Ho la tendenza a strafare, ad occuparmi di troppe cose, finendo poi per affaticarmi senza approfondire veramente niente, senza raggiungere in nessun campo, intellettuale o pratico, quella competenza e maestria che portano soddisfazione.

Di solito al mattino mi alzo dal letto più stanco di quando a tarda notte mi sono addormentato. Un po' dipende dal mio bioritmo: sono più gufo che allodola, carburo meglio il pomeriggio. Ma soprattutto è il dispendio quotidiano di energie che mi logora.

Il tipo di vita che conduco, frenetico e sempre indaffarato, mi conduce inevitabilmente all'ansia e all’esaurimento. Credo di non essere l’unico incapace di dosare l'energia vitale. Penso si tratti di una malattia del nostro tempo, che condividiamo in tanti. La nostra società produttivista e perfezionista ci vuole sempre al lavoro, non soltanto nelle attività retribuite o nello studio scolastico, ma anche nelle relazioni amicali e amorose e persino nel tempo libero.

Da un po' ho scoperto la bellezza del non fare assolutamente niente. Mettermi comodo sul divano, col gatto nella poltrona accanto che dorme, godermi il silenzio e la vista del piccolo giardino attiguo alla casa, posare lo sguardo sul verde vegetale, senza compulsare ossessivamente lo smartphone, senza guardare le troppo spesso noiose serie TV, senza ascoltare musica, senza leggere, senza pensare.
Semplicemente mi sintonizzo con il lento fluire della vita.

Posso stare così, senza far niente, per un' ora o due, a volte per un'intera mattinata. Capace che, se sono particolarmente stanco, mi abbandono a un sonnellino. Ho sperimentato che non c’è niente che ricarichi meglio le batterie, niente che regolarizzi il mio battito cardiaco e il respiro, niente che mi doni benessere come queste pause libere dal senso di colpa generato dall’ideologia lavorista, dal dover sempre essere occupato a fare qualcosa.

A volte penso che la mia sia una forma rudimentale di mindfulness, un aver assorbito passivamente, per osmosi, qualche filosofia orientale, indiana, zen, cinese. Non so, ma liberarsi dal produttivismo e dal perfezionismo ad ogni costo mi infonde gioia. Poi, rigenerato, posso tornare attivo nel pomeriggio, passeggiare all’ombra di alti pioppi e di costruzioni antiche, studiare, pensare, scrivere. Ho compreso che questo è il tipo di vita che mi piace condurre, senza pormi obiettivi inderogabili, senza trasformarmi in un animale da soma, che fa girare incessantemente la macina.