copertina libroSarà la formula della conversazione informale, che rende amichevoli le argomentazioni. Sarà il tono dimesso e colloquiale, ma a me il libro è piaciuto. Un Jung (1875-1961) tutt’altro che ermetico, ormai ottantenne, espone le proprie esperienze di vita, descrive gli incontri con importanti figure del suo tempo e illustra alcuni elementi essenziali delle sue teorie psicologiche e delle sue riflessioni filosofiche. Una lettura rilassante che consente un’immersione benefica nella nostra vita interiore, ancora prima che in quella dell'autore. Una ventata di aria fresca, assolutamente rigenerante per la nostra psiche.

“Ebbene il destino vuole (...) che nella mia vita ciò che è esterno sia accidentale e che solo l'interiorità sia sostanziale e determinante. Di conseguenza qualsiasi ricordo di avvenimenti esteriori è sbiadito (...)”.

Jung ci avverte che il linguaggio non riesce mai ad esprimere totalmente le nostre sensazioni e il nostro essere. Sottolinea l'impossibilità per ognuno di redigere la propria autobiografia in modo assolutamente sincero. E ci ricorda che più si avanza nella conoscenza di sé, più si percepisce di esserci estranei. La conoscenza di sé infatti non è mai sicura, univoca, unilaterale o semplicistica. Rimangono sempre aperti dubbi e interrogativi sull’interpretazione di sé stessi e delle proprie esperienze.
Infine, osserva che avere zone della propria esistenza completamente private, mantenere un segreto, costituisce un’esigenza profonda della nostra psiche.
En passant il libro parla delle idee di Jung sul matrimonio, che deve permettere ad entrambi i coniugi di individuarsi e sul suicidio.

Il presente testo, che costituisce un’integrazione del volume Ricordi, sogni, riflessioni è frutto di appunti rimasti inediti, raccolti durante i colloqui con il medico e psicologo svizzero da Aniela Jaffé, collaboratrice e segretaria di Jung. Insieme alla moglie Emma e a Toni Wolff, la Jaffé fu una delle “più importanti compagne di strada” dell’illustre psichiatra.

Psicologa lei stessa, Aniela Jaffé si impegnò in un’analisi personale con lo stesso Jung, del quale si era incaricata di curare le Opere.
Nata a Berlino nel febbraio del 1903, la Jaffé era figlia di un ricco imprenditore, giurista e collezionista d’arte. Faceva parte di una borghesia colta e dinamica e di una élite culturale di orientamento liberale. Ricevette una formazione classica. Di origini ebraiche fu educata al protestantesimo. Durante il nazismo, sfuggì alle persecuzioni antisemite riparando in Svizzera, al seguito di un suo amore giovanile, Jean Dreyfus, ingegnere elettronico, anche lui di origini ebraiche, che la donna sposò nel 1929.

La Jaffé si accostò allo studio della psicologia tramite William Stern, autore di libri fondamentali sullo sviluppo del bambino. Arrivò così a conoscere personalmente Jung.
Stern, Jung e Freud furono compagni nel famoso viaggio in nave che li condusse negli Stati Uniti. Jung era intellettualmente attratto dalla personalità brillante di Stern.

Aniela si accostò alla filosofia e alla storia e interpretazione dell'arte avendo come maestri illustri personalità come Cassirer e Panofsky. Jung tenne sempre la Jaffé in grande stima. L'ascesa di Hitler e le successive persecuzioni degli accademici ebrei le impredirono di completare il dottorato. Per un po' di tempo seguì il lavoro dello psicologo dell'età evolutiva Jean Piaget, ma rilevò che le sue concezioni psicologiche trascuravano gli aspetti più profondi della psiche.

Nel 1935 Aniela, che non riesce a portare a termine nessuna gravidanza, si separa dal marito. Le persecuzioni la obbligano a cercarsi un lavoro. Si immerge nello studio delle opere di Jung e nel 1937 entra in analisi personale con lui. Jung non le fa pagare le sedute, mentre le impartisce personalmente delle lezioni di psicologia analitica e le procura dei lavori scientifici. Lei, nel frattempo, preoccupata per la sorte a Berlino dei propri genitori, riesce a farli fuggire in Inghilterra. La Jaffé difese sempre Jung dalle ricorrenti accuse di antisemitismo.

Nel dopoguerra intrattiene una lunga relazione di amicizia con lo scienziato Wolfgang Pauli. Il rapporto con Jung rimase “lieve e armonioso”. Nel 1956 inizia il lavoro “autobiografico” di Jung. In dialogo con Carl Gustav Jung ruota difatti attorno all’idea di scrivere una biografia del grande psicologo, malgrado egli fosse inizialmente riluttante. I colloqui con la Jaffe si protraggono per alcuni anni. Si procede con ricordi e aneddoti prodotti da Jung in modo asistematico. Jung si rivela un grande affabulatore che ama conversare a ruota libera. Che ama illustrare il proprio percorso interiore.

Essendo entrambi di carattere introverso, Jung si sente a proprio agio e libero di spaziare sui temi e i ricordi che gli stanno più a cuore, sicuro di non subire interferenze, ma di poter contare su di un ascolto profondo e partecipativo.

Jung finisce per appassionarsi ai colloqui con la Jaffé, anche nei periodi di esaurimento. I colloqui possono protrarsi anche per ore qualora si tocchino argomenti particolarmente sentiti dal Vecchio Saggio. Il testo che ne esce e’ frammentario, imprevedibile nel suo sviluppo. E questo costituisce la seduzione dell'opera.

Nella prefazione lo psicoanalista Luigi Zoja propone di distinguere la figura dell’intellettuale da quella del maestro. Se Freud è un intellettuale bravo a costruire teorie, Jung è un maestro che diffonde i suoi insegnamenti attraverso la propria personalità. Il primo scrive con uno stile lineare ed elegante, il secondo è un empirista interessato alla vita in tutta la sua complessità e contraddittorietà.

Concludo ricordando altre due preziose illuminazioni tratte dalle pagine del testo junghiano. La prima sulla necessità di acconsentire al proprio destino:

“Le persone non sanno che cosa rischiano a non accettare quel che la vita gli assegna, quel che essa gli pone come problema e compito. Quando impiegano tutta la loro volontà per risparmiarsi il dolore e la sofferenza di cui sono debitori alla propria natura, negano il loro tributo alla vita e proprio per questo vengono portati fuori strada dalla vita stessa. Se non si accetta il proprio destino, al suo posto subentra un'altra sofferenza: si sviluppa una nevrosi e ritengo che la vita che dobbiamo vivere sia meno peggio di una nevrosi. Se proprio devo soffrire, che sia almeno della mia realtà. Una nevrosi è più dannata!".

L’altra sulla necessità di agire:

"Ciascuno può fare solo quello di cui è capace.[...] Ognuno può riuscire a realizzare qualcosa di diverso dagli altri [...] si tratta di fare il meglio che si può, proprio nel posto dove si è, con i mezzi che si hanno a disposizione. E non volere qualcosa di superiore. Fa progredire l'umanità anche colui che nel suo piccolo fa il meglio che può".

In dialogo con Carl Gustav Jung è un libro fondamentale per chiunque voglia approfondire la conoscenza della psicologia analitica e della figura di Carl Gustav Jung. Il testo è un'occasione preziosa per conoscere Jung da una prospettiva diretta e privilegiata, e offre spunti di riflessione che possono essere utili per comprendere meglio se stessi e il mondo che ci circonda.

ordina