copertina libroMi capita talvolta di pensare a cosa mi sarebbe piaciuto essere, se la mia vita avesse avuto un corso diverso. E quella del monaco è una forma di esistenza per cui avverto delle affinità. Non di rado la mia attenzione è catturata da libri che descrivono la vita dei monasteri, libri che magari compro e regolarmente imbuco in qualche implausibile recesso della biblioteca di casa. Per cui ho ceduto alla tentazione di leggere il libro che Paolo Rumiz, esperto e raffinato autore di reportage di viaggi, ha dedicato alle abbazie benedettine.

Un libro, quello di Rumiz, piacevole, caratterizzato da una prosa brillante, ricco di curiosità storiche e critico nei confronti della attuale società occidentale, in particolare di quella europea. I monasteri benedettini sono diffusi in tutto il mondo. Il più grande è situato addirittura in Corea del Sud. Rumiz si limita (si fa per dire) a visitare le enclave europee: da Praglia a Sankt Ottilien, da Muri Gries a Viboldone, da San Gallo a Citeaux, da Saint-Wandrille a Orval e a Pannonhalma.

I conventi rappresentano la realizzazione concreta delle regole di San Benedetto da Norcia, che visse a cavallo del V secolo dopo Cristo, di cui qualche studioso mette in dubbio l’esistenza reale, attribuendone la figura a una creazione di Gregorio Magno. I monasteri benedettini sono dei microcosmi dove lavoro manuale e intellettuale si fondono, dove la spiritualità si coniuga con la disciplina dell’opera quotidiana, la convivialità con la riflessione, la produzione con il piacere della collaborazione e del lavoro ben fatto. Al loro interno si avverte un buon profumo di Medioevo, di quello tutt'altro che oscurantista, si vive in un’atmosfera di ascolto, accoglienza, canto, condivisione, letizia, frugalità, pace, solidarietà, silenzio, raccoglimento, ricerca della trascendenza.

Ora et labora et lege et noli contristari (“prega, lavora, studia e non farti prendere dalla sfiducia”) è la massima che sottenda la spirituale, ma spesso anche brulicante, dinamica vita monacale. Le abbazie costituiscono un microcosmo che tutto contiene, un piccolo villaggio, un universo ben funzionante e autosufficiente:

“Stalle, laboratori artigianali, servizi igienici, camerate per monaci e novizi, locali per lo studio e la formazione, cucine, magazzini, ospizio per i poveri. E poi la chiesa, il chiostro, il magazzino dei libri e lo scriptorium [...]”

I conventi accolgono pure persone che vengono dal mondo “di fuori”. Esiste un turismo intelligente collegato ai monasteri. Soprattutto, molte persone vi si recano per periodi più o meno prolungati, per disintossicarsi dalle storture della vita contemporanea, per ricaricare le batterie, per vivere un’esperienza di spiritualità e convivialità autentica.

Gli abati impartiscono a manager esperti lezioni su come si organizza il lavoro produttivo e non alienato, su come ci si rapporta con le persone che lavorano, su come creare armonia all’interno di un'azienda, su come umanizzare le imprese. Un monastero, tuttavia, non è un’azienda, ma un luogo, una comunità in cui il lavoro ha un significato, è un importante aspetto che fa parte integrante della totalità della vita, ma non la esaurisce. All'interno dei monasteri si combatte la pigrizia, ma si onora nel contempo l’otium latino. Per i benedettini una vita attiva non deve infatti escludere l’arte e il pensiero.

Una delle regole benedettine è quella della stabilitas: nascere e morire nello stesso luogo. Ciò non toglie che numerosi furono pure i monaci che amarono conoscere altre realtà e che ci hanno lasciato le loro testimonianze di viaggio, nei secoli.

Le abbazie sono avamposti di civiltà. Alla caduta dell’impero Romano, con la sola forza della fede e della formula ora et labora, il monachesimo ha salvato la nostra cultura dall'assalto delle invasioni barbariche: “Unni, Vandali, Visigoti, Longobardi, Slavi, e infine i ferocissimi Ungari”. Oggi i cenobi benedettini rappresentano un possibile argine contro il dilagare del materialismo ed il crollo di tutti i valori. Sparsi un po' ovunque i monasteri costituiscono il simbolo e l’auspicio di un'Europa unita, salda e solidale, ancora di là da venire.

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