Brett Easton Ellis, American Psycho, Bompiani, 1991

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copertinaPatrick Bateman Ŕ un giovane ricco che trova il modo di ammazzare il tempo, assassinando senza motivi plausibili il prossimo: questo il succo del romanzo dell'ormai celebre scrittore americano.

Per la veritÓ, a me piace come scrive Ellis, il ritmo della sua prosa, agile e accattivante, la scelta lessicale sorvegliata (merito del traduttore?) e poi i dialoghi ben costruiti, ma facili, quasi cinematografici e la gente elegante, gli ambienti lussuosi, la mondanitÓ della metropoli.

C'Ŕ un compendio di vita americana in American Psycho: si parla di cucina, arredamento, cinema, sesso, soldi, libri (pochi), canzoni (molte), droghe. Eppure dopo 50 pagine si comincia a sbadigliare. E' ripetitivo, Ellis. E le gesta del protagonista, di questo Des Esseintes di fine secolo, di questo yuppie schizoide e un po' frustrato vengono presto a noia. Come la ossessiva elencazione delle griffe e le insistite, ripugnanti scene di violenza.

A proposito del significato della violenza in American Psycho, scrive Francesco Dragosei in Letteratura e merci:
Bret Easton Ellis "nonostante le sue frequenti dichiarazioni di moralitÓ sembra essere in malafede. La sua compiaciuta, debordante rappresentazione della violenza pi¨ sensuale smentisce qualunque dichiarazione di moralitÓ, qualunque comodo giustificazionismo generazionale".

Dicevamo della noia: dopo un po' i personaggi del libro sembrano uscire da "un film visto tempo fa".
"Nessuna nuova comprensione si ricava da ci˛ che racconto" dice emblematicamente il protagonista, Patrick Bateman. Non Ŕ grande letteratura, infatti, American Psycho (almeno secondo me), non Ŕ un libro da rileggere, ma ci sono modi senz'altro peggiori di impiegare il tempo.

* Dal romanzo di Ellis il film di Mary Harron (DVD, 2001)

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