copertina libroCosa significa educare? Sulla falsariga di quanto affermato da Rousseau nell’Emilio, educare significa per il filosofo e sociologo francese Edgar Morin (Parigi, 1921) letteralmente “insegnare a vivere”.

Compito rispetto al quale spesso le nostre scuole e università si rivelano inadeguate. Il nostro sistema dell’istruzione trasmette nozioni disciplinari, teorie, informazioni, ma raramente si sofferma sul processo stesso della conoscenza, su come avvenga, su come ogni acquisizione non sia un dogma o una verità rivelata, ma sia provvisoria e vada sempre messa in discussione, mondata da inevitabili errori e illusioni.

Morin critica duramente la separazione dei saperi, l’ampio fossato che tende a dividere la cultura umanistica da quella scientifica, la iperspecializzazione feroce, per cui lo studente e lo specialista perdono la visione d’insieme delle cose e delle questioni e si abbarbicano a una comprensione parziale e miope della realtà osservata.

Dobbiamo dunque educare le giovani generazioni al pensiero complesso ed ad affrontare e accettare l’incertezza. D’altronde, come ricordato dal sociologo Ulrich Beck, viviamo nella cosiddetta “società del rischio”, zeppa di incertezze e che ci espone costantemente a possibili e molteplici catastrofi. Inoltre l'esistenza umana è un continuo confronto con l'altro, gli altri, lo straniero, per cui abbiamo un pressante bisogno di comprendere e di essere compresi.

Accanto alle competenze socioprofessionali, il sistema dell'istruzione dovrebbe coltivare le competenze esistenziali, “insegnare a legare i saperi alla vita”. Insegnare non solo a leggere, scrivere e far di conto, ma anche il ben-vivere, la possibilità di sviluppare le proprie qualità e le proprie attitudini. Non possiamo continuare a identificare il benessere con le comodità materiali, con il molto avere. Il benessere deve includere il vivere bene, il "saper vivere", l'”arte di vivere”. La sfera del benessere non comprende soltanto gli aspetti legati al comfort, ma anche quelli psicologici, morali, di solidarietà e convivialità.

Lo studio delle materie scientifiche è fondamentale, ma non di meno lo sono lo studio della filosofia e della letteratura. Importante è saper pensare, ragionare con metodo, percepire la vita in modo critico. Essenziale sarebbe reintrodurre le antiche pratiche della riflessione, della meditazione, dell’autoesame e dell’introspezione, favorendo così la formazione di individui consapevoli, capaci di liberarsi da illusioni e autoinganni.

L’insegnamento scolastico va profondamente riformato, occorre procedere nella direzione di una pedagogia che non intimidisca, ma che al contrario stimoli gli studenti. La rivoluzione digitale in cui siamo immersi ha mutato radicalmente i rapporti tra insegnanti, allievi e famiglie. La televisione, i media e oggi il web fanno concorrenza alla scuola nel trasmettere informazioni, per cui l’insegnante odierno deve saper mutare il proprio ruolo: non più semplice dispensatore di sapere, ma educatore capace di stimolare la creatività e l’iniziativa dello studente, in grado di proporre problemi, questioni, argomenti, riflessioni suscettibili di approfondimento attivo da parte dei discenti. Prima ancora che lo studio delle singole discipline occorre focalizzare l'attenzione, impostare l'insegnamento nella prospettiva dello studio della condizione umana. Inoltre l'insegnante deve saper comunicare la passione per lo studio, investire il proprio operato di eros platonico

Abbiamo bisogno, infine, di una scuola che non si rivolga più soltanto ai giovani, ma che, in una prospettiva di lifelong learning e di educazione permanente, coinvolga anche gli adulti, per fornire loro gli strumenti per vivere con soddisfazione in una società che cambia in maniera sempre più accelerata. Si apprende sempre, a tutte le età, con profitto e soddisfazione.

Studioso ormai ultranovantenne, Morin ci presenta in questo suo breve, ma notevole e brillante saggio, una sintesi delle idee più feconde e innovative del nostro tempo nel campo dell’educazione e della formazione.

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