copertina libro"La cura costituisce la qualità essenziale della condizione umana". Abbandonati dagli dei, gli uomini devono provvedere ad "avere cura di sé da se stessi". Siamo creature in continuo divenire, siamo una serie di possibilità, aspiriamo a una vita buona, a dare una forma alla nostra esistenza. Siamo chiamati alla "cura di sé", ma essendo esseri relazionali, siamo nel contempo chiamati anche alla cura degli altri e del mondo.

Dobbiamo imparare l'arte di esistere, coscienti che nessuno possiede interamente quest'arte, bensì solo qualche frammento. Ciascuno deve elaborare la propria arte di vivere gradualmente, alla luce delle proprie esperienze.

La cura di sé è un concetto socratico, ripreso nell'antichità anche da Epitteto, da Epicuro, da Seneca, da Marco Aurelio e da altri. Si tratta di dare un senso e una direzione alla nostra esistenza e non soltanto di lasciarla accadere. Di sviluppare consapevolezza, alla ricerca del bene e non di vivere in modo irriflesso. Di rendersi responsabili della propria formazione, o meglio della propria autoformazione. Presuppone lo sviluppo e il perfezionamento delle proprie qualità, basato sul motto “conosci te stesso”.

Per Socrate "aver cura di sé significa imparare a lasciare da parte l'inessenziale", "mettere da parte la ricerca di onore, gloria e successo, per aver cura, invece, della saggezza, della verità e della virtù".  Pertanto essere, non avere.

Per condurre una buona vita, per sviluppare le virtù necessarie, è corretto affidarsi a un processo di autoindagine, che esplori la propria vita interiore e la propria anima. Si tratta di un lavoro che dura tutta la vita e che non si può mai portare a termine completamente, poiché la vastità dell’anima di ciascuno di noi è infinita. Potremo, durante il corso della nostra esistenza, fare luce soltanto su taluni aspetti della nostra personalità, ma molti altri ci sfuggiranno e ci rimarranno nascosti.

Conoscere se stessi, inoltre, significa accettare i propri limiti, la propria fragilità e vulnerabilità. Senza conoscenza di sé, anche se necessariamente parziale, non si possono sviluppare le virtù e non ci si può relazionare in modo adeguato  con gli altri, con la comunità e con la società. L’antichità ha elaborato dei veri e propri esercizi spirituali che facilitano la conoscenza di sé, come ad esempio l’esame di coscienza alla fine di ogni giornata, volto a migliorarsi, individuando e correggendo i propri errori. Per raggiungere la virtù bisogna distogliere lo sguardo dai traguardi esteriori e coltivare invece la propria interiorità.

Un’interiorità coltivata ci permette di essere nel mondo in modo buono, giusto ed efficace. E non è sufficiente raggiungere la consapevolezza su se stessi, se tale consapevolezza non si traduce in azioni coerenti. La verità, così, “s’incarna nella vita”. Il pensiero diviene una forza capace di muovere positivamente le nostre azioni. Si arriva a dar vita a un’”arte di esistere”. La riflessione su di sé e il pensiero finiscono con l'esercitare una funzione trasformativa, che si estrinseca non soltanto a livello individuale ma anche a livello dell'ambiente in cui il soggetto agisce.

Indagare la propria interiorità non significa necessariamente aderire a una sola verità, ma scoprire molteplici significati nel proprio sentire e nelle proprie esperienze. La riflessione su di sé non è - sottolinea l’autrice -, un atto solipsistico, ma si nutre della relazione con gli altri, con il dialogo. La riflessione su di sé comporta l'autocomprensione della vita emozionale, la riflessione sul sentire. Sentimenti, emozioni, passioni, stati d'animo, colorano la nostra vita mentale e motivano all'azione. Non possiamo trascurare la nostra sfera emotiva perché essa stessa possiede contenuti cognitivi.

Può capitare che indagando i nostri processi mentali ci inganniamo, ci illudiamo, finiamo col minimizzare la presenza di aspetti che collidono con l'immagine che abbiamo di noi stessi. Ecco allora che nell'autoesame si rende necessario praticare la virtù dell'onestà.

La vita della mente è fluida e in continuo divenire. Nella psiche non esistono fortezze da espugnare, ma temi da circoscrivere e aree da circumnavigare. Sviluppare la consapevolezza di sé attraverso un continuo processo di autoanalisi permette di vivere una vita più autentica e cosciente. Non si deve tuttavia chiedere troppo alla cura di sé. Parte della nostra vita mentale rimarrà sempre un enigma, impossibile da esplorare in tutta la sua profondità e complessità. Dobbiamo dunque accettare una conoscenza della vita interiore frammentaria e probabilistica.

Una efficace cura di sé prevede l’adozione di alcune pratiche spirituali e di particolari “posture cognitive”. Per esempio:

  1. Dare attenzione.
  2. Fare silenzio interiore.
  3. Concedersi tempo. Non dedicare il proprio tempo soltanto a procurare le cose materiali necessarie per vivere, ma coltivare il proprio spirito, la propria anima, la propria vita interiore.
  4. Togliere via. Sapere mettere tra parentesi (epoché) le proprie teorie ed opinioni, sospendere il giudizio, interpretare le proprie esperienze senza pregiudizi culturali.
  5. Cercare l'essenziale. Allontanarsi dal pensare comune, dalle certezze confezionate e irrigidite, alla ricerca di un pensiero vivo, leggero,alato.
  6. Coltivare l'energia vitale.
  7. Scrivere il pensare. Affidare i propri pensieri ad una scrittura concisa, scegliendo le parole adeguate.

Breviario per la conoscenza della vita interiore, al fine di condurre una vita densa di significato, il libro di Luigina Mortari, docente di Epistemologia della ricerca qualitativa e di Fenomenologia della cura presso la Scuola di Medicina e Chirurgia dell'Università di Verona, si segnala per una stile piacevole e una scrittura accessibile anche al lettore comune, malgrado la complessità dei temi filosofici trattati. Oltre che i filosofi dell'antichità, i riferimenti culturali dell'autrice sono costituiti dalla fenomenologia e da i testi di Max Scheler, Edith Stein e Maria Zambrano.