Manlio Cancogni, Azorin e Mirò, Fazi, 1996

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copertinaAzorin e Mirò sono due giovani aspiranti scrittori. Vivono appartati, in una solitudine in fondo gratificante. Un giorno si incontrano a una recita studentesca e diventano amici.

Azorin e Mirò rifuggono dai luoghi comuni e dalla retorica, nella vita come nella scelta dei libri. Detestano la letteratura inautentica, i libri dove "tutto è falso", dove prevale l'esibizione di "passioni artificiali, inesistenti". La verità è per loro qualcosa di speciale, che abita nel cuore degli uomini e nella loro memoria.

"Facevano una differenza capitale fra il sentire e il capire.
Capire era da tutti, consisteva in un'operazione anonima della mente: ma nel sentire era in giuoco tutto l'essere individuale, la parte più profonda di esso".

Insieme mettono a punto una poetica che definiscono del sub-liminare:

"Cos'era il sub-limine, e quali cose erano sub-liminari, e quali no? Bisogna subito dire che il sub-limine era l'eccezione, e il non sub-limine la regola; che tutte le cose potevano in un certo momento essere sub-liminari ma che era più il tempo in cui non lo erano, e che Azorin e Mirò soffrivano proprio di questo, della normale non sub-liminarietà delle cose, e che perciò attendevano i rari istanti in cui il tessuto opaco delle cose si rompeva, e dal suo grigiore compatto scaturiva bello, puro, inimitabile, il sub-limine".

L'amicizia tra Azorin e Mirò procede fra incontri quotidiani, conversazioni, passeggiate, continue scoperte di affinità emotive e spirituali.

Azorin, più vanitoso e "immaginoso", subisce un giorno il fascino letterario di T, in realtà un agente provocatore e si fa coinvolgere dalla politica, sino ad allora profondamente aborrita. Firma un manifesto contro la dittatura e per tale azione viene arrestato e recluso. Finché Mirò, sapendolo estraneo agli intrighi politici, non lo fa liberare, con l'aiuto di un magistrato, del cui figlio è amico.

La trama della loro amicizia pian piano si ricompone.

Un bel giorno Mirò si sposa e i due amici sono costretti a separarsi. Il matrimonio, felice, nella casa di campagna lasciatagli dai genitori, spegne in Mirò ogni ambizione letteraria.
Nel frattempo Azorin conduce una vita "ricca di fatti, di avventure, d'incontri, vana e accidentata". Egli avverte, tuttavia, un interiore senso di vuoto, l'esistenza colma soltanto di sciocchezze.

Quando si incontrano finalmente di nuovo, tra i due amici cala l'imbarazzo, il disagio, l'indifferenza, l'estraneità.

Morta la moglie di Mirò, i due scrittori si riconciliano e si ritrovano a vivere insieme nel grande appartamento di Azorin. Ormai vecchi, ripensando agli anni della giovinezza e all'entusiasmo per "la loro esperienza sub-liminare", concludono:

"È quanto di meglio abbiamo avuto".

Scritto a Firenze nel 1943 e pubblicato nel 1948 sulla rivista "Botteghe Oscure", il romanzo breve Azorin e Mirò di Manlio Cancogni narra la storia di una delicata e spirituale amicizia. Riconoscibili i motivi autobiografici, che richiamano inequivocabilmente l'inimitabile, giovanile rapporto tra l'autore e lo scrittore Carlo Cassola.
L'interesse letterario del libro è accresciuto dall'enunciazione, articolata e precisa, della poetica del sub-liminare, che caratterizzò la produzione artistica dei due scrittori e animò all'epoca il dibattito culturale.

I libri di Manlio Cancogni

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