Nel Libro dell’Es Georg Groddeck, psicoanalista eretico, precursore di molti concetti psicologici sviluppati poi da Sigmund Freud, racconta di come essersi affrancato dal timore del giudizio degli altri abbia costituito per lui un’autentica liberazione. Ossessionato da ragazzo di cosa la gente potesse pensare della sua condotta, viveva un’esistenza contratta, imbrigliata, in cui gli era impossibile essere se stesso. Quando si accorse che di lui agli altri non importava granché, e che certamente, presi dai propri problemi, le altre persone si interessavano assai poco ai suoi comportamenti, si sentì finalmente libero di esprimersi a proprio piacimento.

Il grande filosofo Arthur Schopenhauer riteneva che almeno la metà delle nostre ambasce derivasse dalla paura dell’opinione altrui. Una volta che una persona si fosse sbarazzata da tale nefasto condizionamento, la propria esistenza sarebbe diventata qualitativamente migliore.

La gente, per la maggior parte, ragiona per stereotipi, per cui preoccuparsi della opinione generale è un po’ come dar credito a vecchie comari di paese. E un uomo o una donna veri, autentici, hanno il dovere di essere anticonformisti, ossia di adeguare i propri comportamenti e i propri valori a ciò che detta loro la coscienza personale. E’ quanto sostenuto in più occasioni da uno dei maggiori scrittori e filosofi americani, Ralph Waldo Emerson, autore amato da Nietzsche e da Baudelaire.

Ciascuno di noi è una creatura unica che ha il diritto di esprimere totalmente la propria unicità. Ognuno di noi è come un fiore, che qualunque esso sia, ha il diritto di sbocciare.

Esistono teorie, per lo più sociologiche, che enfatizzano il ruolo della società anche nello sviluppo psicologico personale e che sostengono che la nostra identità, la nostra autostima e il nostro benessere dipendono dalle conferme che riceviamo dal mondo esterno. Secondo tali concezioni dipendiamo e facciamo nostra l'immagine che gli altri riflettono di noi stessi.

Io non credo a queste teorie. Forse sono vere soltanto in parte. Certo, essere rifiutati dall'ambiente in cui si vive, essere disconfermati nella propria essenza, oppure essere invisibili e trattati con sprezzante indifferenza, ci ferisce e ci deprime. Tuttavia io credo che esista un nucleo profondo, intimo, individuale della nostra personalità che resiste alle critiche ingiuste, agli ostracismi, alle umiliazioni, alle disconferme che il mondo esterno immancabilmente, in misura maggiore o minore, ci riserva. Salvo situazioni estreme (torture, lager, sequestri, ecc.), gli altri possono solo in parte scalfire questo nostro nucleo profondo.
Del resto, la storia ci ha tramandato le gesta di personaggi che in ogni epoca sono state in grado di tenere testa a una società che li avversava e di realizzare totalmente la propria missione sulla Terra. Pensando, innovando e migliorando l’esistenza di tutti, malgrado l’ambiente esterno fosse loro ostile.

Ciò non significa che non si debba tener conto delle critiche che talvolta ci sono mosse. Il feedback che gli altri ci rimandano è prezioso nel processo di conoscenza di sè stessi. Troppo spesso, tuttavia, tali critiche sono mosse non amichevolmente, nel tentativo di aiutarci a migliorare, ma nascono dalla volontà di ferire l’amor proprio altrui, dall’invidia, dall’ignoranza, dalla mancanza di empatia. Il ritratto che rimandano di noi stessi non corrisponde quasi mai alla nostra vera e complessa essenza, ma a una sorta di parodia, di caricatura, di schizzo negativo della nostra personalità, concentrandosi solamente sui nostri presunti limiti.

Perciò non prestiamo mai soverchia attenzione al giudizio degli altri, esaminiamolo con distacco, non curiamocene, ignoriamolo, consideriamolo come un vacuo soffio di vento che non intralcia il nostro cammino.