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"Non avevo mai avuto il coraggio di essere me, ero sempre stata un'altra, un'altra che compiaceva, che voleva piacere a tutti, e che pur di riuscirci era disposta a reprimersi, a farsi travisare, giudicare".

Leggere biografie - suggeriva un noto critico letterario alcuni lustri fa - qualora si tratti di biografie sincere e oneste aiuta a capire meglio la vita, prerogativa che condivide con i grandi romanzi e la grande letteratura in generale.
Come carne viva è l’autobiografia con cui Francesca Neri, attrice cinematografica pluripremiata e che ha lavorato con i registi più acclamati, svela se stessa e nel contempo aiuta il lettore a fare altrettanto.

Bambina timida e chiusa, figlia di una madre anaffettiva, una donna semplice e piuttosto convenzionale, che esprime la propria creatività soltanto in cucina, Francesca si sente presto diversa, inadeguata, indegna dell’amore degli altri. In questo rinforzata dalla madre che, incapace di comprenderla, la ritiene anormale e un po’ matta.
Appena può se ne va di casa. Si iscrive a Giurisprudenza senza molta convinzione e da Trento, la città della sua infanzia, si trasferisce a Roma. Seguendo un corso di teatro scopre che fare l’attrice le piace, le dà modo di esprimere quelle parti di sé che nella vita quotidiana, per pudore, tiene recluse. Frequenta per tre anni il Centro Sperimentale di cinematografia a Cinecittà, dove affina la tecnica e le proprie capacità espressive.

Il cinema le piace anche vederlo, magari nelle sale cinematografiche di Roma, aperte anche al mattino. I film, attraverso l'identificazione con i personaggi, diventano strumenti per affinare la conoscenza del proprio mondo interiore.

La grande occasione si presenta quando le viene offerto il ruolo di protagonista in Le età di Lulù (1990), film piuttosto scabroso diretto da Bigas Luna, tratto dall'omonimo romanzo di Almudena Grandes. Il film porta Francesca a confrontarsi con il lato oscuro della propria personalità e le costa la disapprovazione dei familiari, in particolare della madre. Successivamente recita con Troisi, con Almodovar, con Pupi Avati. Nel frattempo ottiene quei riconoscimenti professionali che ha sempre desiderato.
Detesta la vita mondana, le apparizioni televisive, trova difficoltà a gestire i rapporti interpersonali con i colleghi, sta bene soltanto quando recita. Si sente oppressa dai sensi di colpa, perché le sembra di tradire se stessa.
Percepisce che per avere pienamente successo nella propria carriera di attrice dovrebbe rinunciare a un nucleo importante e insopprimibile della propria personalità. Decide pertanto di abbandonare le scene.

Nel 2010 sposa a New York l'attore, doppiatore e regista Claudio Amendola, con cui ha una relazione da tempo e un figlio, Rocco. Sono anche gli anni della psicoanalisi, con sedute e appuntamenti che si protraggono per un lungo periodo.

Francesca Neri abbraccia il paradigma psicosomatico della medicina. Ha una concezione olistica delle malattie. È convinta che sia impossibile scindere gli aspetti fisici da quelli psicologici, il corpo dalla psiche. Molte malattie e disturbi non sono altro che la somatizzazione dei nostri disagi interni. Ad un certo punto del libro, il racconto autobiografico trascolora nel diario clinico, dove però l'annotazione dei sintomi si accompagna ad emozioni, sentimenti, riflessioni e una serrata autoanalisi. Francesca squaderna tutta la sua storia clinica, infarcita di malattie croniche, come la cistite interstiziale e la fibromialgia e altri disturbi spiacevoli come gli attacchi di panico. Talvolta le malattie di cui soffre le impediscono di muoversi da casa, di condurre un'esistenza confortevole.

Si cala nel ruolo di mamma, dove si sente a proprio agio, con gli inevitabili sensi di colpa che la assalgono quando avverte di non poter dare al figlio tutto l'ascolto e l'attenzione di cui ha bisogno. Smessi i panni di attrice cinematografica, diventa produttrice.

"La malattia altro non era che l'occasione per rinascere nella forma che avrei sempre dovuto avere - la mia".

Il tema predominante del libro è dunque quello della malattia, fonte di dolore del corpo e dell'anima, ma anche occasione per riflettere sulla nostra vita e liberarci dagli inutili orpelli esteriori, per cercare di raggiungere una dimensione di autenticità.
La malattia ci mette all'angolo, ci costringe ad arrenderci ed è allora che sperimentiamo la libertà.

"Non dovevo dimostrare niente a nessuno. Non dovevo piacere a tutti. Come tu mi vuoi: vaffanculo. Come mi voglio, io?".

E ancora:
"Mi voglio così come sono, integra, con tutti i miei limiti, con la consapevolezza di non essermi lasciata intimidire da loro né dalla paura di oltrepassarli, e con quella che qualsiasi cosa mi costi disagio, fastidio, irritazione, ansia, oppressione, dolore (ebbene sì) non vale la pena"

La fama, il successo, il denaro procurano piaceri temporanei, sono una forma di vanità. Quello che conta veramente - sembra suggerirci la Neri - è realizzare il nostro destino, diventare chi siamo.

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