Scrivo, una volta tanto, a braccio, senza essermi documentato diligentemente sull’argomento, ma esponendo idee che ho maturato nel tempo.

La nostra epoca mette una forte enfasi sul concetto di istruzione. Giustamente. Un popolo istruito, una comunità composta di persone preparate, saranno entità capaci di promuovere un benessere collettivo non solo materiale, ma anche spirituale. Costituiranno una società all’interno della quale è piacevole vivere. Almeno così è potenzialmente, sulla carta, salvo che la realtà, imprevedibilmente, ci sorprenda e ci smentisca.

Apprendere è forse la qualità che distingue in sommo grado l'essere umano. Ed è anche una delle attività che produce maggiori gratificazioni.

Ma come si apprende e ci si istruisce oggi? All’interno di istituzioni chiamate scuole e università. Si tratta di organizzazioni spesso elefantiache e fortemente burocratizzate, dove i mezzi possono prevalere in molti casi sui fini.

Eppure si continua a giudicare il progresso di una nazione secondo dati quantitativi che certifichino quanti studenti hanno completato gli studi, quanti si siano laureati e diplomati e da queste informazioni sommarie e sostanzialmente superficiali si avanza la pretesa di misurare il “capitale umano” di una nazione.
Come il PIL relativamente al benessere economico, anche queste statistiche sono ahimè poco attendibili circa il grado di istruzione e di vivacità intellettuale e vitale di un popolo. E difatti altri dati relativi alle competenze linguistiche e matematiche acquisite dagli studenti durante il loro percorso scolastico sono assai poco lusinghieri.

Ciò nondimeno, malgrado i segnali di crisi del modello scolastico tradizionale, si continua a proporre più scuola per tutti, magari invocando il ritorno a un passato illusoriamente idealizzato. I politici ne fanno materia delle loro campagne elettorali, i media ci martellano quotidianamente con la necessità di incrementare il numero di possessori di lauree e diplomi, i tecnoburocrati ci ammoniscono che la nostra salvezza sta soltanto nelle scuole e nelle università.

Dimenticando che l'apprendimento è un processo dinamico continuo, che avviene in ogni momento della giornata, quindi anche, se non principalmente, fuori dalle aule scolastiche.
Studiare soltanto in vista del superamento di esami è non di rado un modo ben triste e alienato di apprendere.

Diversa è l’esperienza di chi apprende per passione, di chi si lascia condurre dalle proprie vocazioni, talenti, passioni. In questo caso l'apprendimento è energia, entusiasmo, volontà di oltrepassare i limiti, esercizio di creatività e pensiero critico. Anche fatica, ma una fatica fonte di soddisfazione e di crescita personale.

Per questo mi sento di tessere l’elogio dell’autodidatta, di colui cioè che, nelle biblioteche, su internet, nella quotidianità studia e fa esperienze significative, diventa, presto nella vita, maestro di se stesso, coltiva curiosità e interessi vivi, si pone criticamente problemi, va oltre il conformismo del pensiero dominante.
Talvolta con dei limiti, trascurando non di rado un itinerario lineare e formalmente strutturato.

Se leggiamo con attenzione la biografia dei personaggi che hanno impresso una svolta nella letteratura, nelle arti, ma anche nelle scienze, nella tecnica e nell'imprenditoria scopriamo che moltissime delle maggiori personalità creative ed innovative, capaci di cambiare il corso della storia, sono entrate in conflitto con il mondo dell’istruzione formale e molti hanno seguito un percorso formativo indipendente e originale.

Non vorrei essere frainteso. Non intendo assolutamente allontanare gli studenti dalle scuole. Ciascuno di noi ha un proprio stile cognitivo e molte professioni richiedono, forse ancora a ragione, il compimento di un percorso scolastico lineare tradizionale. Molti ragazzi amano sinceramente la scuola e i propri insegnanti. Molti altri sono intimoriti dalle imprese solitarie e si trovano a proprio agio con i programmi ministeriali dei “viaggi organizzati” della conoscenza.
Intendo soltanto sollevare un dubbio, insinuare una prospettiva alternativa e problematica rispetto alla vulgata mainstream.

Si vedono troppo spesso uscire dai cicli scolastici ragazzi spenti, senza alcuna curiosità, già adagiati prematuramente nel conformismo dello status quo. Stretti nella morsa delle solite frequentazioni amicali, della carriera, del divertimento e del luogo comune. Tutto questo non può essere unilateralmente considerato un progresso.

Se la scuola è un’istituzione in crisi, non è offrendo più scuola che si risolve il problema. L’autodidatta costituisce un modello, per quanto imperfetto, alternativo: occorre che ciascuno, dentro o fuori dalle istituzioni scolastiche, si assuma individualmente, almeno a partire da una certa età, la responsabilità della propria istruzione. Si attivi per trasformare ogni attimo della propria vita in potenziale occasione di apprendimento. Dobbiamo superare il mito pernicioso che si può imparare qualsiasi cosa, soltanto se c’è qualcuno autorizzato che ce la insegna nel chiuso di un’aula, all'interno di una cornice istituzionale. Lo sviluppo di una personalità autonoma e dotata di pensiero critico esige ben altro. Richiede di pensare con la propria testa e di usare tutta la propria intelligenza, come ci esortava l'illuminista Kant.
La scuola del futuro o cambierà radicalmente o non sarà.