconta e capace di relativizzare ogni esperienza, sarebbe in disaccordo.

Si esce comunque dalla lettura del romanzo dello scrittore romano non soltanto avendo fatto l’esperienza di una splendida biografia, ma cambiati nel profondo, capaci di comprendere che la realtà nostra, degli altri, della vita e delle cose, è molto più complessa delle nostre convenzionali generalizzazioni, per quanto mainstream possano essere.

Un libro davvero di straordinaria e luminosa bellezza.