copertina libroLa nostra società, e persino parte della manualistica psicologica attuale, ci spingono a perseguire con tenacia il successo, migliorando costantemente noi stessi, fornendo di noi un'immagine positiva e performante. Secondo i media, per fare parte a pieno titolo del mondo contemporaneo dovremmo essere sempre belli, magri, sorridenti, indipendenti e in forma. La pubblicità ci propina modelli irraggiungibili di glamour e integrazione.

Cosa fare allora dei nostri aspetti, esteriori ed interiori, che non corrispondono al modello vincente, che non si prestano facilmente al "dover essere" dell'omologazione consumistica? Cosa fare delle nostre inadeguatezze, imperfezioni, particolarità, asimmetrie, difetti, vulnerabilità?
Le nostre ferite siamo pregati di nasconderle, di occultarle dietro una maschera di conformismo e perfetta adesione agli standard perfezionistici che ci vengono imposti.

In tale modo, però, tradiamo noi stessi, la nostra autenticità, il nostro essere unici. In definitiva, ci priviamo di una debolezza che potrebbe costituire la radice della nostra forza. Per compiacere genitori, insegnanti, datori di lavoro veniamo meno al nostro Sé più profondo. Temendo di non essere più amati, di essere abbandonati dalle persone al cui affetto più teniamo, se non corrispondiamo perfettamente alle loro attese, rinneghiamo una parte importante di noi stessi. Viviamo perennemente nel timore del giudizio di quel tribunale implacabile che immaginiamo siano gli altri, ci neghiamo la gioia di vivere, l'autorealizzazione, l'autenticità.

Invece, soltanto integrando nel nostro io gli aspetti più perturbanti di noi stessi, quelli meno confessabili e che più si discostano dalle attese dell'Autorità, soltanto accettando le nostre ferite e i nostri aspetti ombra possiamo sviluppare la fiducia in noi stessi. E soltanto accettando noi stessi possiamo accettare l'altro con tutte le sue imperfezioni, il diverso, lo straniero, colui che ci fa paura e costruire insieme una società migliore. Senza trasformare ogni volta l'odio che proviamo verso noi stessi, verso quella parte di noi che consideriamo inaccettabile, in odio e violenza verso il capro espiatorio inventato di volta in volta (il malato, il pazzo, il criminale, l'omosessuale, lo svantaggiato, il nero, ecc.). E aprirci così alla fiducia verso l'Altro.

L'autrice cita una frase di La Rochefoucauld: "La fiducia che si ha in se stessi fa nascere la maggior parte di quella che si ripone negli altri". La completa autonomia dagli altri, quella che ci propina come ideale la dottrina del successo, è soltanto un mito. Abbiamo tutti bisogno degli altri. La società costituisce una rete di interdipendenze. Che non significa necessariamente un atteggiamento accomodante e sottomesso nei confronti del gruppo. Tuttavia il benessere che una persona può raggiungere è sociale, prima ancora che individuale. Così come i nostri presunti fallimenti, di cui facilmente veniamo colpevolizzati, non sono mai interamente individuali, ma hanno sempre una componente ambientale e sociale.

Abbiamo tutti i giorni bisogno dell'Altro e di poter aver fiducia nell'Altro. Nei rapporti più intimi, come l'amicizia e l'amore, se vogliamo una vita passabilmente felice, abbiamo la necessità di poterci addirittura abbandonare all'Altro. La fiducia è fondamentale per una vita privata soddisfacente ed è alla base di un prospero sviluppo sociale.
La fiducia ci espone alla possibilità del tradimento e della delusione. Ma si tratta di un rischio inevitabile che, secondo la Marzano, vale la pena quasi sempre di correre.

Ricavato dall'intervento di Michela Marzano al convegno internazionale "La qualità dell'integrazione scolastica", tenutosi a Rimini nel novembre del 2011, il volume consta di tre capitoli: Fare i conti con le nostre ferite (I), L'accettazione dell'altro (II), Che cos'è la fiducia? (III). L'ultimo capitolo, forse il più complesso e la cui comprensione richiede una solida preparazione filosofica, mi è parso nelle sue tesi il più debole e contraddittorio.

Il saggio della Marzano è, tuttavia, in molti passaggi entusiasmante, una lettura da consigliare a tutti, adolescenti e giovani in particolare, perché rappresenta un testo liberatorio, ricco di spunti di riflessione importanti per uno sviluppo personale armonioso. Un libro alimentato da un lucido pensiero critico, un testo di "filosofia incarnata" che parte dal successo professionale e dall'esperienza dell'anoressia vissuti dall'autrice stessa in prima persona, raccontati già in un altro bellissimo precedente saggio "narrativo": Volevo essere una farfalla.

Direttrice del Dipartimento di Scienze sociali e Professore ordinario di filosofia morale all'Université  Paris Descartes (Sorbonne-Paris-Cité), Michela Marzano (Roma, 1970) è stata parlamentare italiana.

ordina

I libri di Michela Marzano