copertina libroL'Italia è un Paese a vocazione manifatturiera. Tante piccole e medie imprese formano i cosiddetti distretti industriali, realtà che gli stranieri studiano e ci invidiano e che costituiscono l'asse portante dell'economia nazionale. Molte imprese sono a conduzione familiare. Molte sono delle startup guidate da giovani imprenditori. Numerose si occupano di produzioni artigianali. Si basano cioè su sviluppate abilità manuali, coniugate ad una approfondita conoscenza dei mercati globali e all'uso appropriato di tecnologie avanzate. Alcune, sempre partendo da spiccate abilità manuali, offrono non manufatti, ma servizi d'avanguardia.

L'autrice, Marina Puricelli, docente di Teoria delle Organizzazioni presso il Dipartimento di Management e Tecnologia dell'Università Bocconi, illustra nel libro il suo viaggio attraverso queste realtà (trentuno sono le aziende visitate), spesso ignorate dai media, che testimoniano dell'ingegno, dello spirito creativo, della tenacia e dell'intraprendenza, che caratterizzano parte del mondo giovanile odierno. Sfatando il luogo comune che esalta le metropoli e i viaggi transcontinentali, tipici degli stili di vita glamour degli individui cosmopoliti, l'autrice richiama l'attenzione sull'origine dei giovani imprenditori italiani: parecchi vengono dalla provincia, hanno un'identità culturale e valoriale radicata nel proprio territorio anche se tutti sono intelligentemente attenti alle opportunità che offre la globalizzazione.

Ma, al di là di ciò, il libro va oltre e si distingue nettamente dai tanti saggi di economia dedicati al mondo italiano delle imprese. Ho letto il libro della Puricelli con meraviglia e piacere. Un testo che distrugge tanti pregiudizi che animano l'attuale dibattito, non soltanto quello sui temi economici, ma anche quello, ben più importante, che riguarda il mondo dell'educazione e dell'istruzione, la scuola e l'università italiane e temo, almeno in parte, anche quelle straniere. Proprio qui sta, a mio avviso, il pregio maggiore del libro.

L'autrice, già dal titolo del suo libro, esalta valore e dignità del lavoro manuale, i prodotti fatti con le mani, che richiedono altrettanto ingegno e conoscenza di quelli frutto del puro intelletto. Nel libro si rivaluta la fabbrica, l'officina, il laboratorio, l'atelier. Il futuro lavorativo delle persone non si gioca dunque - sembra suggerirci la Puricelli - sempre e soltanto in un ufficio, dietro una scrivania, come predicano tanti eminenti professori sui media mainstream. I giovani a capo delle imprese di successo qui descritte - aziende che vantano fatturati milionari - sono sovente persone che non temono fatica a rimboccarsi le maniche e a sporcarsi le mani. Soprattutto, sono molti coloro che si sono formati prevalentemente sul campo, fuori dai normali circuiti dell'istruzione formale tradizionale.
Gente che non ha mai messo piede in un'aula universitaria o che, se vi è entrata, si è presto stancata di una routine estranea alla propria vocazione e si è impegnata presto, con passione, in attività più soddisfacenti e più aderenti ai propri interessi e talenti. Almeno la metà di questi giovani non ha conseguito, infatti, il diploma di laurea. Alcuni hanno abbandonato la scuola dopo la terza media.

"Non abbiamo conosciuto solo ragazzi che hanno fatto tutti il liceo e l'università. Quelli con un profilo di questo tipo sono la metà del campione. Una piccola conferma dell'ipotesi che un imprenditore non deve necessariamente aver passato gran parte della sua vita sui libri, a studiare. Indipendentemente poi dal loro titolo di studio e dal loro profilo scolastico - metà laureati e metà no - ciò che sorprende è l'assenza della ricerca e della scelta della scuola prestigiosa tutti i costi. Nessuno di loro - e nemmeno le loro Famiglie - è apparso stressato da questo obiettivo.
Come in tutte le cose della vita, talvolta il meglio è nemico del bene e, se portate all'eccesso, simili dinamiche rischiano di essere controproducenti, di distrarre dal vero obiettivo, di farci diventare preda del marketing. A quanti open day dovremmo partecipare dalle scuole materne in avanti per trovare il meglio per i nostri figli? In quanti anni verrà ripagato l'investimento di una famiglia italiana per portare il proprio pargolo alla laurea e al master nelle migliori business school internazionali?"

Il capitale umano non si misura quindi soltanto sul numero di anni passati tra i banchi, ma sulle competenze reali sviluppate durante tutto il corso dell'esistenza, con buona pace di coloro - economisti ed editorialisti - che rapportano il futuro della nazione soltanto all'incremento del numero dei laureati. Forse bisognerebbe ricordare a costoro che molti di tali laureati, colmi talvolta di presunzione e di spropositate aspettative, alimentate in loro da "cattivi maestri", vanno poi ad ingrossare le fila dei NEET, di cui l'Italia detiene il triste primato.

Da noi si continua a promuovere un sistema scolastico che produce non di rado disoccupazione e basse performance e che sembra disegnato più per le esigenze di chi ci lavora che per gli studenti. Libri come quello della Puricelli possono servire a togliere polvere da un sistema dell'istruzione che ormai scricchiola da tutte le parti, incapace di rispondere ai bisogni legittimi della popolazione, in un mondo che cambia vorticosamente.

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