copertina libroGiunto alle soglie della pensione, il preside di una scuola romana si barrica nell’edificio scolastico, armato di un vecchio fucile da caccia, insieme a due involontari ostaggi: un giovane e la sua insegnante di Lettere. Fuori c’è il pandemonio di gente, polizia ed esperti, che cercano di dissuaderlo dal suo insano gesto. Soprattutto c’è un commissario, una creatura fantasmatica a metà fra un sacerdote e un funzionario, una figura che richiama altri analoghi funzionari di Pubblica Sicurezza creati dalla grande narrativa.

Ma cosa ha spinto il preside a una azione dimostrativa così violenta? Durante l’asserragliamento, l'uomo evoca le tappe fondamentali della sua vita, cerca di sbrogliare i nodi irrisolti della sua interiorità. Un matrimonio fallito, la carica di preside raggiunta per caso, senza vera convinzione, i tentativi di rendere la scuola un luogo dove c’è spazio per la passione, la gioia, l’allegria, l'esperienza autentica. Tentativi subito ostacolati dalla macchina burocratica e dai genitori dei ragazzi, talvolta anche in modo brutale.

Tutta la vicenda, raccontata in prima persona, si svolge in un’atmosfera onirica, come avvolta in un sogno, o meglio, in un incubo.

Un romanzo che fa riflettere sulla crisi della scuola e del nostro modo di vivere in generale. Senza indugiare su un’ipotetica e inesistente età dell'oro, in cui l’istituzione scolastica avrebbe prodotto persone colte e felici, Marco Lodoli (Roma, 1956), tramite il protagonista del suo libro, critica la scuola-caserma dei voti e delle interrogazioni, del registro e delle condanne senza appello, dell’efficienza produttiva e delle lezioni noiose ripetute per anni, sempre uguali. La scuola della paura e dell’oppressione. Una istituzione sempre più autoreferenziale, che anno dopo anno celebra uno stanco rito, che poco ha a che fare con l’apprendimento e la vita. Che macina inesorabilmente insegnanti e studenti in un terrificante tritacarne, senza intuirne talenti e personalità, vulnerabilità e voglia di vivere.

“[...]i professori erano quasi tutti scettici, concentrati sui programmi, le interrogazioni, i compiti in classe, e il resto erano fantasie infantili, folclore, ridicolo, il resto era niente”.

“Di certe cose è meglio non parlare, disturbano. Bisogna andare avanti e fare cose utili, ogni pensiero in più o in meno crea solo fastidi. La scuola deve formare persone capaci a lavorare e produrre, per se stessi e per gli altri, caparbiamente, seriamente”.

L’autore non suggerisce alternative chiare, non propone soluzioni definitive, ma ne indica qualche frammento, qualche possibile via da percorrere. Un breve romanzo che allarga soprattutto il proprio campo di indagine ai grandi temi dell'esistenza, al suo possibile significato, mentre incombe su tutti noi la minaccia della brevità e della morte.

"Il preside"- annota Lodoli - "conclude un ciclo di dodici romanzi iniziato nel 1989 con I fannulloni. Come l’ultima patetica corda di violino suonata da un vagabondo in una piazza deserta, mi vibra nella mente il titolo generale: I poveri. Suore, anarchici, prestigiatori, maratoneti, immigrati, tassisti abusivi, poeti, marziani, delinquenti, professori, domestiche, ragazzi e pensionati, davanti a tutti loro si schiude il regno invisibile dello spirito, e forse non è altro che una pura illusione, una bella bugia da opporre alle dure verità dell’esistenza”.

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