copertina libroIl buddhismo, prima ancora che una religione, è una dottrina etica e filosofica. Non sorprende quindi che i suoi principi si possano applicare con efficacia anche agli intricati problemi esistenziali del mondo occidenatle.

Le librerie reali e virtuali pullulano negli ultimi anni di volumi, ispirati al buddhismo, che propongono soluzioni ad angosce ed affanni psicologici sempre più frequenti nella nostra esistenza frenetica, colma di aspettative di perfezione.

E' quello che fa Anila Trinlé nel suo bel libro Il dono dell'errore. Un approccio alternativo al senso di colpa. Monaca buddhista, la Trinlé ha lavorato per anni come volontaria in una unità di cure palliative presso l'ospedale di una cittadina francese.

Il libro della Trinlé ruota attorno ai concetti, tra loro correlati, di errore e di colpa. Lo stile vita occidentale ci chiede di rispondere alle aspettative dell'ambiente esterno, producendo prestazioni perfette. Ciò si estende perniciosamente dal mondo scolastico e lavorativo alla vita relazionale e familiare. L'errore non è contemplato. E se, malauguratamente, non siamo all'altezza delle aspettative esterne, che tendiamo ad interiorizzare, se commettiamo degli sbagli, siamo divorati dal senso di colpa. Un senso di colpa che può generare rimpianti e rimorsi e può torturarci fino a toglierci ogni gioia di vivere e a paralizzare ogni nostra possibile iniziativa.

L'autrice ci invita, sulla scorta della filosofia buddhista, ad intrattenere con l'errore un rapporto diverso. Ci ricorda che la nostra percezione e rappresentazione del mondo esteriore e interiore è soggettiva, imperfetta, condizionata da molteplici quanto ineludibili distorsioni. Nel condurre la nostra esistenza l'errore è perciò inevitabile.
Ma l'errore non ha soltanto una connotazione negativa. Anzi, riconosciuto ed alaborato, costituisce soprattutto un'opportunità di maturazione e una spinta al nostro miglioramento. E' impossibile vivere senza compiere sbagli. E' impossibile appredere senza far tesoro dei propri errori. La scienza stessa e il progresso umano e tecnologico procedono per tentativi ed errori.

"Ogni processo di apprendimento passa quindi per lo scontro con inevitabili errori. Infatti, come potremmo imparare senza sbagliare? Possiamo osservare che imparare significa tentare. Tentare di comprendere, sforzarsi di compiere, cercare di integrare. Non possiamo farlo senza imperfezioni, imprecisioni, distrazioni o goffaggini".

Invece, la nostra società stigmatizza l'errore; lo stesso sistema educativo e la scuola tendono a sottolineare l'errore. Nel valutare un compito scolastico o una prestazione lavorativa ci si concentra più su qualche isolata mancanza invece di premiare le cose buone che ciascuno di noi ha prodotto. Tale sistema di valori ci rende duri e spietati non soltanto verso il prossimo, ma innanzitutto, verso di noi. Non sviluppiamo così la necessaria compassione verso noi stessi e verso le nostre ineluttabili imperfezioni.

Al contrario, riconoscendo i nostri limiti, insiti nella stessa condizione umana, e coltivando la benevolenza verso gli altri e verso noi stessi potremo affievolire o addirittura estinguere quei sensi di colpa che inutilmente ci avvelenano la vita.

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