foto giacinto facchettiSe c’era un campione, negli anni Sessanta, che colpiva l’immaginazione di un bambino che si affacciava allora alla vita cosciente, pronto ad aprirsi a un mondo sempre nuovo di scoperte e di meraviglie, quello era Giacinto Facchetti. Alto e stilisticamente perfetto, sembrava una sorta di Superman capace di coprire tutto il campo di gioco, avanzando in progressione, a testa alta, ad ampie falcate. Nelle sue giornate migliori attaccava di sorpresa l’area di rigore presidiata dalla squadra avversaria, mandandone in fruntumi gli schemi difensivi. E segnava. Tanto: 75 gol. Il ruolo di terzino d’attacco l’ha inventato lui.

Il più grande dei giornalisti sportivi, Gianni Brera, lo aveva soprannominato Ribot, perché nel panorama calcistico era un “cavallo di razza”. Per Brera, Facchetti aveva l'anima e il fisico del centravanti.

Cresce a “pane e miseria”, Giacinto. Nasce a Treviglio (BG) - come ricordano gli album Panini - il 18 luglio 1942. Comincia la sua appassionata storia con il calcio colpendo una palla di stracci, giocando partitelle con i coetanei, o da solo, facendo rimbalzare l’improvvisata sfera contro un muro. Un anno, a Natale, gli regalano il suo primo vero pallone, che però si buca quasi subito impattando sul filo spinato della recinzione di casa.

La vera carriera inizia a Rogoredo, sui campi nebbiosi delle giovanili dell’Inter, dove lo accompagna papà Felice, ferroviere, un trascorso da calciatore nei dilettanti. Felice rimprovera il figlio di non entrare abbastanza duro sugli avversari.
Come maestro in nerazzurro Facchetti ha nientemeno che Peppin Meazza, una stella dell’Inter e del calcio italiano delle origini, che lo allena a calciare con entrambi i piedi. A causa della sua passione per il pallone, Facchetti abbandona gli studi di ragioneria. Nel marzo del 1958 Meazza lo convoca per un torneo giovanile che si doveva svolgere a Ginevra.
Risale al 21 maggio 1961 il suo debutto in serie A, allo Stadio Olimpico, contro la Roma. Chiamato in prima squadra da Helenio Herrera, l'allenatore “mago” che porterà l’Inter alla vittoria di numerosi e prestigiosi trofei, Giacinto non è ancora diciottenne. Quel giorno suo avversario è Alcides Ghiggia, il centrocampista uruguaiano entrato nella leggenda del calcio. L’Inter vince 2 a 0.

Per Facchetti ha inizio un cursus honorum che lo porterà a vincere, in nerazzurro, 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali e una Coppa Italia, collezionando 475 partite in serie A e realizzando 59 gol. Con la nazionale giocò 94 partite, segnando 3 gol. Con la maglia azzurra si laureò Campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del Mondo nel 1970.

All’inizio Facchetti era considerato da stampa e tifosi troppo alto e quindi troppo lento per fare il calciatore professionista. Divenne, nella Grande Inter, uno dei giocatori prediletti dall’allenatore Helenio Herrera, un titolare inamovibile.

Tra i momenti più significativi della sua carriera di atleta, va ricordata la sua partecipazione all'incredibile rimonta dell’Inter (12 maggio 1965) sugli inglesi del Liverpool. Sconfitti 3-1 all’andata, gli interisti batterono i Reds al ritorno a San Siro, per 3-0. Il terzo gol, decisivo, lo segnò proprio Facchetti.
Fu capitano della Nazionale nell’epica semifinale dei Mondiali del 1970, in cui l’Italia sconfisse allo Stadio Azteca di Città del Messico la Germania per 4-3.
Il momento più difficile e amaro della sua carriera fu forse la partita disputata a Middlesbrough con la maglia azzurra contro la Corea del Nord nei Mondiali d’Inghilterra del 1966. L’Italia perse per 1 a 0 contro i dilettanti asiatici e fu eliminata nel girone di qualificazione, deludendo le attese di milioni di tifosi.

Sempre agli anni Sessanta risalgono le memorabili sfide fra la nazionale italiana e l’Unione Sovietica e i duelli tra Facchetti e la veloce e brevilinea ala russa Igor Cislenko. Fu proprio un gol di Cislenko a contribuire all’eliminazione dell’Italia dai Mondiali del 1966. Qualche mese più tardi Facchetti si prese la rivincita a San Siro: annullò Cislenko e contribuì alla prima storica vittoria della selezione italiana contro i russi.
Nel 1978 l'indimenticabile “Vecio” Enzo Bearzot lo convoca per la spedizione azzurra ai Mondiali di Argentina. Facchetti, complice forse un problema costale, rifiuta, con la sua consueta eleganza decide di lasciare spazio ai giovani. Bearzot, che ne apprezza non solo il talento calcistico, ma anche le doti morali, lo vuole comunque in Argentina come capitano non giocatore.

Facchetti appartiene a un genere di calciatore che non esiste più: il “giocatore bandiera”. Ad alti livelli, vestì unicamente la maglia dell’Inter. Se non avesse giocato nell’Inter a Giacinto sarebbe piaciuto giocare nel Napoli, cui segnò il suo primo gol in carriera, su assist di Armando Picchi. Suoi modelli di giocatore, che ammirava e che prese come esempio per elaborare il suo stile di gioco, furono Maroso del Torino e Cervato della Fiorentina. Due terzini che appartengono alla storia nobile del calcio italiano.
A sua volta, il modo di stare in campo di Facchetti, signorile, potente e dinamico ispirò molti giocatori che calcarono i rettangoli di gioco dopo di lui. Il “Kaiser” tedesco Franz Beckenbauer, uno dei più brillanti calciatori di tutti i tempi, dichiarò che l’esempio di Facchetti aveva influenzato fortemente la sua evoluzione di calciatore.

Giacinto aveva pochi e selezionati amici nel mondo del calcio. Per iniziare, due avversari, i milanisti Giancarlo Danova, detto “Pantera” e Gilberto Lodetti, un interno di quantità che con i suoi polmoni da maratoneta supportava l’estro prezioso, ma più statico, del “Golden Boy” Gianni Rivera. Amici erano il giornalista-scrittore Darwin Pastorin, il direttore della "Gazzetta dello Sport" Candido Cannavò, Adelio Moro, talentuosa mezzala interista che ebbe meno successo di quanto il suo talento prometteva, Riccardo Ferri, il centrale di difesa nerazzurro che con Giacinto condivideva la passione per il tennis, lo straordinario goleador dell’Inter e della Nazionale Roberto “Bonimba” Boninsegna, Tarcisio Burgnich, la “Roccia” della difesa, il compagno taciturno, leale e insuperabile di tante battaglie.

Un'ammirazione sconfinata per Facchetti la nutriva lo scrittore Giovanni Arpino che fa di Giacinto uno dei protagonisti del suo romanzo sul calcio Azzurro tenebra. Lo aveva soprannominato Giacinto Magno. Sulla copertina del libro c'è proprio un'immagine di Giacinto Facchetti. Scrive Arpino in un articolo apparso sulla Stampa del 10 maggio 1979:

“Vorrei che questo mio articolo di sport fosse l’ultimo. Vorrei che ogni famiglia italiana avesse un figlio come Giacinto, saremmo un Paese diverso e senza il novanta per cento dei nostri guai, che derivano da una collettività inferocita e divisa, disonesta e ignorante”.

Un altro giornalista, il popolare radiocronista Sandro Ciotti così si espresse su Facchetti:

“Se De Amicis facesse l'inviato ai Mondiali, farebbe d’acchito di Giacintone Facchetti il suo Garrone. il ragazzo forzuto e dal cuore di miele, sempre pronto al gesto nobile, all’atto di solidarietà, al sacrificio (…) Volente o nolente, deve rassegnarsi all’etichetta di ‘gigante buono’ che dubito un po’ tutti gli abbiamo apposto”.

Quelli che l'hanno conosciuto da vicino descrivono Giacinto come un uomo "Di poche parole, riflessivo, misurato e sempre perfettamente pettinato, quasi a rappresentare simbolicamente l'ordine, la pulizia, la disciplina, la precisione che lo contraddistinguevano interiormente ed esteriormente". Era uno di quegli uomini per cui ancora la parola data era sacra.

Interrotta la carriera di calciatore, Facchetti intraprende quella di dirigente, fino a diventare Presidente dell’Inter nel 2004. "Calunniato durante la vicenda di "Calciopoli" - scrive il figlio Gianfelice - in cui una parte voleva far credere che in fondo si trattava di un sistema corrotto in cui erano tutti ugualmente responsabili”, Facchetti ne uscì pulito. D'altronde la lealtà sportiva (e non solo) l’aveva dimostrata già ampiamente sui campi di gioco: una sola volta espulso a San Siro, contro la Fiorentina, il 13 aprile 1975.

Morì a Milano il 4 settembre 2006, a causa di un tumore al pancreas. Subito il giorno dopo la vittoria dell'Inter nella Supercoppa, Materazzi gli portò il trofeo vinto in ospedale, dove l'ex campione giaceva nel suo letto di dolore.
Facchetti ha lasciato un segno nell'immaginario collettivo di un'intera Nazione. Non a caso la sua figura fa parte, oltre che della letteratura, anche della cultura popolare del nostro Paese: Gaber ed Elio e le Storie Tese lo hanno evocato in un loro canzone, mentre Gaetano Curreri, leader degli "Stadio", futuro vincitore del Festival di Sanremo, gli dedicò una canzone nel 2011 (a lui e a Scirea) dal titolo Gaetano e Giacinto (il testo è del bolognese Andrea Mingardi).

"Gaetano e Giacinto sono due tipi che parlano niente
con un solo passaggio
uniscono milioni di…gente
ma in questo frastuono è rimasta un’idea
un eco nel vento, Facchetti e Scirea"

Due campioni e due uomini che abbiamo ammirato e di cui tutti abbiamo nostalgia.

Riferimenti bibliografici:
G. Facchetti, Se no che gente saremmo. Giocare, resistere e altre cose imparate da mio padre Giacinto, Milano, Longanesi, 2011*

* si tratta della bella e commovente biografia scritta dal figlio Gianfelice, cui abbiamo attinto a piene mani nella stesura di questo articolo